Due anni e mezzo fa, partita l’invasione russa dell’Ucraina, i nostri giornali facevano la lista dei presunti putiniani e spiegavano come e qualmente le sanzioni internazionali avrebbero fatto rapidamente andare in pezzi la Federazione Russa. Nello stesso tempo venivano fornite all’Ucraina giusto le armi necessarie a difendersi: non c’era bisogno d’altro, i russi non erano riusciti a occupare Kiev (si poteva dubitare che fosse quella l’intenzione ma pazienza, l’aria era quella), sarebbero stati sconfitti. Chi lasciava la retta via era in malafede (putiniano) oppure non capiva, oppure tutt’e due: ricordate il malaccorto tentativo di Mario Draghi di colpevolizzarci con l’angosciosa domanda “Volete i condizionatori o la libertà?”.
Più disperati di prima
Bene. Anzi, male. Due anni dopo, eccoci qua. Che le sanzioni abbiano fallito è talmente chiaro che non se ne parla nemmeno più. E non se ne parla anche perché, tomo tomo cacchio cacchio, l’Europa compra il petrolio russo rivenduto dall’India, la Russia compra da Paesi come Armenia o Georgia le merci che gli europei vendono sapendo benissimo che finiranno in Russia, e gli Usa comprano (l’anno corso per 1 miliardi di dollari) l’uranio russo per le centrali nucleari.
Al fronte va come va. E infatti Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, chiede che i Paesi occidentali autorizzino gli ucraini a usare le armi più potenti anche per colpire il territorio russo, e non più solo per cacciare i russi dal territorio ucraino. Quel bel tipo di Emmanuel Macron, un giorno sì e uno no (in quello no dice tutto il contrario) propone di mandare soldati europei in Ucraina. Un certo numero di politici europei pensa seriamente di rimandare in Ucraina gli ucraini (circa 800 mila) dispersi nei diversi Paesi europei, uomini che di andare a combattere a quanto pare hanno poca voglia (se no sarebbero rientrati da soli) e che peraltro erano stati accolti come rifugiati. In tutta Europa e negli Usa, poi, è in corso una campagna di riarmo da 730 miliardi che aumenterà gli squilibri economici e di conseguenza le tensioni internazionali.
Per farla breve: due anni e mezzo dopo, siamo molto ma molto più disperati di prima. E proponiamo, ovviamente, soluzioni sempre più disperate. Soldati europei in Ucraina: se vanno a dare istruzioni non servono, anche perché ci sono già, e da tempo. Se vanno a combattere entriamo in guerra contro la Russia. Bello, no? Ottimo risultato. E se diciamo gli ucraini di sparare pure i nostri missili sulla Russia? Ci saranno, di riflesso, più missili sulle città ucraine. Come peraltro si è visto in questi due anni e mezzo: la guerra è andata crescendo in spietatezza (ora le città vengono apertamente bombardate, senza nemmeno cercare scuse) man mano che cresceva il nostro impegno militare. È solo un caso? E se gli ucraini passeranno il confine russo con gli F-16 da noi forniti?
Un analogo ragionamento si può fare per la guerra di Israele a Gaza. Il suo scopo, diceva Benjamin Netanyahu, era salvare gli ostaggi e sradicare Hamas dalla Striscia. Ma ora i servizi segreti Usa ci dicono che dopo 35 mila morti e otto mesi di guerra i miliziani di Hamas sono stati eliminati del 30%, come pure i tunnel che servono loro da base e rifugio. Hai voglia a far rimbalzare Paolo Mieli da una trasmissione all’altra per dettare la linea, la realtà è che l’obiettivo è fallito. Gli ostaggi stanno morendo uno dopo l’altro e Hamas è ben lungi dall’essere sradicato, anzi: pare proprio che non lo sarà. Se poi lo scopo era tipo “mi vendico dei miei 1.200 massacrati da quei terroristi di Hamas e faccio una strage di palestinesi”, be’… possiamo anche capire, ma la politica è proprio un’altra cosa.
Questo due conflitti, così lontani eppure così simili, andavano soffocati il prima possibile. Invece ce li siamo coccolati, convinti di riuscire a vincere, a imporre la nostra linea. Facciamoli durare, ci siamo detti, gli altri si stancheranno prima. In Palestina lasciando mano totalmente libera a Israele e alla sua politica di Paese occupante (dal 1967) impegnato a occupare sempre di più, senza pensare che prima o poi si sarebbe arrivati a fine corsa. In Ucraina fregandoci le mani all’idea di dare una bella lezione alla Russia, per ritrovarci al punto in cui siamo ora.
Il crepuscolo del “secolo americano”
Per favore, nessuno provi a spiegarci che la Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito. Lo sappiamo, grazie. Ma il fatto che abbiamo le idee chiare su questo non toglie che, per risolvere la situazione, abbiamo scelto la soluzione sbagliata. Dovevamo spegnerla, la guerra, non rinfocolarla. Almeno noi europei. Per gli americani è diverso: muoiono gli ucraini e gli europei comprano gas americano; spendendo tra il 3 e il 5% del budget per la difesa gli Usa tengono impegnata la Russia e sovvenzionano le loro industrie degli armamenti (il 90% degli aiuti militari per Kiev si traduce in commesse per le aziende americane), che in tempo di elezioni non fa mai male. Perché la Casa Bianca dovrebbe cambiare linea?
Nei giorni scorsi Jens Stoltenberg si è lanciato in un’intemerata contro la Cina che aiuta la Russia. Vero, verissimo. Ne abbiamo scritto qui anche prima che ne parlasse lui. Ma a parte il fatto che le parole di Stoltenberg a Xi Jinping manco il solletico gli fanno, la domanda giusta da farsi è: perché? Perché la Cina sostiene la Russia e la sua guerra? La Cina che investe 850 miliardi di dollari nel debito pubblico americano e che l’anno corso ha esportato negli Usa merci per 537 miliardi, e che negli Usa trova il principale fornitore estero di servizi digitali? E analogamente: perché il Sudafrica decide di trascinare Israele davanti alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja? E perché il 70% dei Paesi membri dell’Onu vota per riconoscere lo Stato di Palestina? E perché sta crollando anche il muro europeo, visto che Irlanda, Spagna e Norvegia hanno deciso di fare lo stesso passo?
È un intero ordine mondiale quello che viene messo in discussione. È il cosiddetto “secolo americano” (un secolo e mezzo, in verità), con i suoi tanti pregi e i precisi difetti, ad avviarsi al crepuscolo. Di fronte a fenomeni di questa portata (come lo fu la fine dell’Urss) ci sono solo due strade sono possibili. Riconoscerne l’entità e l’ineluttabilità e andare in maniera concordata verso nuovi equilibri, salvando i nostri valori e magari riconoscendo alcune buone ragioni degli “altri”. O, come sta avvenendo, raccontarci la panzana dei cattivi che odiano noi, il nostro stile di vita, i nostri principi, e fare la guerra per resistere il più a lungo possibile al cambiamento. Ottenendo, in questo caso, solo di renderlo più traumatico e inevitabile. Facciamoci gli auguri, ne abbiamo bisogno.
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