Alla fine si tratta pur sempre soltanto di sport, di gare, di atleti che aspettano quattro lunghi intensi anni per avere una ribalta globale e vincere una medaglia che può cambiare loro la vita. Il Cio, il Comitato olimpico internazionale, promuove una netta distinzione tra politica e sport, imponendo nel suo statuto la separazione tra la governance politica da quella sportiva e imponendo, tra le altre cose, il divieto di intromissione dei vari Governi nella gestione dei vari Comitati olimpici nazionali. Tuttavia, è innegabile che quando si è davanti a un’Olimpiade è impensabile e impossibile scindere del tutto l’aspetto sportivo da quello politico. Dietro i cinque cerchi, in poche parole, ci sono anche storie, vicissitudini ed eventi dal sapore politico e dalla grande rilevanza geopolitica. In vista di Parigi 2024, ripercorriamo la storia di alcune edizioni delle Olimpiadi che hanno avuto una rilevanza ben oltre l’ambito e l’aspetto legato alle gare.
Che cos’è Settembre Nero
Quando si pensa all’Olimpiade di Monaco di Baviera 1972, il pensiero va automaticamente a quanto accaduto tra il 5 e il 6 settembre. Un arco temporale di 24 ore che è stato il più difficile di sempre per una kermesse olimpica: quel giorno infatti, un commando terrorista affiliato al gruppo palestinese Settembre Nero ha fatto irruzione all’interno del villaggio olimpico con l’obiettivo di rapire gli atleti israeliani.
Per capire la genesi di quel drammatico episodio, conclusosi con la morte di 11 atleti, 5 terroristi e un poliziotto tedesco, occorre fare un salto temporale all’indietro di due anni. Il nome della fazione terrorista entrata in azione a Monaco è infatti riferito al settembre nero del 1970, una data che indica la guerra scatenata dalla Giordania di re Hussein all’interno dei campi profughi palestinesi. Qui avevano trovato riparo molti palestinesi espulsi dal territorio israeliano e l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) di Yasser Arafat vi aveva installato il quartier generale. Il governo di Amman però, dopo aver sostenuto i palestinesi nella battaglia di Karame del 1968, si era accorto che l’Olp si stava infiltrando lentamente nel controllo di intere aree del territorio giordano.
Non solo, ma il sospetto era legato anche alla possibilità che i palestinesi potessero insinuarsi anche nelle pieghe dello Stato giordano. La svolta si ebbe quando re Hussein scampò a un nuovo attentato: a quel punto, il sovrano decise di chiudere con la forza il conto con i palestinesi. Nel settembre del 1970, l’esercito giordano condusse una guerra casa per casa all’interno dei campi profughi, uccidendo decine di combattenti dell’Olp e di Al Fatah, il partito di Arafat.
Da qui la dicitura di “settembre nero” rimasta ancora oggi nell’immaginario collettivo palestinese. Ma dopo quel settembre, un gruppo in particolare si è staccato da Al Fatah per comporre una propria milizia chiamata proprio con il riferimento al mese in cui i giordani hanno colpito così duramente i palestinesi. Sarà il gruppo Settembre Nero, due anni più tardi, a macchiarsi dei crimini compiuti all’interno del villaggio olimpico di Monaco.
Un’Olimpiade per rilanciare la Germania
Nella città bavarese il clima, nel settembre 1972, era di festa. Sei anni prima, Monaco aveva ottenuto la vittoria su Madrid per ospitare le Olimpiadi: per l’intera Germania Ovest l’occasione era ghiotta per superare i principali steccati politici e culturali del dopoguerra. In primo luogo, il Paese aveva la possibilità di rifarsi un’immagine: presentare al mondo le nuove strutture sportive e le nuove infrastrutture, mostrare il livello raggiunto dalla ricostruzione post bellica. In secondo luogo, Monaco rappresentava anche l’occasione per far vedere lo stato dell’economia della Germania occidentale a dispetto invece di quella della Germania Est, ingabbiata nella sfera di influenza sovietica.
Ma soprattutto, i tedeschi a Monaco volevano definitivamente lasciarsi alle spalle gli strascichi dettati dal periodo nazista e dalla seconda guerra mondiale. L’ultimo grande evento ospitato prima dell’Olimpiade del 1972, era stato infatti l’Olimpiade di Berlino del 1936, vero palcoscenico per la propaganda hitleriana. Nella gestione dei giochi, in Baviera tutto era quindi stato programmato per apparire il più lontano possibile dall’organizzazione dagli anni del governo nazista. Circostanza che influì anche sulla sicurezza.
La sorveglianza del villaggio olimpico ad esempio, non era stata affidata ai poliziotti. Al contrario, entrate ed uscite dagli alloggi degli atleti erano in mano agli Olys, gruppi di volontari con divise bianche e blu e addestrati al massimo per sedare possibili risse e poco più. L’atmosfera doveva sembrare allegra e lontana dai controlli meticolosi della kermesse berlinese di 36 anni prima.
Forse anche questo ha accelerato il progetto dei terroristi affiliati a Settembre Nero. I quali, già nel mese di luglio del 1972, avevano effettuato numerosi sopralluoghi all’interno dello stesso villaggio olimpico. In una ricostruzione emersa anni dopo sul Der Spiegel, la causa scatenante dell’attentato sembrerebbe essere stata la mancata risposta, da parte del Cio, alla richiesta di partecipazione degli atleti palestinesi alla kermesse olimpica. Da qui la volontà, da parte dei terroristi, di lasciare un’impronta sui giochi.
Il massacro del 5 settembre
Sulle dinamiche dell’attacco sono state già scritte molte pagine, anche se non tutto a distanza di più di mezzo secolo è stato realmente chiarito. Tutto è iniziato quando, intorno alle 4 del mattino del 5 settembre, un commando di otto terroristi di Settembre Nero ha fatto irruzione nella palazzina del villaggio olimpico dove alloggiavano gli atleti israeliani. Del gruppo, solo in due sapevano realmente quale obiettivo si stava andando ad attaccare: Issa, il negoziatore, e Tony. Questi i due nomi di battaglia: entrambi conoscevano la zona in quanto, il primo come ingegnere e il secondo come cuoco degli operai, avevano lavorato alla costruzione del villaggio.
Quando si era diffuso l’allarme, nelle prime ore del mattino, due atleti israeliani erano già morti nella prima colluttazione. Le gare previste nel programma avevano ugualmente preso il via. Tutti i riflettori però si erano inevitabilmente spostati sul villaggio olimpico: qui un miliziano, affacciato alla finestra con un mitra e con il volto coperto dal passamontagna, veniva ripreso dalle telecamere di tutte le Tv internazionali accorse sul posto. E sarà questa la scena che, prima ancora delle gare e delle premiazioni, resterà come quella più tristemente nota dell’Olimpiade del 1972.
All’interno della palazzina della delegazione israeliana, gli atleti tenuti in ostaggio erano nove. Le trattative per la loro liberazione sarebbero poi andate avanti per tutto il giorno, fin quando in tarda serata la polizia aveva acconsentito al trasferimento di rapitori e ostaggi in uno degli aeroporti di Monaco: da qui, almeno stando a quanto promesso ai terroristi, un aereo avrebbe portato tutti a Il Cairo. Si trattava però di una trappola: il velivolo, pronto a partire, vedeva a bordo la presenza di poliziotti i quali, una volta resisi conto delle scarse condizioni di sicurezza, decidevano di abortire la missione.
I terroristi avevano così capito, giunti sul posto, l’inganno nei loro confronti. Ma la polizia, dopo l’uscita degli agenti dall’aereo, non aveva fatto in tempo a riorganizzare le proprie forze all’interno dello scalo. I poliziotti piazzati a bordo pista potevano fare ben poco e, davanti alla furia dei membri del commando di Settembre Nero, avranno solo la possibilità di provare a rispondere ai colpi per neutralizzare i terroristi più esposti. Ormai però la situazione era sfuggita di mano: i miliziani, una volta scesi dall’aereo, piomberanno sugli elicotteri con gli ostaggi all’interno e uccideranno tutti gli occupanti.
Se le fasi delle trattative si erano svolte in diretta, quelle più drammatiche invece sono avvenute in una fredda pista lontana dalle telecamere. Vedendo gli atleti israeliani uscire assieme ai terroristi per dirigersi sugli elicotteri, molti giornalisti avevano pensato a un buon esito delle trattative e a una prossima risoluzione positiva della vicenda. Alle 23:00, le agenzie internazionali battevano addirittura la notizia della liberazione degli ostaggi. I corrispondenti israeliani a Monaco avevano girato questa informazione alle proprie redazioni in patria, quando era già mezzanotte e i quotidiani erano in stampa. L’indomani così, in Israele tutti i principali giornali avevano aperto sulla fine dell’incubo per i propri atleti.
L’amara sorpresa l’opinione pubblica l’apprenderà l’indomani, guardando i telegiornali: 11 atleti erano stati uccisi, un poliziotto era morto e tre terroristi, gli unici sopravvissuti del commando, erano stati arrestati. Una mattanza senza precedenti in una kermesse olimpica, con l’intero mondo che aveva guardato con sgomento all’irruzione del terrorismo nel bel mezzo di una festa, di un evento concepito per accomunare le varie nazioni. Lo spettacolo era comunque andato avanti: al mattino del 6 settembre, la fiaccola olimpica era accesa e gli atleti in lizza per le medaglie erano tornati a gareggiare.
Le conseguenze
Il primo elemento ad emergere sotto gli occhi di tutti è stata l’impreparazione tedesca: i servizi di Berlino non sono riusciti a intercettare prima dei Giochi il commando di Settembre Nero che ha poi commesso la strage. Non solo, ma anche nelle fasi delle trattative e rilascio degli ostaggi, alcune leggerezze da parte delle forze di sicurezza sono state giudicate decisive per il cattivo esito della vicenda. Non è un caso se, dopo la mattanza di Monaco, la Germania penserà a costituire delle vere forze anti terrorismo.
L’altro elemento rimasto nella storia di quella tragedia riguarda invece la reazione di Israele. La premier di allora, Golda Meir, assieme ai vertici del Mossad, il servizio segreto israeliano, ha subito promesso di reagire ma le prime azioni contro Settembre Nero non sono arrivate nell’immediato. Soltanto alcune settimane dopo è stata infatti varata l’operazione “Ira di Dio”, con la quale andare a colpire i membri dell’organizzazione palestinese con azioni mirate e “chirurgiche” contro i vertici. Anno per anno, tutti i principali sospettati dell’azione terroristica sono stati rintracciati e uccisi, il più delle volte mentre si trovavano al di fuori dell’area mediorientale. La reazione dello Stato ebraico ha contribuito ad alimentare la fama dei servizi di sicurezza israeliani, capaci di scovare i principali nemici anche a distanza di anni e senza scatenare operazioni clamorose. Una “deterrenza soft” che, letta con gli occhi dell’attualità, appare ben diversa dalle recenti strategie degli ultimi governi israeliani.
C’è poi il discorso legato all’impressione destata dall’azione terroristica. Si è avuto infatti il drammatico ingresso delle vicende politiche e terroristiche all’interno delle Olimpiadi. La strage di Monaco rimarrà infatti per sempre uno dei tasselli più gravi dell’eterno conflitto israelo-palestinese. Non certo l’unico svoltosi al di fuori dell’area mediorientale, ma di sicuro quello più tristemente celebre avvenuto in Europa. E questo perché, di fatto, nelle ore dell’attacco la guerra è stata vissuta in mondovisione.
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