Muore a Roma a 90 anni, nella notte tra il 23 e il 24 marzo, il generale di Corpo d’armata Paolo Inzerilli, noto per essere stato, nel corso della sua lunga carriera, a capo dell’organizzazione segreta Gladio. Una carriera avvolta nel mistero, così come nel mistero è rimasta la notizia della sua morte, rilanciata dalle agenzie solamente a pomeriggio inoltrato il 24 marzo e data in anteprima nazionale dai canali social di Darkside – storia segreta d’Italia, che aveva appreso l’evento da fonti confidenziali. I funerali del generale si terranno martedì mattina, alle 11.30, al Celio.
L’organizzazione Gladio è stata probabilmente la più celebre (e fino a un certo punto anche la più segreta) struttura paramilitare figlia della Guerra fredda. Nata da un accordo segreto tra la Cia e i servizi segreti italiani nel secondo dopoguerra, Gladio rientrava sotto l’ombrello di una più vasta operazione Nato conosciuta come Stay Behind, pensata in funzione anti-sovietica quando il mondo era diviso in due blocchi.
In Italia il nome Gladio evoca fantasmi e ancora oggi, quasi fosse un jolly, viene tirato in ballo ogni qual volta ci si imbatta in uno dei tanti “misteri” italiani: dalle stragi che hanno caratterizzato il periodo della strategia della tensione agli anni di piombo, dal caso Moro all’omicidio di Mauro Rostagno, dalla strage di Alcamo Marina, fino ad arrivare alle stragi del 1992 e del 1993, per intenderci, quelle che spazzarono via le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di dieci civili innocenti tra Firenze e Milano.
Questo nonostante la fine di Gladio – ovvero il suo disvelamento all’opinione pubblica – avvenne il 24 ottobre del 1990, quando l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlò di una “struttura di informazione, risposta e salvaguardia”. Ancora oggi è vivo il sospetto che la famosa “lista” dei 622 gladiatori resa nota subito dopo sia in realtà una facciata o, quanto meno, una lista parziale. Altrettanto vivo è il sospetto che la struttura abbia continuato a operare in clandestinità a lungo, semplicemente cambiando nome.
Nata nel 1956, i primi nuclei appartenenti a Gladio vennero reclutati dalla Brigata partigiana Osoppo, che in Friuli Venezia Giulia era servita da contenimento – anche dopo la guerra – delle formazioni titine che dalla Jugoslavia non di rado tentavano di sconfinare. Strutturatasi in silenzio nel corso dei decenni, molti furono i civili arruolati e addestrati nelle basi segrete, la più famosa delle quali è quella di Capo Marrargiu, in Sardegna. Perché se è vero che era il Sismi – il servizio segreto militare – (e prima ancora il Sifar e il Sid) a coordinare le attività, è altresì vero che in previsione di un’ipotetica invasione del blocco comunista, ad applicare i principi della guerra non ortodossa sarebbero dovuti essere anche civili ben addestrati per operare dietro le linee nemiche. A tal scopo, infatti, vennero creati anche i cosiddetti “Nasco“: depositi di armi disseminati sul territorio nazionale. Proprio la scoperta di uno di questi depositi portò alla caduta del velo di segretezza nel 1990.
Paolo Inzerilli è stato a capo di questa struttura per 12 anni, dal 1974 al 1986. Sono gli anni delle stragi neofasciste, del terrorismo rosso e nero, ma anche gli anni del cosiddetto Lodo Moro, l’accordo segreto che evitò all’Italia di entrare nell’orbita del terrorismo palestinese. Inzerilli, che è stato anche presidente dell’Associazione Stay Behind tra il 1996 e il 1998, ha sempre difeso l’operato della struttura e mantenuto – come ben si confà a un uomo d’intelligence – il riserbo su tanti aspetti del suo lavoro al vertice della stessa.
Quello che ora ci si aspetta è un inevitabile ritorno di fiamma (una fiamma che in realtà non si è mai spenta) che porterà ancora l’organizzazione Gladio al centro dell’attenzione di storici, giornalisti e analisti, con il rischio – sempre in agguato – di parlarne a sproposito e utilizzarla come ovvia spiegazione laddove gli elementi per comprendere determinati fatti siano troppo labili.
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