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Politica

Netanyahu e Gallant, ricordatevi di Golda Meir e Moshe Dayan

Nell'ottobre del 1973, colto di sorpresa nello Yom Kippur, seppe accettare le proprie responsabilità. Dal 7 ottobre del 2023, Netanyahu fa la guerra per sfuggire alle proprie.

Non v’è chi non veda quanto le sorti della guerra di Gaza (sempre ammesso che questa strage di civili possa essere chiamata guerra) siano legate alla sorte personale di Benjamin “Bibi” Netanyahu e alla sua altrettanto personale indisponibilità ad accettare le responsabilità del ruolo che ha occupato per tanti anni e che così cinicamente, e insieme disperatamente, cerca di conservare. La “guerra” a Gaza prosegue anche perché è l’unico modo che Netanyahu ha per restare al potere. Nonostante tutto, nonostante tutti gli errori.


Per approfondire leggi le analisi di InsideOver sul conflitto in Medio Oriente:


In questo Netanyahu è sideralmente lontano dai suoi predecessori, da grandi figure della storia di Israele. Per esempio da un primo ministro come Golda Meir o da un ministro della Difesa ed eroe nazionale come Moshe Dayan, che certo non avevano le sorti dello Stato ebraico meno a cuore di quanto le abbia Bibi. Quei nomi ci riportano a fatti accaduti cinquant’anni esatti prima del 7 ottobre 2023, il giorno del massacro ordito da Hamas su 1.200 civili israeliani, il giorno del grande fallimento di Netanyahu e del suo Governo di estremisti. Era il 6 ottobre del 1973 e gli eserciti di Egitto e Siria, approfittando dell festa ebraica dello Yom Kippur (il Giorno dell’Espiazione, menzionato quattro volte nella Torah), colsero di sorpresa le difese di Israele. Allora come il 7 ottobre scorso, i numerosi segnali e avvertimenti erano stati ignorati. Lo Stato ebraico fu salvato dall’intervento degli Usa (il presidente Nixon mandò carichi su carichi di armamenti) e dal suo spirito indomito. Riuscì a rovesciare la situazione e a vincere anche quella guerra.

Subito dopo la vittoria, però, furono le autorità stesse a cercare di rispondere alla domanda che tutti gli israeliani si facevano: di chi era la colpa? Chi avrebbe dovuto vigilare e si era invece fatto cogliere di sorpresa? Golda Meir non lasciò i suoi cittadini senza una risposta. Il 21 novembre del 1973 convocò una commissione d’inchiesta, la Commissione Agranat (dal nome di Shimon Agranat, allora presidente della Corte Suprema) incaricata di indagare. Nel suo rapporto finale la Commissione puntò il dito contro il capo dell’intelligence militare, Eli Zeira, e contro il capo di stato maggiore, David Elazar. Entrambi, alla pubblicazione del Rapporto, rassegnarono le dimissioni. La Commissione Agranat era stata organizzata per giudicare l’operato dei soli militari. Ma quanto portava alla luce era insostenibile per il senso di responsabilità della Meir e di Moshè Dayan, che si dimisero mesi prima della fine dei lavori.

Al di là delle pecche nel sistema difensivo di Israele che aveva portato alla luce, la Commissione Agent svolse un altro fondamentale compito: trasmettere alla società israeliana l’idea che il senso di responsabilità era dovere di tutti. Nessuno escluso. Guardiamo invece che cosa è successo dal 7 ottobre del 2023 a oggi. Né il primo ministro Netanyahu né il ministro della Difesa Yohav Gallant hanno rassegnato le dimissioni. Di più: non hanno nemmeno provato a dare una spiegazione credibile del fallimento del 7 ottobre. Tantomeno lo ha fatto Itamar ben Gvir, cosiddetto ministro della Sicurezza nazionale. Nessuna commissione d’inchiesta è stata istituita. Nessuna vera ipotesi di cambio al Governo o di elezioni anticipate è stata avanzata, fatta salva la proposta di Benny Gantz, che pure siede nel Gabinetto di guerra, e che ha chiesto di andare al voto ma… in autunno. Ha rassegnato le dimissioni solo Aharon Haliva, il capo dell’intelligence militare. Ma gli israeliani hanno dovuto aspettare il 22 aprile del 2024 per vederlo accettare il peso del fallimento. A tutti gli altri dirigenti, invece, è risultato più facile ammazzare oltre 30mila mila tra donne e bambini in quella che tuttora chiamano “guerra”.

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