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Società

La baseball-mania in Giappone e Corea: memorie di guerra, grandi aziende e senso del dovere collettivo

In Corea del Sud e Giappone il baseball è più di uno sport: è un pilastro del lifestyle dei due Paesi. Ecco perché.
baseball

Il baseball è stato a lungo uno degli sport più praticati e popolari degli Stati Uniti. Pochi sanno però che questo gioco ha ormai piantato solide radici anche dall’altra parte del mondo. Precisamente in Asia, in due Paesi nei quali la sua mania ha raggiunto vette paragonabili alla febbre del calcio in Europa: Giappone e Corea del Sud. Stadi all’avanguardia pieni in ogni ordine di posto. Calendari fitti di partite che fanno impallidire gli impegni dei club di calcio europei. Grandi aziende nazionali che controllano le squadre, le sponsorizzano a suon di milioni e le usano come megafoni per amplificare i propri business economici. È questo il contesto di fondo che alimenta il baseball all’ombra di Tokyo e Seoul.

Già, il baseball: uno sport importato da Washington ma che, di anno in anno, è riuscito a ritagliarsi uno spazio sempre più rilevante. Nonostante, va da sé, l’ingombrante presenza di rivali del calibro di sumo e Taekwondo – autentiche istituzioni di Giappone e Corea del Sud – e la fama, ormai globale, del calcio.

La febbre del baseball in Giappone

La Nippon Professional Baseball (Npb) è il massimo campionato giapponese di baseball del Giappone. È suddiviso in due leghe, la Central League e la Pacific League, di sei squadre ciascuna, e si svolge da aprile ad ottobre. Ogni team disputa 143 partite stagionali, alle quali vanno aggiunte le Climax Series – i playoff per determinare i vincitori delle due leghe – e le Japan Series – le sette gare finali che assegnano il titolo annuale.

Le squadre più famose? Yomiuri Giants, Saitama Seibu Lions, Fukuoka SoftBank Hawks. L’elenco potrebbe proseguire ancora con tanti altre franchigie accomunate da una caratteristica: nei loro nomi compare quasi sempre, in qualche modo, un riferimento esplicito delle rispettive proprietà. Nel caso degli Yomiuri Giants, i più titolati del Paese, la società è controllata dal conglomerato The Yomiuri Shimbun Holdings. Seibu Railway controlla invece i Saitama Seibu Lions, così come SoftBank ha piantato una bandierina sui Fukuoka SoftBank Hawks.

Se oggi l’intero business del baseball è tenuto in piedi da ricche multinazionali, il seme di questo sport è stato piantato nella terra del Sol Levante, nel 1872, da tale Horace Wilson, un reduce della Guerra Civile Americana e insegnante di lingua inglese presso l’Accademia Kaisei di Tokyo. Nacquero così varie squadre universitarie mentre, nel primo ventennio del Novecento, lo sport divenne professionale.

La Seconda Guerra Mondiale avrebbe interrotto tutto, fino a quando il generale statunitense Douglas MacArthur ordinò la reintroduzione del gioco nel 1945, all’inizio dell’occupazione americana del Paese da lui gestita. Il motivo? MacArthur notò che il baseball era estremamente popolare prima della guerra, e pensò che giocarci avrebbe potuto distogliere l’attenzione dei giapponesi dalla miseria e dalle conseguenze del terribile conflitto appena terminato. Ci avrebbero poi pensato un paio di decenni più tardi gli zaibatsu, i grandi conglomerati economici del Giappone in ascesa economica, a rendere questo sport un pilastro dell’intrattenimento nazionale.

Lg contro Samsung

La febbre del baseball ha contagiato anche la popolazione sudcoreana. I due fattori principali che hanno accelerato il boom di questo particolare fenomeno coincidono (in linea di massima come in Giappone) con l’influenza degli Stati Uniti – presenti in loco con ingenti quantità di soldati dopo la Guerra di Corea (1950-1953) – e con le politiche sociali adottate dal regime militare che ha governato il Paese negli anni Ottanta.

Gli allora governanti della Corea del Sud, uscita a pezzi da un conflitto fratricida con la Corea del Nord e impegnata a ricostruire un’economia pressoché inesistente, pensarono bene di spingere sul baseball per sedare, almeno in parte, il malcontento sociale. La missione sarebbe riuscita.

La Korea Baseball Organization (KBO) oggi conta 10 squadre, tutte nella stessa lega, e sono previste 144 partite all’anno. La stagione viene organizzata con criteri simili a quanto detto per il contesto giapponese, così come anche le squadre sudcoreane presentano i nomi dei loro sponsor-proprietari.

Le quattro compagini più rilevanti rispondono al nome di Lg Twins, Samsung Lions, Kia Tigers e Lotte Giants, di fatto ramificazioni sportive dei conglomerati (chaebol) che le controllano. La rivalità più accesa? Quella tra gli Lg Twins e i Lotte Giants, rispettivamente di Seoul e Busan. Quando le due squadre si incontrano, i giornali sportivi sudcoreani parlano di El Lotlasico (“El” è la rappresentazione in inglese della pronuncia dell’iniziale di Lg mentre “Lot” indica il conglomerato Lotte), in riferimento a el Clasico del campionato di calcio spagnolo, ovvero la sfida tra Barcellona e Real Madrid.

Storia, influenza statunitense, necessità politica e pure business economico. Potrebbe però esserci anche una spiegazione culturale dietro alla popolarità del baseball in Giappone e Corea del Sud: il fatto che questo sport sia probabilmente il gioco di squadra per eccellenza. Uno sport, in parole povere, dove si vince e si perde giocando insieme ancor più del calcio, e dove la collaborazione tra pari e il sacrificio collettivo oscurano ogni genio individuale. Detto altrimenti: il baseball potrebbe essere uno specchio, più o meno distorto, delle società giapponesi e sudcoreane.  

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