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Technology

La rinascita di Huawei ovvero: la Cina autarchica che resiste alle sanzioni Usa

Nel mercato cinese degli smartphone Huawei detiene adesso il 15,5% della torta, posizionandosi appena dietro Apple.
Huawei

Huawei è viva e vegeta. Lo scorso aprile, e per il quarto trimestre consecutivo, il colosso di Shenzhen ha registrato un aumento dei profitti, superando Apple in patria e dimostrando la sua resilienza contro le sanzioni statunitensi.

Sembra passata un’era geologica da quando, nel 2019, Donald Trump aveva inserito l’azienda cinese nella entity list, nella lista nera statunitense che raccoglie i nomi delle imprese che, per rifornirsi nel Paese, sono chiamate ad ottenere il via libera dal governo. Le intenzioni di Washington erano chiarissime: impedire a Huawei di rifornirsi di quei componenti chiave, made in Usa, necessari per la creazione dei suoi dispositivi. Giusto per capire meglio di cosa stiamo parlando, all’epoca i principali smartphone dell’azienda di Shenzhen contenevano microprocessori per lo più realizzati da aziende americane, come Intel, Broadcom, Micron, Qualcomm, Seagate e Western Digital.

Per alcuni anni, in effetti, la creatura fondata da Ren Zhengfei ha sofferto la stretta degli Stati Uniti. Ma adesso, precisamente da agosto, dalla presentazione della serie di smartphone Mate 60 Pro, Huawei sembra essere rinata.

La rinascita di Huawei

Altro che crollo e bandiera bianca: Huawei è tornata in pista facendo mangiare la polvere alla rivale Apple, una delle punte di diamante del settore hi-tech Usa.

Nel primo trimestre del 2024 l’azienda cinese visto il proprio utile netto toccare quota 19,6 miliardi di yuan, circa 2,7 milioni di dollari, un valore in crescita del +564% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le vendite sono schizzate alle stelle: +37% su base annua, per un ritorno complessivo di 178,8 miliardi di yuan, circa 24,7 miliardi di dollari.

Il deus ex machina che ha consentito ad Huawei di ripartire è il citato Mate 60 Pro, alimentato dal chip Kirin 9000 che utilizza un processore avanzato da 7 nanometri realizzato dal principale produttore di chip cinese Semiconductor Manufacturing International Corp. (SMIC).

Ad aprile il colosso di Shenzhen ha rilasciato il suo ultimo smartphone, il Pura 70, alimentato dal processore Kirin 9010, una versione più recente di quello alla base del richiamato Mate 60 Pro.

Numeri alla mano, in Cina nei primi tre mesi del 2023 le vendite di smartphone targate Huawei sono cresciute di quasi il 70% su base annua. Di pari passo, le vendite degli iPhone sono diminuite del 19%, facendo segnare ad Apple la peggiore performance nel Paese dall’inizio della pandemia di Covid-19 nel 2020. Anche la quota dell’azienda di Cupertino nel mercato cinese degli smartphone è diminuita, passando dal 19,7% al 15,7%.

Sprint autarchico

Nel mercato cinese degli smartphone, Huawei detiene adesso il 15,5% della torta, posizionandosi appena dietro Apple. E con ampi margini di crescita.

In ogni caso, nonostante la rinascita dell’azienda, i funzionari statunitensi sono convinti che gli sforzi fin qui messi in atto per frenare la produzione avanzata di chip made in China stia funzionando. C’è addirittura chi ritiene che Kirin 9000 non sia così avanzato come quelli attualmente prodotti negli Stati Uniti. “I controlli sulle esportazioni stanno funzionando perché i loro chip (quelli dei cinesi ndr) non sono altrettanto validi. Sono anni indietro rispetto a quello che abbiamo negli Stati Uniti”, ha spiegato a CBS il segretario americano al Commercio, Gina Raimondo.

Eppure, se nel futuro Huawei riuscisse ad espandere il nuovo chipset Kirin nel suo portafoglio di fascia medio-bassa, allora a quel punto il Dragone potrebbe davvero rivoluzionare il mercato degli smartphone (e non solo). Molto di questo ipotetico successo dipenderà tuttavia dalla tenuta autarchica del sistema tecnologico cinese.  

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