Affrontare la questione israelo-palestinese nel dibattito pubblico oggi è quanto di più infernale possa esistere. Come per molte vicende internazionali, gli slogan si mescolano alle notizie raffazzonate dall’universo noncielodicono.org, soffermandosi con una visione miope stretta sull’oggi. Le dicotomie buoni/cattivi si sostituiscono alle valutazioni oggettive e all’uso corretto dell’intelletto quando invece sarebbero d’uopo esclusivamente per il the delle cinque e nulla più. Nel mezzo, orde di persone pronte a schierarsi come se si trattasse di un derby e che nulla conoscono della questione in sé e delle sue origini. Intanto uomini, donne e bambini rischiano di essere sepolti in piedi, a breve.
Le vicende alterne circa la Palestina affondano le loro radici nella notte dei tempi, fin dalle pressioni che costrinsero gli ebrei a disperdersi nel mondo a partire dal 70 d.C. Ma a ben rifletterci, la diaspora ebraica può arrivare a essere retrodatata perfino all’VIII secolo a.C.. Con un salto di quasi duemila anni, le sorti della Palestina andarono a intrecciarsi con le prime battute della decolonizzazione in Medio Oriente e Africa. La Seconda Guerra Mondiale e le leggi razziali in Europa avevano posto alle grandi potenze un problema “ebraico” piuttosto serio: cosa fare di queste migliaia di fantasmi che non avevano più nulla e che erano sopravvissuti allo sterminio? E di tutti coloro che spontaneamente coltivavano il desiderio di tornare nella terra dei “Padri”?
Fin dagli anni Trenta il problema era divenuto piuttosto concreto, in particolar modo dopo il 1933, quando in Palestina le immigrazioni ebraiche avevano portato la popolazione ebrea a 400.000 unità contro i circa 600.000 Arabi. Quello che fino a qualche anno prima era un controesodo minore, ora assumeva i numeri di una potenziale polveriera che nessuno avrebbe dovuto ignorare. Nel frattempo, le comunità ebraiche di tutto il mondo, orfane di una patria che nel frattempo era divenuta unicamente la fede, incominciarono a chiedere a gran voce la nascita di uno Stato ebraico indipendente. Obiettivo che nel 1942 divenne la ragione di vita e di lotta dell’Organizzazione sionistica mondiale. Nel 1945 i Paesi della Lega araba dichiararono il medesimo obiettivo, deliberando l’immediata creazione di uno Stato arabo nella stessa Palestina. Due popoli, un solo territorio: uno dei più gravi drammi geopolitici dell’era contemporanea aveva inizio.
Ma a chi toccava sbrogliare la matassa? Alla Gran Bretagna, potenza mandataria su quest’area. A Londra sarebbe spettato indicare a quale governo cedere lo scettro prima di abbandonare questa terra: ma il governo inglese aveva già mostrato di non saper gestire la vicenda mandataria. Non solo per via di quell’incauta dichiarazione Balfour del 1917, ma anche a causa dell’impossibilità di gestire la contro immigrazione ebraica in Palestina. Non a caso, durante la guerra, l’immigrazione clandestina divenne imponente. E gli Stati Uniti? Sebbene la politica americana nell’area subì uno scossone nel corso del 1945 grazie a Harry Truman (che scelse di infittire i suoi rapporti con la Jewish Agency), Washington finì coinvolta nella vicenda senza un disegno ben preciso, trovandosi a gestire il desiderio di far ritorno in Palestina di 100mila ebrei.

Londra, cercò una soluzione pilatesca: questi coloni erano autorizzati a giungere nell’area, ma senza diritto di acquistare terre in Palestina, proponendo anche la costituzione di due Stati nazionali distinti, uno arabo e uno ebraico. Ma a questa proposta non vi fu alcuna risposta. Il tempo a disposizione della Gran Bretagna stava per scadere. La soluzione migliore era mollare il fardello nelle mani di quelle Nazioni Unite nelle quali in tanti avevano riposto le proprie speranze del Dopoguerra:
qui venne ribadita l’idea di costituire due Stati, uno arabo e uno ebraico, con uno speciale regime di internazionalizzazione di Gerusalemme, città santa tre volte. Una mappa geografica indicava puntuale la probabile suddivisione fra i due Stati. A queste proposte gli Arabi risposero con un netto rifiuto; i sionisti, sì. L’Assemblea Generale però approvò il progetto. Due reazioni alle quali non si deve fare l’errore di guardare con la saggezza del poi: in quel preciso momento storico le due reazioni possedevano entrambe un proprio senso. In quella fase, pertanto, le speranze ebraiche e il senso di rapina del mondo arabo andavano compresi: reazioni viscerali di popoli che non possedevano un Stato e che coltivavano l’ambizione legittima ad averne uno. L’occidente aveva “inventato” il principio di autodeterminazione? Ora toccava applicarlo. Al di là di chi fosse lì da prima e perché: un gioco pericoloso che non aiuta il processo di pace in nessun modo. Pensiamo solo a cosa accadrebbe se proponessimo la tesi del “chi c’era prima di chi” a Kiev: l’Ucraina non esisterebbe più.
Il mandato britannico sarebbe scaduto il 1° agosto 1948. Il mondo occidentale avrebbe pagato ben presto la propria pusillanimità e il proprio cerchiobottismo. In quello che si poteva già definire “blocco occidentale” si era cercato a lungo di tenere il piede in due scarpe: dal un lato, non scontentare il mondo ebraico verso il quale esisteva un debito esistenziale incolmabile. Dall’altro, il flirt con i Paesi Arabi, e il loro cuor di bitume. Anche per questo il mondo arabo si sentì tradito dalle potenze occidentali. In Palestina fu il caos. Londra pensò bene di lavarsene le mani, anticipando la partenza delle proprie forze al 15 maggio 1948. In quella fase di anarchia, il mondo sionista si rivelò più compatto, motivato e pronto. Venne messo su un esercito regolare, di circa 60.000 uomini. A ciò si aggiunse il soccorso grazie alla segreta intesa stipulata con il governo della Transgiordania, che prevedeva che la stessa occupasse quella che oggi chiamiamo Cisgiordania. Questa compagine si imbarcò in una guerra contro poco più di 20.000 uomini fra Siriani, Egiziani, Iracheni, qualche migliaio di soldati della Legione araba e pochi Arabi palestinesi, la cui frammentazione e scarso coordinamento ne decretarono la sconfitta. Sullo stesso fronte si combatteva per per obiettivi diversi: chi per una nazione sognata da secoli, chi contro il nemico invasore.

Così, su una finestra volontariamente lasciata aperta sulla storia nacque Israele. Singolare il fatto che, nel contesto della prima Guerra Fredda entro cui questi fatti si svolsero, Stati Uniti e Unione Sovietica riconobbero immediatamente lo Stato di Israele. Una reazione bipartisan, si direbbe, affatto scontata, che molto ci restituisce sui fronti ancora acerbi nell’area. Nel 1948 la nascita di Israele venne salutata positivamente anche da Teheran, che fu il secondo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere Tel Aviv, dopo la Turchia. Un atteggiamento nell’area che oggi faticheremmo a comprendere, viste le relazioni di Tel Aviv con queste nazioni. Alla fine di quel 15 maggio, glorioso per Israele ma luttuoso per gli Arabi, una nuova nazione nasceva in Medio Oriente. Centinaia di migliaia di rifugiati invasero, mal tollerati, i Paesi vicini, salutati come fastidiosi questuanti. Gli Stati ospitanti erano restii a favorire l’accoglienza aperta: non solo per le conseguenze economiche ma soprattutto, perché una rapida assimilazione dei rifugiati avrebbe fatto scomparire la causa prima della lotta contro Israele. Fece eccezione solo la Giordania che riconobbe ai Palestinesi il diritto di cittadinanza. Quando le forze di Israele minacciarono di invadere il Sinai, giunse l’armistizio (attenzione, non la pace), ma i soldati di Londra erano già sicuri al calduccio.
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