Skip to content
Criminalità

Don Antonio contro i signori della droga. A pallonate

Laddove lo Stato e le istituzioni locali sono assenti ingiustificati, nelle periferie dimenticate di Roma dove l’illuminazione pubblica manca e i rifiuti ingombrano i bordi delle strade, dove si spaccia, si spara, si muore di overdose o per una dose...

Laddove lo Stato e le istituzioni locali sono assenti ingiustificati, nelle periferie dimenticate di Roma dove l’illuminazione pubblica manca e i rifiuti ingombrano i bordi delle strade, dove si spaccia, si spara, si muore di overdose o per una dose non pagata, c’è un prete in trincea che – armato di megafono e di un pallone da calcio – nel cuore della notte, spostandosi da una zona periferica all’altra della Capitale, scortato da un gruppo di angeli custodi della Polizia di Stato, compie di veri e propri blitz per occupare le piazze di spaccio e rispondere a chi gli grida “infame” che “l’infame sei tu che ti nascondi nell’ombra, non io che cammino nella luce”.

Un prete “contro”

Don Antonio Coluccia per alcuni è un pazzo, per altri un missionario, per altri ancora un kamikaze calato nell’abito talare. Pugliese, ex operaio in fabbrica, uno zio poliziotto – Vito Coluccia – morto nell’inseguimento di un latitante della Sacra Corona Unita, don Antonio è diventato famoso negli ultimi anni per le sue “passeggiate della legalità”, che a chiamarle così sembrerebbero iniziative pacifiche, ma dove lo scorso anno ci ha quasi rimesso la pelle. A Tor Bella Monaca, periferia Est di Roma, un balordo ha tentato di investirlo. Un uomo della scorta l’ha salvato e il balordo si è beccato due pallottole.

Nel corso di queste “passeggiate”, il prete alto un metro e novantacinque, faccia da attore e capelli al vento, fa opera di disturbo nel cuore delle piazze di spaccio, insegue i pusher, stana i nascondigli dove i ragazzini – a volte bambini di 12 anni – nascondono le dosi di cocaina, crack, eroina e pasticche: “Così danneggio il welfare dei clan criminali” dice.

Intere zone di Roma in mano ai narcotrafficanti

In un incontro che si è svolto presso l’Istituto superiore Paolo Baffi di Fiumicino, in una zona caratterizzata dalla presenza di un grande complesso di case popolari, al confine con Ostia e i suoi problemi di criminalità organizzata, rivolgendosi agli studenti don Coluccia ha raccontato di come sia facile cedere al fascino di una vita criminale e ancor più facile restarne invischiati per sempre: “Lo spacciatore di periferia lo riconosci subito: veste firmato, guida macchine vistose – rigorosamente prese a noleggio -, ostenta un benessere che stona con il contesto degradato. Ma nella realtà dei fatti, quel ragazzo è in trappola. Chi l’ha messo sulla strada a spacciare droga non esiterà ad abbandonarlo alla prima occasione, a venderlo”.

Nel corso dell’incontro, il prete “anti-spaccio”, come è stato ribattezzato, ha puntato il dito contro la politica assente: “Quando dalla Puglia mi sono spostato a Roma, non avrei mai immaginato di trovare una situazione del genere. Qui dove c’è il Papa, qui dove c’è il Presidente della Repubblica, dove ci sono i ministri, i sottosegretari, e chi più ne ha più ne metta, le periferie sono in mano ai narcotrafficanti. Bande di italiani, albanesi, tunisini che occupano militarmente interi quartieri, obbligando le persone oneste – che sono la maggior parte – a sottomettersi. Lo fanno con la violenza, con l’intimidazione”.

Don Coluccia ha raccontato come in alcune zone ci sia una sorta di coprifuoco: “A partire dalle 18, in alcuni quartieri gli ascensori dei palazzi vengono bloccati. La gente non deve più uscire di casa perché gli androni diventano i quartieri generali dei clan. A partire dalle 18 si consuma la maggior parte degli agguati e degli omicidi, come quello di Fabrizio Piscitelli, conosciuto come Diabolik, giustiziato al Parco degli Acquedotti nel 2019″.

Il dramma della droga

Il prete in trincea ha poi raccontato il dramma della droga diffusa tra i più giovani: “Proprio oggi un ragazzo del Quarticciolo [periferia di Roma], per sfuggire a un controllo della Guardia di Finanza ha ingerito delle dosi di droga. Poco dopo è morto in mezzo alla strada. Ho visto bambini di 13 anni fumare il crack e altri spacciarlo; ho visto ragazzi di 22 anni morire per overdose su una panchina. Nella periferia di Roma tutto questo è normale, non solleva indignazione. E allora nel silenzio delle istituzioni, chi è che deve fare qualcosa, se non la Chiesa?”.

Nelle sue incursioni notturne, don Coluccia irrompe nelle zone più malfamate: “Sono consapevole di esporre gli uomini della scorta a dei pericoli, ma se non faccio io certe cose, chi le fa?”. E in effetti, spesso è grazie a lui che si parla di questioni a margine delle cronache e dell’agenda pubblica: “In certe zone a nessuno interessa intervenire. Molto meglio lasciarle in mano alle bande criminali. Ma io non lo accetto, è proprio qui che io devo stare, cercando di offrire un’alternativa ai ragazzi e alle ragazze che pensano di non avere un futuro”.

In missione per conto di Dio

A San Basilio, quartiere ghetto ai margini della Capitale, don Coluccia ha fondato una palestra di pugilato. Dalle finestre dei palazzi qualcuno gli grida insulti di ogni tipo, lui, al megafono, risponde “Prego per te” e, intanto, tira calci ad un pallone. Potrebbe davvero sembrare il personaggio di un film; come in The Blues Brothers, don Coluccia è in missione per conto di Dio.

A volte intorno a sé attira nugoli di ragazzini, mamme intimorite, qualche ragazzo e persino qualche uomo. Altre volte cammina da solo. A guardarlo viene in mente un Don Chisciotte contemporaneo, che oltre a battersi coi mulini a vento, qualcuno lo salva davvero, strappandolo alla strada grazie alla fondazione da lui creata, l’Opera San Giustino. Ma don Coluccia non è il personaggio creato da Cervantes, è un uomo in carne e ossa che ha scelto di fare della sua vita una continua prova di resistenza contro il degrado e l’ignoranza, una crociata contro signori e signorotti della droga. E sembra anche divertirsi.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.