Qualche giorno fa Dmitry Lazutkin, portavoce del ministero della Difesa dell’Ucraina, ha detto che dovrebbe finire la situazione in cui una parte del Paese combatte e l’altra fa una “vita tranquilla. Forse questo sarebbe normale se avessimo un nemico debole, ma nel nostro caso l’intero Paese deve mobilitarsi”. Le parole di Lazutkin, oltre a rivelare il livello di allarme che agita la dirigenza ucraina dopo due anni e mezzo di guerra e nel pieno di un’offensiva russa verso Khar’kiv (la seconda città ucraina, con una popolazione che prima della guerra arrivava a 1,5 milioni di abitanti), punta un riflettore su quello che, al di là dei ritardi occidentali nel fornire armi e munizioni, è il problema più drammatico del Paese: la mera carenza di uomini.
Questo è un tema che brucia ai media occidentali, in gran parte sostenitori del partito della guerra fino alla sconfitta della Russia e poco disposti ad ammettere che questo obiettivo, ammesso che possa essere raggiunto, potrebbe anche comportare l’annientamento dell’Ucraina. Non per una sconfitta ma per puro e semplice esaurimento, essendo chiamata a combattere per conto nostro la più popolosa e potente Russia. Andrea Muratore, proprio su queste pagine, ha di recente dato conto del drammatico crollo demografico dell’Ucraina: nel 1991, al momento della fine dell’Urss e della proclamazione dell’indipendenza, aveva 51 milioni di abitanti, ora siamo scesi a 29. citiamo: “Secondo recenti studi, non sono mai state così basse nel Paese, in termini assoluti, da 300 anni. Ukraine Business News ha infatti ricordato che in tutta l’Ucraina, comprese le aree sotto occupazione russa, lo scorso anno i nati sono stati complessivamente 187mila. Tanti quanti ne nascevano, grossomodo, a inizio XVIII secolo, quando però gli ucraini si aggiravano tra i 4,5 e i 5 milioni”.
Il risultato della guerra scatenata dal Cremlino il 24 febbraio del 2022, certo. Ma anche della guerra nel Donbass (2014.2022), che noi abbiamo sempre definito “a bassa intensità” come se 15 mila morti e un milione di profughi non fossero abbastanza. E pure, tornando ancora un po’ indietro, del primo decennio post-indipendenza, segnato dalla corruzione dei potenti e dalla povertà di tutti gli altri. L’invasione decisa dal Cremlino ha massacrato l’economia ucraina (oggi il 58% del Pil è dedicato alla difesa del Paese) e ha ulteriormente incentivato la fuga dal Paese, non più solo per ragioni economiche ma anche per pura e semplice paura. L’ultimo dato ufficiale, quello dell’Unhcr, risale a fine novembre 2023 e parla di quasi 6 milioni di rifugiati nei Paesi europei e di 3,7 milioni di profughi interni. Dati da confermare, ma che circolano sui media ucraini, parlano inoltre di 20 mila uomini in età da servizio militare espatriati da quando è cominciata la guerra e di altri 20 mila intercettati e bloccati ai confini nel 2023 mentre cercavano di espatriare.
Alla luce di questi dati, dunque, si capiscono bene la parole preoccupate, anzi angosciate di Lazutkin. E si capisce bene, anche, quanta importanza abbia la nuova legge sulla mobilitazione che è stata da poco varata dal Parlamento ucraino e controfirmata dal presidente Volodymyr Zelensky. La legge ha avuto un iter a dir poco travagliato. Il primo testo, presentato dal Governo, è stato subito rispedito al mittente dal Parlamento, che vi ha trovato anche una serie di potenziali violazioni dei diritti civili. E va notato che nel Parlamento ucraino (la cui legislatura è terminata due mesi fa, ma per la legge marziale non si è andati a elezioni per rinnovarlo) il partito zelenskiano Servo del popolo ha da solo la maggioranza assoluta, e gode anche dell’appoggio di altre formazioni politiche. Mentre David Arakhamia, leader della frazione parlamentare di Servo del popolo e fedelissimo di Zelensky, ripeteva che la nuova legge andava comunque prima o poi varata.
Poi, in un vai e vieni tra Governo e Parlamento durato mesi, la legge è riuscita a superare 4 mila emendamenti e arrivare all’approvazione, preceduta comunque da provvedimenti parziali destinati a integrarla. Ricordiamo qui in provvedimenti più significativi:
l’età minima per l’arruolamento è scesa da 27 a 25 anni
è stato istituito un registro elettronico di tutti gli uomini validi in età da servizio militare
le categorie mediche che portavano all’esenzione dall’arruolamento sono state drasticamente ridotte. Abolita anche la categoria di “parzialmente idoneo” al servizio, restano solo quelle di “idoneo” e “inidoneo”.
Ma il provvedimento più significativo e pesante è quello che ha eliminato il congedo automatico per chi ha prestato servizio per almeno 36 mesi. Questo significa che molti soldati che combattono da due anni e mezzo perdono di vista la possibilità di tornare a casa.
Il più fervente sostenitore di una mobilitazione di massa era stato il generale Zaluzhny, comandante in capo delle forze armate ucraine, poi silurato da Zelensky. Secondo lui bisognava radunare altri 500 mila soldati per resistere alla pressione russa. Secondo diversi analisti ucraini, invece, la nuova legge riuscirà a radunarne più o meno 50 mila, mentre la Russia è fin grado di arruolare ogni anno tra i 30 e i 40 mila nuovi soldati.
Nello stesso tempo, il presidente Zelensky non ha smesso di chiedere ai Paesi europei dove sono più concentrati i rifugiati ucraini (il 25% in Germania, il 23% in Polonia e il 10% nella Repubblica Ceca) di rispedire in patria gli uomini validi, che sono circa 800 mila. Si tratterebbe, in pratica, di espellere centinaia di migliaia di rifugiati ucraini che hanno cercato all’estero sollievo dalle difficoltà della guerra, che sono anche di tipo sociale ed economico. Cosa non facile e di certo non bella. Alcuni politici (in Polonia, nei Paesi baltici, nella Repubblica ceca) hanno mostrato una certa inclinazione ad accogliere la richiesta zelenskiana, ma per ora nulla si è mosso a livello ufficiale. Tra il dire e il fare… Nel frattempo l’Ucraina è costretta a bruciare nella fornace della guerra le generazioni che sarebbero decisive per la vita del Paese: l’età media dei soldati ucraini al fronte è ormai intorno ai 43 anni. Quindi gli uomini più maturi e professionalmente preparati. Il loro sacrificio ha consentito per due anni di salvaguardare gli studenti fino ai 27 anni, quindi di proteggere il futuro del Paese. Ma adesso è in pericolo il presente. E come ha detto Lazutkin, nessuno può più chiamarsi fuori.
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