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Politica

I socialisti di Sanchez trionfano in Catalogna: si apre un rebus tra Barcellona e Madrid

Dopo le elezioni in Catalogna sarà “derby” tra Barcellona e Madrid, e questa volta il Clasico del calcio spagnolo, la sfida Barça-Real, non c’entra. Invece c’entra – eccome – quanto accaduto nel voto di domenica 12 maggio. La Generalitat di...

Dopo le elezioni in Catalogna sarà “derby” tra Barcellona e Madrid, e questa volta il Clasico del calcio spagnolo, la sfida Barça-Real, non c’entra. Invece c’entra – eccome – quanto accaduto nel voto di domenica 12 maggio. La Generalitat di Catalogna ha votato per rinnovare il Parlamento locale e il risultato è stato un autentico trionfo del Partito Socialista guidato nella regione da Salvador Illa, già Ministro della Sanità della Spagna durante la pandemia di Covid-19, che ha ottenuto il 28% dei voti, +5% sul 2021, anno in cui i socialisti erano tornati dopo quindici anni primo partito della Catalogna senza poter, però, formare una coalizione.

La sfida della Catalogna dopo il voto

Ora i socialisti si candidano a governare la Catalogna: il partito di Sanchez ha svuotato parte dei consensi persi dalla Sinistra Radicale di Catalogna (Erc) del governatore Pere Aragones, scesa dal 21,3% al 13,6%. Sale, invece, al 21,6% (+1,5%) Junts x Catalunya, il partito centrista, liberale e indipendentista guidato dall’ex presidente Charles Puigdemont, ancora “in esilio” nel Sud della Francia, che a Madrid sostiene assieme a Erc l’ampia maggioranza creata nel 2023 da Sanchez per formare il suo governo. Il quale si è impegnato a aprire il discorso sulla trattativa per amnistiare coloro che nel 2017 avevano cercato di lavorare, guidati da Puigdemont, al fallito tentativo di staccare la Catalogna dalla Spagna via referendum indipendentista.

Il voto crea un derby per diversi motivi. In primo luogo: Sanchez a Madrid lavora per un colpo di spugna sulle problematiche degli anni scorsi, ma il voto al contempo seppellisce forse definitivamente il proceso, il progetto politico secessionista di Junts e Erc. I quali, ambiguamente, hanno lavorato politicamente per sostenere a Madrid un governo autonomista ma ovviamente contrario al distacco dalla Catalogna della Spagna presentando l’iniziativa ai loro elettori la mossa come una tattica necessaria a creare un clima politico favorevole all’indipendenza. Salvo poi veder il boom socialista nella loro stessa regione.

L’idea socialista: un governo di sinistra in Catalogna

In secondo luogo, Illa a Barcellona, con ogni probabilità, cercherà coalizioni diverse da quelle in campo a Madrid. Ne è, formalmente, pienamente legittimato. La formazione che guida, il Partito Socialista di Catalogna, è una sezione federata al Partito Socialista Operaio di Spagna (Psoe) che opera con la supervisione della formazione di Sanchez ma ha sul territorio ampia operatività organizzativa. Sostanzialmente, con i suoi 42 seggi il partito di Illa cercherà inizialmente una coalizione con Erc, che ne ha 20, e con la sinistra di Sumar, federata a Catalunya en Comu, la formazione municipalista dell’ex sindaca di Barcellona Ada Colau, che ne controlla 6. Il totale farebbe, secondo i calcoli, 68: il minimo per una maggioranza in un Parlamento di 135 deputati. Questo escludendo il quarto partito presente nella maggioranza di Madrid, Junts. Che si troverebbe nella condizione di sostenere i socialisti al cuore del Paese e non nella sua regione. Una mossa ritenuta rischiosa per Puigdemont, che ha rivendicato per se la possibilità di formare un governo.

Il terzo punto è dato dal fatto che in Catalogna si è rafforzata anche la destra più fieramente anti-indipendentista. Il Partito Popolare, che nel 2021 era crollato al 3,8%, è rimbalzato all’11%, Vox ha tenuto salendo dal 7,7% all’8%. 15 seggi per il primo e 12 per il secondo creano un blocco di 27 deputati che, sommati ai 42 socialisti, formano un inedito caso di maggioranza assoluta di seggi in Catalogna per partiti di rango nazionale e non regionale. Partiti, peraltro, estremamente rivali: la recente polemica sul rischio dimissioni di Sanchez per le polemiche sulle inchieste sulla moglie, partita da destra e affrontata dal presidente del governo centralizzando su di sé il dibattito, hanno dato visibilità a tutti e tre i partiti alla vigilia delle elezioni. Fagocitando i temi locali nella campagna catalana e dando l’impressione che la via per risolvere le questioni di Barcellona passasse per Madrid. Ma ora ogni tipo di governo sarà un rebus. “La grande frammentazione della Camera e i veti incrociati tra i partiti, secondo l’asse identitario Catalogna-Spagna, ma anche lungo l’asse sinistra-destra costituiscono l’ostacolo principale”, ha scritto El Mundo.

Puigdemont e le spine degli indipendentisti

I socialisti, vincitori, si trovano di fronte all’opportunità di salire al governo a Barcellona creando un inedito asse con Madrid. Ma, va ricordato, Illa potrebbe chiedere la rottura di quel fronte indipendentista che negli anni ha rappresentato una diga catalana verso le richieste centraliste del governo di Madrid e oggi viaggia sul fronte tra la sinistra di Erc e la destra moderata di Junts. Puigdemont, che pure non ha mal performato, da tempo soffre questa posizione.

Prosegue El Mundo: ” Puigdemont ha iniziato la campagna oscurato dall’effetto Sánchez e dalla sua minaccia di dimettersi da capo del governo, una manovra che ha molto sorpreso e infastidito Junts a causa del tentativo di polarizzazione socialista”. L’ex presidente catalano si trova di fronte a vari dilemmi: sostenere l’amnistia a Madrid, che gli permetterebbe il ritorno a casa, non aprendo un fronte sul governo catalano. Oppure sfidare Illa e Sanchez, col rischio di veder naufragare tutto e aprire all’ascesa della destra? Partite complesse e incrociate hanno al centro tanto Barcellona quanto Madrid. E anche Sanchez e il Psoe saranno chiamati a un esercizio di equilibrismo. Quando si vince, il rischio di voler stravincere può generare bulimia. Vale in ogni ambito, anche in politica. E un Paese polarizzato come la Spagna chiede unità e certezze. Difficili da trovare dopo la kafkiana situazione aperta dal voto catalano.

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