Mentre le piazze di Tel Aviv tornano a riempirsi di cittadini israeliani che chiedono le dimissioni del Governo Netanyahu, la trattativa che ruota intorno agli ostaggi ancora detenuti da Hamas nella Striscia sembra aver raggiunto un momento decisivo. Intanto la gestione dei colloqui tra i dirigenti politici di Hamas e quelli di Israele è ormai passata interamente nelle mani dell’Egitto. Il Qatar, che per diversi mesi era stato il mediatore per eccellenza in questa crisi, è stato di fatto sfiduciato. Per la mancanza dio risultati concreti e anche perché Israele l’accusa di essere troppo “tenero” con i terroristi di Hamas: nessuno dei loro capi è stato espulso dal regno qatariota, nessuno dei conti bancari su cui il movimento fa girare i propri soldi è stato bloccato. Atteggiamenti che, all’occhio di Netanyahu e dei suoi, sanno di complicità. L’Egitto, al contrario, ha tutto l’interesse a darsi da fare: un’eventuale operazione israeliana a Rafah lo coinvolgerebbe direttamente nella crisi, spingendo più di un milione di palestinesi a cercare rifugio proprio in territorio egiziano. Una prospettiva cui al Cairo guardano con enorme preoccupazione, tenendo anche in conto che almeno 100 mila palestinesi sono già riusciti a passare il confine.
Non è un caso, quindi, se gli israeliani hanno definito “molto positiva” l’ultima tornata di colloqui a distanza (appunto attraverso gli egiziani) con gli esponenti di Hamas. Sostengono, le fonti bene informate sulle discussioni interne al Governo Netanyahu, che Israele sarebbe pronto a concessioni importanti pur di ottenere la liberazione degli ostaggi: la rinuncia, almeno in questa fase, all’attacco su Rafah (lo h confermato esplicitamente il ministro degli Esteri Katz: “Se ci sarà l’accordo sugli ostaggi sospenderemo l’operazione”); una tregua; il ritorno, almeno parziale, dei palestinesi nel Nord della Striscia di Gaza; e il ritiro delle truppe israeliane dal cosiddetto Corridoio Netzarim che taglia in due la Striscia. In cambio, però, gli israeliani vogliono la liberazione immediata di 33 ostaggi, e non di 20 come in una precedente fase proponeva Hamas.
Intorno questa cifre si dipana la parte più orribile di questa già orribile vicenda. I terroristi di Hamas, il 7 ottobre scorso, presero 133 ostaggi per ricattare Israele, sperando così di bloccare l’inevitabile reazione israeliana. Netanyahu ha cercato di ricattare Hamas lanciando un’operazione che non ha tenuto in alcun conto le vite dei civili palestinesi e così sperando di piegare i terroristi islamisti. Ora, dopo 204 giorni di guerra e almeno 40 mila morti dell’uno e dell’altro campo, sia Hamas sia Netanyahu si trovano ad aver fretta. Perché viene dato ormai per accertato che dei 133 ostaggi iniziali ne siano rimasti in vita solo 33 (qualcuno dice anche 36). Hamas deve concludere qualcosa perché, dopo aver attirato sulla sua gente la strage compiuta dagli israeliani, rischia di non avere più ostaggi per il suo ricatto e quindi di esporre il popolo di Gaza a un’ulteriore offensiva, quella su Rafah. Netanyahu deve riportare a casa ora, subito, qualcuno dei cittadini israeliani sequestrati perché basterebbe qualche altra settimana di guerra per perdere anche i residui 33. E si può facilmente immaginare che cosa succederebbe, dal punto di vista politico, a lui e al suo Governo se il bilancio finale di questa operazione fosse la perdita di tutti gli ostaggi, la sopravvivenza di Hamas e le decine di migliaia di morti civili che, non dimentichiamolo, sono oggetto dell’indagine della Corte Penale Internazionale dell’Aja dopo la denuncia del Sudafrica, che accusa Israele di genocidio. Netanyahu inseguito da un mandato di cattura internazionale come Putin? Difficile ma non impossibile. Il che già basta a raccontare lo sprofondo in cui Netanyahu ha precipitato il suo Paese.
Fulvio Scaglione
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