Anche le prudenze, per non dire i tentennamenti, dell’Amministrazione Biden, a quanto pare, avevano un limite. Così, dopo quasi sei mesi di massacro israeliano a Gaza in risposta al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, il Presidente ha dato mandato ad Anthony Blinken, il segretario di Stato, di presentare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la bozza di una risoluzione che chiede “un cessato il fuoco immediato” a Gaza, ovviamente collegato alla liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani dei terroristi palestinesi. Un cambio di paradigma radicale, perché finora erano stati proprio gli Usa a bloccare qualunque risoluzione proponesse di smettere di sparare nella Striscia, uccidendo in grandissima parte civili inermi. Una svolta che, come molti media americani sottolineano, potrebbe anche portare alla sospensione degli aiuti militari Usa a Israele, un vero spauracchio per l’attuale Governo dello Stato ebraico.
In realtà, lo scontento dentro e fuori la Casa Bianca andava montando da tempo. Per la questione in sé (a parte qualche sionista europeo o italiano accecato dalla voglia di vendetta e dall’ottusità politica, è impossibile non vedere che la spedizione militare israeliana a Gaza non otterrà lo scopo di sradicare Hamas mentre crea turbolenze enormi in tutto il Medio Oriente), ma anche perché in piena campagna elettorale contro Trump (alleato di Netanyahu e schierato per la “soluzione finale” nella Striscia) per Biden stava diventando impossibile fare il campione dell’umanità e dei valori in Ucraina e tollerare l’esatto contrario in Palestina.
Ai primi di febbraio era arrivata una lettera di 800 funzionari Ue e Usa che parlavano di scenari di “pulizia etnica o genocidio” e accusavano Israele di “non avere limiti” nelle sue operazioni militari, di aver provocato “migliaia di morti civili evitabili”, di aver attuato “un blocco deliberato degli aiuti”e di aver commesso “gravi violazioni del diritto internazionale e del diritto di guerra”. Una lettera replicata nei giorni scorsi da quella con cui 67 ex funzionari della Sicurezza nazionale e della diplomazia Usa chiedono a Biden di presentare a Israele le prospettiva di “conseguenze serie, incluse restrizioni di aiuti a Israele, nel rispetto della legge e delle norme americane” in caso di ulteriori azioni dello Stato ebraico che “riducono i palestinesi a individui di seconda classe”, “espandono le colonie nei territori occupati” o “negano ai palestinesi cibo, acqua e altre necessità basilari”. Da ultimo persino Chuck Shumer, leader della maggioranza democratica al Senato e falco tra i falchi, si era alzato in aula dicendo di parlare “per la maggioranza silenziosa degli ebrei americani… le cui idee articolate non sono mai state ben rappresentato nel nostro dibattito sulla guerra a Gaza”. Criticando le azioni del Governo israeliano, Shumer aveva anche detto che Netanyahu “si è alleato con estremisti di destra come i ministri Smotrich e Ben-Gvir, e come risultato si è mostrato fin troppo incline ad accettare un costo di vite umane civili a Gaza che sta spingendo il supporto per Israele ai minimi storici”.
Insomma, la pressione andava crescendo. A 360 gradi: la critica non riguardava più solo la gestione della crisi dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre ma il generale orientamento politico di Israele sotto la guida di Netanyahu. Per un po’ Biden si era limitato a borbottare, frasi che trasmettevano scontento per la situazione e fastidio verso Netanyahu (“Netanyahu non fa gli interessi di Israele”) ma che non si traducevano in azioni concrete. Poi aveva lasciato cadere un monito più silenzioso ma non meno pesante: aveva emesso il Memorandum sulla Sicurezza Nazionale n.20 che stabilisce che i Paesi che ricevono aiuti militari dagli Stati Uniti devono rispettare il diritto statunitense e internazionale e allinearsi con gli interessi e i valori Usa. Un modo per chiedere a Israele di condurre la guerra senza sparare indiscriminatamente sui civili e permettendo la consegna di aiuti umanitari. Netanyahu ha sempre fatto orecchie da mercante, convinto che gli Usa non avrebbero mai avuto il coraggio di intervenire concretamente sulle politiche e soprattutto sulle azioni di Israele. Ora avrà qualche dubbio in più.
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