Ha fatto molto clamore il risultato delle elezioni amministrative turche del 31 marzo, giornata che ha segnato forse la più dura e complessa tornata di voti per il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha perso contro l’opposizione del Partito Popolare Repubblicano (Chp) nelle prime cinque città del Paese.
Per la prima volta in oltre vent’anni di potere dell’Akp, in cui Erdogan è stato primo ministro e poi, dal 2014, presidente, il Chp batte l’Akp a un voto di valenza nazionale: ha preso 17,3 milioni di voti su oltre 46 milioni di suffragi, il 37,7% e un milione di voti in più dell’Akp, che si è fermato alle soglie del 35,5%. Ha vinto 35 degli 81 capoluoghi di provincia senza patti elettorali con le altre opposizioni, difeso Istanbul e la capitale Ankara, i cui sindaci Ekrem İmamoğlu e Mansur Yavaş hanno vinto con maggioranze del 51% e del 60%. Ha mantenuto Smirne e Antalya, conquistando agli avversari islamisti e nazionalisti Bursa arrivando a controllare le prime cinque città turche.
Un voto, dunque, di importanza capitale visto quanto il potere di Erdogan si è radicato in questo ventennio. “La vittoria del Chp nelle roccaforti del partito di Erdogan riguarda inoltre l’Anatolia: le città di Adiyaman, Giresun, Usak o Afyon hanno votato per la prima volta per un partito non conservatore né nazionalista”, ha ricordato Il Manifesto, aggiungendo che sono avanzate anche le formazioni curde e socialiste: “Merita poi la massima attenzione il 5,6% ottenuto dal Partito della democrazia e dell’uguaglianza del popolo (Dem), che partiva dal 4% del predecessore Hdp, sciolto di fatto dalla Corte Costituzionale nel 2023”.
Il dato di fatto politico è chiaro. Resta da capire se questo voto possa esser visto come un punto di svolta per Erdogan e il suo potere meno di un anno dopo la sua terza conferma al ballottaggio presidenziale del 2023. Con nessuna elezione di rango nazionale in arrivo nei prossimi anni, il segnale è ambivalente: da un lato, la democrazia turca si dimostra tutt’altro che tramontata. Dall’altro, ora il Chp dovrà capire come capitalizzare i consensi in un contesto in cui la vera battaglia sarà sulla riforma costituzionale che permetterebbe a Erdogan di ricandidarsi nel 2028. Ma la formazione che fu di Mustafa Kemal Ataturk e incarna l’anima laica e nazionalista della Turchia per conquistare consensi a Erdogan ha dovuto, su un certo punto di vista, provare a sottrargli la narrativa: si conferma da tempo quel trend che dopo le presidenziali tra Erdogan e il leader del Chp Kemal Kilicdaroglu aveva portato diversi osservatori a indicare nel nazionalismo il vero vincitore del voto del 2023.
Il Chp su temi come la proiezione regionale turca, l’opposizione a Israele nella guerra a Gaza e l’uso strumentale della Nato, ben indicato dall’atteggiamento sull’adesione all’Alleanza della Svezia, ha dovuto inseguire e impadronirsi della retorica erdoganiana. Il voto locale segna piuttosto l’insofferenza di molti cittadini per l’economia, vero tema su cui Erdogan deve fare attenzione in un Paese con una classe media e consumatrice colpita dall’alta inflazione e dalle discusse politiche sui tassi del governo e della banca centrale. I sindaci del Chp hanno ben amministrato la cosa pubblica su scala locale e sono stati premiati su questo fronte in un contesto in cui, al contempo, a sfavore dell’Akp hanno giocato altri fattori: in particolare, l’attesa riduzione di quasi dieci punti (da oltre l’87 a poco più del 78%) di un’affluenza che in Turchia resta sempre alta e la mancanza di voti dall’estero che alle presidenziali avvantaggiano Erdogan. In quest’ottica, il messaggio importante del voto è che esiste una Turchia democratica in cui l’opposizione può vincere, un fattore che appare salutare dopo anni di dubbi sul processo interno al Paese euroasiatico. Ma questo avviene in un contesto che ha portato una formazione come il Chp, che nasce e cresce nazionalista, a sognare il ritorno al potere per la prima volta dopo oltre vent’anni avvicinandosi a Erdogan, non polarizzandosi ad esso, su molti temi. E contestandone più la prassi di gestione del potere che molte politiche di fondo. Tutto questo peserà nella costituzione di nuove alleanze che, in voti nazionali, dovranno veder il Chp convivere con forze progressiste, curde, socialiste ed ecologiste. Da cui, giocoforza, si sta oggi allontanando.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

