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Politica

Sudafrica: dimenticare quello di Mandela per farne nascere uno moderno

30 anni fa il primo voto a suffragio universale. Ma il 29 maggio il partito di Mandela potrebbe perdere la maggioranza e...

Nkosi sikelel’ iAfrika: Dio protegga l’Africa. È questa la prima frase dell‘inno nazionale del Sudafrica, quello adottato ufficialmente nel 1997 e realizzato grazie alla “fusione” tra un vecchio canto religioso in lingua xhosa e il precedente inno in vigore nell’era dell’apartheid. E già proprio da qui è possibile inquadrare la complessità dell’attuale Sudafrica, l’unico Paese in cui l’inno è formato da strofe contenenti cinque lingue diverse: la parte iniziale è in xhosa, la seconda frase è in zulu, poi in mezzo ci sta una parte del brano in seshoto denominata “morena boloka” e infine la chiusura con il vecchio inno in afrikaans e inglese.

Non è un caso se esattamente trent’anni fa, quando il Sudafrica è andato per la prima volta al voto con suffragio universale, è stato coniato il termine “Paese arcobaleno”, prendendo spunto da una frase pronunciata anni prima dall’arcivescovo Desmond Tutu. Oggi di quanto accaduto nel 1994, di quelle elezioni che hanno visto la nascita del nuovo Sudafrica guidato da Nelson Mandela, c’è ben poca voglia di parlare. Ma non soltanto per le noti tristi vicende che stanno scandagliando da anni la fragile società della prima economia africana (a pari merito, da qualche tempo, con la Nigeria). Il punto focale è che, rispetto a trent’anni fa, il Paese ha subito ulteriori e drastici cambiamenti. Molti in negativo, da un lato: disoccupazione, povertà diffusa, criminalità, perdita di autorità da parte delle forze dell’ordine, indietreggiamento sul fronte sanitario e infrastrutturale. Ma non tutto è da gettare via: “Vedo ad esempio – è la testimonianza, resa su InsideOver, di un impegnato italiano di un un’azienda che si occupa di energia nella Western Cape – che le attuali difficoltà stanno contribuendo anche a una maggiore solidarietà nella popolazione e c’è un certo dinamismo politico e intellettuale“.

Il Sudafrica a breve andrà di nuovo al voto e, oltre ai bilanci di trent’anni difficili, è anche tempo di guardare al futuro. L’African National Congress (Anc), il partito guida della popolazione di colore e un tempo presieduto da Mandela, ora è in crisi di consenso e potrebbe scendere sotto il 50%. Per governare quindi, dovrà formare una coalizione e cedere parte di un potere tenuto in modo stretto negli ultimi decenni: forse un passo, alimentato dalle difficoltà, che potrebbe guidare il Sudafrica verso una democrazia più matura e non regolata in base a semplici dinamiche etniche.

La fine del “partito degli africani”

Il Paese andrà alle urne il 29 maggio e, comunque andrà, uscirà completamente diverso. Ne è convinta la folta comunità italiana, residente soprattutto nella Western Cape, la provincia il cui capoluogo è Città del Capo. La metropoli cioè “più europea” nell’aspetto, nell’urbanistica dei quartieri centrali e nella suddivisione della popolazione: qui sono infatti concentrati i principali investimenti provenienti dal Vecchio Continente e qui vive una parte significativa di afrikaner. Coloro cioè che parlano l’afrikaans, la lingua collegabile all’olandese e quindi ai primi coloni giunti qui dai Paesi Bassi. Non è certo un caso se Città del Capo da quasi un decennio è amministrata dall’Alleanza Democratica (Da), il principale partito di opposizione al governo trentennale dell’Anc.

“Qui è possibile toccare con mano il fallimento dell’Anc – ha dichiarato uno dei rappresentanti degli italiani nella Western Cape – non solo perché qui il partito è stato scavalcato dal Da, ma anche perché su molti aspetti la qualità della vita è andata progressivamente peggiorando“. In alcuni quartieri, quelli della sempre più ridotta classe media, manca a volte anche l’elettricità. In altre zone invece, le township abitate da una massa sempre più povera della popolazione hanno guadagnato terreno in modo disordinato e al loro interno i gruppi della droga hanno inesorabilmente preso il sopravvento: “Provare a uscire di casa in certi orari è difficile – ha aggiunto il lavoratore italiano – in Italia c’è stato un coprifuoco tre anni fa per via del Covid, qui a Città del Capo invece non serve nemmeno mettere leggi che proibiscano di uscire e non serve aspettare una pandemia: la gente semplicemente evita di stare fuori casa la sera, diversamente si rischia molto in termini di sicurezza”.

Per questo in tanti da anni, anche tra la popolazione di colore, non si affida più all’Anc: “Quando sono arrivato qui – ha spiegato ancora il nostro connazionale – era il 2005 e il partito di Mandela rappresentava tutti i cittadini delle varie comunità bantu, mentre il Da era solitamente votato soltanto dalla popolazione di origine europea. Oggi non è più così, il voto è trasversale: tra molti elettori di origine bantu non prevale più l’idea secondo cui se sei di colore allora devi votare per gli eredi di Mandela. Tutti hanno problemi e tutti hanno iniziato a votare per quel partito che più poteva garantire la risoluzione dei problemi, a prescindere se si trattava dell’Anc o meno”.

In questo senso, si inizia a vedere la fine del modello di Anc quale partito africano. La formazione guida delle lotte contro l’apartheid è oggi solo una delle possibili scelte di un popolo sempre più disilluso, oltre che sempre più povero: “Chissà se da questi problemi – ha concluso il lavoratore italiano ascoltato da InsideOver – possa sorgere un Paese paradossalmente meno diviso, dove magari si vota per opinione e non per una questione di appartenenza etnica”.

Verso una “reale” democrazia multipartitica

Il presidente uscente è Cyril Ramaphosa, veterano delle lotte di Mandela e a capo del Paese dal 2018. Il sistema politico sudafricano ha una particolarità: il presidente è sì capo di Stato e capo dell’esecutivo, ma non viene eletto direttamente bensì scelto dal partito che ottiene la maggioranza in parlamento. L’Anc, al potere dal 1994, ha espresso da allora quattro presidenti: Mandela, Mbeki, Zuma e quindi l’attuale Ramaphosa. Ma per la prima volta in trent’anni, il partito potrebbe scendere sotto la soglia del 50%. E pensare che fino a dieci fa, alla vigilia delle elezioni del 2014, l’unico vero dilemma riguardava l’ampiezza della vittoria della formazione che fu di Mandela e se, in particolare, l’Anc avesse raggiunto o meno una maggioranza dei due terzi del parlamento.

Cinque anni fa, il partito è sceso sotto il 60%, adesso lo spettro di dover governare in coalizione con altri è sempre più vicino. Anche perché l’opposizione a questo giro si è organizzata per bene: la Da ha messo su una coalizione con altri piccoli partiti ed è accreditata del 33% dei consensi. Forse, ipotizzano molti media sudafricani, è possibile la creazione di una grande coalizione proprio tra i due storici principali rivali. Il tutto per fronteggiare nemici comuni come, tra tutti l’Eff di Julius Malema: quest’ultimo, accreditato dell’11%, porta avanti una narrazione definita populista che preoccupa tanto l’Anc, timorosa di perdere consenso tra gli strati più poveri della popolazione, quanto la Da per via degli annunci relativi alla possibilità di espropriare le terre agli agricoltori di origine europea.

C’è poi un altro importante nemico comune, rappresentato da Jacob Zuma. L’ex presidente, costretto alle dimissioni nel 2018 per gravi accuse di corruzione, ha ancora molto seguito soprattutto nella provincia di Kwa-Zulu, di cui è originario. Nei mesi scorsi ha fondato un suo partito denominato uMukhonto we Sizwe (“La lancia della nazione” in lingua zulu e noto con l’acronimo Mk), nelle ultime ore accusato di aver raccolto firme false per presentarsi. Zuma, oggi 81enne, potrebbe intercettare altri voti all’Anc. Ma, così come sottolineato dagli stessi analisti sudafricani, è anche consapevole di dover raccogliere consenso tra gli afrikaneer per entrare in parlamento e dunque anche il suo partito potrebbe racimolare consenso in modo trasversale. Anche la sua retorica, di recente, è sembrata più conciliante e di sicuro più lontana dai propositi di requisire le terre agli agricoltori di origine boera.

In generale, considerando anche la presenza di altri partiti a carattere locale, come la formazione nota con il nome di Inkata (radicata tra gli elettori di origine zulu), pur tra molti limiti il Sudafrica sembra avviarsi verso una più sistemica e strutturata democrazia multipartitica. Dove non ci sarà soltanto un partito in grado di controllare ogni aspetto della vita politica ma, al contrario, una competizione su base non sempre settaria. Del resto, trent’anni di governo in solitaria hanno trasformato l’Anc in una torre colma di interessi corruttivi e di personaggi accusati di lucrare sulla vita politica: un potere condiviso e la consapevolezza di dover adesso guadagnarsi una maggioranza, forse potrebbero contribuire a rinfrescare e rigenerare le stanze dei bottoni sia a Pretoria, dove ha sede il governo, così come a Città del Capo, dove invece si trova il parlamento.

Uno Stato da ridisegnare

C’è stato quindi un Sudafrica dell’apartheid, poi c’è stato il Sudafrica dell’Anc. Il 29 maggio potrebbe sorgere un “terzo Sudafrica“, quello più multipartitico ma con sulle spalle i fardelli ereditati dai periodi passati. La disuguaglianza, figlia della segregazione dell’apartheid e mai realmente combattuta dal partito di Mandela, è la principale piaga. E oggi non interessa solo i cittadini di origine bantu, ma anche molti sudafricani di origine boera. Il divario economico tra le varie classi sociali e i vari strati della popolazione, stanno lacerando sempre di più il Paese. Se n’è avuta una drammatica dimostrazione nello scorso mese di agosto, quando un incendio ha divorato un vecchio edifici del centro di Johannesburg, la capitale economica sudafricana: all’interno di quello stabile, situato in una via un tempo cuore industriale della metropoli, c’erano decine di persone senza casa che avevano trovato un precario rifugio. A cause delle fiamme, almeno in 70 hanno perso la vita. Una strage della miseria e della povertà che, ancora una volta in modo drammatico, ha portato alla ribalta i gravi problemi di oggi.

Mancano infatti le case, manca un tetto sicuro per migliaia di persone, manca il lavoro e manca una vera prospettiva. Per questo in tanti si rifugiano nella droga, mercato che invece non sta conoscendo crisi. Anzi, in tutte le metropoli decine di bande più o meno organizzate si contendono ogni giorno intere piazze di spaccio e questo spiega l’impennata del tasso di omicidi registrati negli ultimi anni. Le ultime statistiche del ministero dell’Interno, parlano di almeno 86 persone uccise al giorno per le vie delle città sudafricane. Rispetto agli anni precedenti, la crescita è nell’ordine del 40%.

Una circostanza quest’ultima che si ricollega a un altro punto chiave, quello della sicurezza. Ne ha parlato, come sottolineato in precedenza, il lavoratore italiano ascoltato ai nostri microfoni. Per dare meglio l’idea, arrivano in soccorso altri dati diffusi dai media sudafricani: si stima in particolare che, in tutto il Paese, mezzo milione di persone lavorino nel settore della sicurezza privata. Vuol dire quindi che i cittadini oramai affidano le loro vite più alle guardie giurate e alle società esterne piuttosto che alla polizia, i cui uomini e mezzi faticano anche ad entrare nelle township di Città del Capo, Johannesburg e delle altre metropoli. Non è raro, camminando per le grandi città, vedere appartamenti e ville circondati da muri invasivi in cui fanno capolino torri di guardia, camere di videosorveglianza e filo spinato. Una sensazione di perenne stato d’assedio e di precarietà destinata a incidere nell’animo e nei meandri della società.

L’ancoraggio ai Brics

Parlare di Sudafrica, vuol dire parlare di Africa. Pur immerso nel profondo delle sue tante contraddizioni, il Paese ad oggi rappresenta l’economia più industrializzata del continente. Nonché l’unica potenza in grado di far parlare di Africa a livello internazionale. Pretoria fa parte dei Brics, l’organizzazione delle potenze emergenti che racchiude anche Russia, Cina, India e Brasile. Di recente, il governo di Ramaphosa ha destato clamore per l’azione giudiziaria contro Israele intentata al tribunale internazionale a proposito degli eventi di Gaza. In poche parole, nel bene e nel male, ogni voce che esce dal Sudafrica è una voce destinata a incidere sul futuro dell’Africa. Osservare le dinamiche del Paese oggi vuol dire, in prospettiva futura, osservare buona parte delle dinamiche dell’Africa che verrà.

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