Da un paio di giorni la notizia è diventata una delle più cliccate sui motori di ricerca: un avvocato di Treviso – che si vocifera sia in lizza per un premio Nobel a scelta – sembrerebbe aver scardinato il perverso sistema occulto che regola lo strumento più odiato dal pleistocene ad oggi: l’autovelox. Dopo aver preso una multa per aver superato di poco il limite fissato a 90 km orari, l’uomo, che ha un nome e cognome – ma non importa, perché gli eroi trascendono le logiche anagrafiche – ha fatto ricorso. E il suo ricorso è stato accettato dalla Corte di Cassazione, sollevando un putiferio che ha del leggendario.
Se dovessimo fare una classifica dei tre momenti in cui il popolo italiano è stato più unito nella sua storia, al primo posto troviamo la Prima guerra mondiale dopo la battaglia di Vittorio Veneto; al secondo la vittoria ai Mondiali di calcio del 2006; al terzo – ma in rapida scalata – l’odio verso gli autovelox.
Un odio che sembrerebbe condiviso persino dai magistrati, che dimostrano così di essere a loro volta sottoposti alla giustizia terrena. O, in questo caso, ingiustizia. Sì, perché sembrerebbe che da adesso – posto questo precedente clamoroso – fare ricorso verso le multe da autovelox considerate illegittime sarà molto più facile.
Sorvolando sul fatto che il sistema per fare ricorso è un bagno di sangue burocratico che tanto vale pagare e guadagnarci in salute mentale, il punto è nel cortocircuito – anch’esso squisitamente burocratico – che regola il funzionamento di questo strumento del demonio (cfr: autovelox).
Tutto si gioca sul piano semantico, precisamente sulla differenza tra un autovelox “approvato” e uno “omologato”. In termini legali l’omologazione attesta che il dispositivo rispetta i requisiti tecnici stabiliti dalla normativa; l’approvazione consiste invece nell’autorizzazione di un prototipo secondo standard definiti. Voi ci avete capito qualcosa? Non temete: non siete i soli. Nemmeno la legge distingue in modo chiaro i due concetti. Il punto è che senza l’omologazione – che ha un costo rilevante per i Comuni – ci potrebbe essere una disparità nella rilevazione della velocità. Il secondo punto – e qui veniamo al tema del ricorso – è che dimostrare la mancata omologazione dell’autovelox colpevole di averci fotografati mentre sfrecciavamo sui nostri bolidi comprati a rate è maledettamente difficile.
Cosa insegna, però, tutta questa vicenda? Che la giustizia divina esiste? No. Che la determinazione (quella dell’avvocato del ricorso) paga? Forse. Il vero insegnamento che ci regala questa storia è che spesso le apparenze ingannano. Ecco allora che quel Fleximan che circa un anno fa è stato l’uomo più ricercato d’Italia, che al confronto Matteo Messina Denaro era un principiante (e come Matteo Messina Denaro forse lo troveranno tra 30 anni), non è più l’eroe popolare che abbatteva autovelox in Veneto. Fleximan assurge ora al ruolo di servo dei poteri forti.
Se tutto questo non è un sogno, se effettivamente ci libereremo dal giogo tirannico degli autovelox in agguato dietro le curve o a rovinare un bellissimo rettilineo (per non parlare di quelli mobili, davvero odiosi), tutta la vicenda umana di Fleximan andrà vista sotto una luce diversa. Perché sarà evidente che Fleximan, con la sua opera di apparente vandalismo etico, ha cercato in realtà di tutelare quelle istituzioni che fingeva di combattere.
Se verrà poi fuori che ad essere abbattuti dalla sua sega sono stati proprio gli autovelox non omologati, allora sarà chiaro come il sole che abbiamo esaltato l’eroe sbagliato. Allora dimentichiamoci di Fleximan e, prima che sia troppo tardi e la notizia non faccia più notizia, date una medaglia a quell’avvocato di Treviso!
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