Per molto tempo, complice la narrazione e le sue forzature letterarie che affascinano i lettori, ci si è convinti che la mattina del 6 giugno 1944 l’unico pilota tedesco ad alzarsi in volo per dare battaglia all’imponente forza d’invasione Alleata era stato un certo Josepf Pips Priller.
Un asso da caccia della meglio stirpe, senza dubbio, che accompagnato dal suo fedele gregario, Heinz Wodarczyk, aveva condotto con due caccia FockeWulf 190A-8 la sola, unica, disperata sortita nei cieli della Normandia. Portando un timido attacco al suolo nel settore di sbarco britannico. Precisamente su Sword Beach. Entrambi erano tornati incredibilmente incolumi alla base. Senza imbattersi nelle pattuglie di caccia Alleati che riempivano il cielo: gli Spitfire, gli Hurricane, i Typhoon e i P-51 Mustang con le ali dipinte da strisce bianche e nere per “riconoscersi” tra loro. Le invasion stripes.
La missione di Priller
I due piloti, appartenenti allo Jagdschwader 26 Schlageter che Priller comandava, furono “verosimilmente” i primi ad entrare in azione nel del D-Day.
Decollati, nonostante la completa confusione e contraddizione tra ordini e contrordini, per “rendersi conto” con i loro occhi di cosa stesse accadendo, e se stesse davvero avendo luogo l’invasione. Nascosti tra le nubi, i due caccia con la Balkenkreuz sulle ali riuscirono a spingersi indisturbati fino a Le Havre per proseguire lungo la costa e imbattersi nella flotta d’invasione.
Nonostante il rischio di essere sopraffatti dalla caccia avversaria che aveva di fatto la completa superiorità aerea, Priller e il suo gregario si lanciarono in picchiata per mitragliare la spiaggia; prima di cabrare e rifugiarsi nuovamente nelle nuvole per evitate di farsi abbattere dal fuoco antiaereo delle migliaia di navi da guerra che li avevano avvistati, solitari nel cielo.
Una vecchia leggenda
Contrariamente alla credenza popolare, il tenente colonnello Priller e il suo gregario non furono gli unici aerei della Luftwaffe ad attaccare le teste di ponte nel D-Day. Sebbene le forze aeree tedesche fossero in una condizione di sconfortante inferiorità numerica. Tale da risultare impotenti nei confronti della Royal Air Force britannica, dell’Ottava e Nova Forza Area statunitense, e della 2° Tactical Air Force appositamente creata dagli Alleati per supportare le operazioni anfibie. Altri piloti tedeschi volarono e attaccarono gli avversari come e dove potevano.
Ad esempio il capitano Helmut Eberspächer intercettò e abbatté con una formazione di quattro Fw 190 diversi bombardieri Avro Lancaster inglesi. Altri caccia portarono attacchi, limitati nella loro portata ed efficacia, sempre sulle spiagge del settore britannico. Tra questi viene menzionato il tenente Adalbert Bärwolf, che a bordo di un caccia Messerschmitt Bf-109 da ricognizione notturna è forse stato il “primo” tedesco ad individuare la grande flotta che all’alba del 6 giugno portava sulle coste della Normandia la forza d’invasione. Una flotta che si estendeva a perdita d’occhio.
Secondo i registri della Luftwaffe il 6 giugno 1944 furono diverse le sortite potenzialmente “suicide” condotte dai pochi caccia schierati nel settore. L’ultima incursione venne condotta poco dopo il tramonto. Nel complesso, i tedeschi rivendicarono diciotto vittorie aeree contro due perdite. Dati difficili da confermare.
Una difesa disperata nei cieli della Normandia
Nonostante il dominio dell’aria ottenuto e mantenuto da tempo dagli Alleati, durante il D-Day e nei giorni seguenti la Luftwaffe continuò a portare battaglia nei cieli della Normandia. Portare a termine 319 sortite con una forza di 168 caccia tra Bf-109 e Fw 190, e 67 cacciabombardieri.
Secondo alcune versioni solo il 50% circa degli apparecchi era in condizioni operative. Ciò nonostante i piloti tedeschi come Pips Priller tentarono l’impossibile. Proprio lui, il 15 di giugno, abbatterà il suo 100° avversario nei cieli della Normandia. Verrà insignito, il 2 luglio del 1944, della Croce di Cavaliere della Croce di Ferro con foglie di quercia e spade.
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