Il gabinetto di guerra israeliano è in una fase di altissima tensione dopo che Benny Gantz, nella giornata del 19 maggio, ha minacciato di lasciare il governo parallelo costituito da Benjamin Netanyahu dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso per coordinare le operazioni belliche a Gaza. Il leader del partito nazionalista di centro Unità Nazionale, assieme al collega di partito e ed ex capo di Stato Maggiore Gadi Eizenkot maggior esponente dell’opposizione nel gabinetto di sei membri formato l’11 ottobre scorso, lamenta a Bibi l’assenza di una chiara strategia per il prosieguo della guerra.
Le richieste di Gantz sono complementari a quelle del Ministro della Difesa Yoav Gallant, che come ricordato su queste colonne ha nelle scorse giornate avuto un aspro confronto con Netanyahu sull’assenza di un piano chiaro per il dopoguerra nella Striscia di Gaza e sul fatto che Israele rischi di navigare a vista. In una dichiarazione resa ai media israeliani Gantz ha dato come ultimatum a Netanyahu la giornata di sabato 8 giugno per presentare un piano sul dopoguerra a Gaza. Sul quale oggi Bibi, che ancora deve capire la visione da dare alla Gaza che intende plasmare, brancola nel buio.
L’impressione è che per l’ultradestra nazionalista israeliana, quella rappresentata dal “falco” Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, la guerra ai palestinesi sia un fine e non un mezzo per obiettivi strategici e che questa visione plasmi anche l’operatività di Netanyahu, per il quale una endless war se non ai palestinesi in toto quantomeno ad Hamas è funzionale per l’obiettivo di mantenere il potere. E così Netanyahu, che per questioni internazionali non può esporsi troppo sui progetti para-annessionistici degli ultranazionalisti, si limita a vaghe prese di posizione: non vuole rendere Gaza un “Fatahstan”, cioè darla all’Autorità Nazionale Palestinese, ma intende distruggere quello che chiama “Hamastan”. E al contempo non dice nulla su come vincere la guerra: offensiva su Rafah, si o no? Occupazione mirata di aree della Striscia o creazione di una fascia securitaria? E che fare delle infrastrutture militari di Hamas?
Contro tutto questo Gallant ha aperto una breccia interna al governo chiedendo chiarezza. E Gantz si è inserito, rumorosamente. Col Ministro della Difesa attuale, tra i “pragmatici” dell’esecutivo del Likud e degli alleati di destra Gantz, che questo dicastero lo ha guidato, condivide il passato militare e la conoscenza delle forze armate e dell’intelligence. Sa che una lunga guerra può logorare l’operatività militare e l’immagine dell’Israel Defense Force ed è conscio dell’esposizione politica, diplomatica e operativa che Israele subisce nella regione, con tanto di perdita di prestigio, per la guerra e i suoi spin-off. “È necessario un cambiamento strategico, non una perdita di tempo. Dobbiamo stabilire una strategia nazionale”, ha detto rivolgendosi a Netanyahu e facendo un primo passo, forte del ruolo politico di capo dell’opposizione, membro del gabinetto di guerra e primo leader nei sondaggi di opinione. Gantz propone “un cambiamento strategico, non una perdita di tempo. Dobbiamo stabilire una strategia nazionale” su cui, a suo avviso, bisogna innestare una strategia multi-laterale. Per Gantz Israele dovrebbe adoperarsi a “creare un meccanismo internazionale di governo civile per Gaza, che comprenda elementi americani, europei, arabi e palestinesi – che servirà anche come base per un’alternativa futura”.
Una mossa che mostra le strategie di Gantz, che ormai ad alta voce parla come un primo ministro “parallelo” forte di un grande ascendente presso le cancellerie internazionali, rinverdito da un recente viaggio a Washington. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato puntano su di lui così come il Pentagono punta su Gallant per evitare un esplosivo cocktail di tensioni politico-militari capace di far deragliare una guerra che si trascina da quasi otto mesi senza prospettive di fine. In una dichiarazione pubblicata come nota personale, Gantz ha inoltre proposto di ampliare il protocollo securitario di Israele riprendendo un vecchio pallino della diplomazia di Tel Aviv. Nel quadro dei piani per il dopoguerra a suo dire serve “avanzare la normalizzazione con l’Arabia Saudita come parte di un processo globale per creare un’alleanza con il mondo libero e l’Occidente contro l’Iran e i suoi alleati”. Un punto esiziale che mostra quanto la manovra di accerchiamento politico al primo ministro passi anche, se non soprattutto, per la ricerca di alternative a Netanyahu da parte delle cancellerie più vicine a Israele. A partire, ovviamente, dagli Usa, che in queste settimane hanno ripreso a spingere sulla triangolazione Tel Aviv-Riad-Washington per dare concretezza securitaria agli Accordi di Abramo.
L’uno due Gallant-Gantz mette Netanyahu di fronte a una prospettiva: scegliere se tirare dritto o aprire a una road map per cercare soluzioni militari e politiche alla guerra e per costruire gli scenari di domani. Ma creare prospettive significa vincolare la propria durata al governo agli eventi, cosa che Bibi ha dimostrato di non poter, saper e voler fare, complice l’onda lunga di processi e cause giudiziarie che rischia di affrontare qualora si trovasse destituito. Ben Gvir e il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich hanno contestato Gantz. Il primo invitando Netanyahu a cacciarlo dal gabinetto di guerra, il secondo rilanciando l’idea di insediare permanentemente Israele a Gaza. Nel governo si è aperto un fronte: il gabinetto di guerra da un lato, l’esecutivo maggioritario alla Knesset dall’altro. Il solipsismo del nazionalismo israeliano, quello “orgoglioso delle macerie di Gaza” da una parte. Uno Stato che si trova a dover dialogare con alleati e partner mentre si trova nelle secche di un conflitto senza fine dall’altro. In mezzo, Netanyahu contro Gantz. L’eterno dualismo della recente politica israeliana, oggi in guerra. Dalla cui soluzione dipenderà una grossa fetta del futuro della regione.

