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Guerra

La dialettica Usa-Israele e i bambini di Gaza

La dura reprimenda contro Netanyahu da parte del leader della maggioranza al Senato Usa, Chuck Schumer, ha toccato per la prima volta le corde del premier israeliano. Infatti, finché a criticarlo era il senile imperatore, che si è spinto a dire che non fa gli interessi di...

La dura reprimenda contro Netanyahu da parte del leader della maggioranza al Senato Usa, Chuck Schumer, ha toccato per la prima volta le corde del premier israeliano. Infatti, finché a criticarlo era il senile imperatore, che si è spinto a dire che non fa gli interessi di Israele, era un conto, altro è se a criticarlo è una figura come Schumer, da sempre falco pro-Israele e politico di riferimento dell’establishment americano.

La diatriba tra l’Imperatore e il re d’Israele

Lo annota anche Thomas Friedman sul New York Times, spiegando che la dura presa di posizione di Schumer, peraltro elogiata pubblicamente da Biden, rivela un “cambiamento profondo della politica e della geopolitica americana verso il Medio oriente”.

In estrema sintesi, per Friedman il peccato originale e attuale di Netanyahu è quello di non prevedere, neanche all’orizzonte, uno Stato palestinese, una prospettiva che attutirebbe le attuali sofferenze dei palestinesi e rilancerebbe i legami tra Washintgon, Tel Aviv e i Paesi arabi, decisivi per il confronto con “Iran, Russia (e Cina)”.

In realtà, dubitiamo che i palestinesi possano sopportare meglio le sofferenze odierne se avessero la prospettiva di uno Stato.

Con tale dinamica, il cronista del Nyt sembra che auspichi per i palestinesi, mutatis mutandis, una prospettiva simile a quella che diede luogo alla nascita di Israele, eludendo, però, un particolare significativo, cioè che non furono i loro carnefici a offrire una patria agli ebrei, che avrebbero rigettato con disprezzo l’offerta. Uno Stato palestinese può e deve nascere su altre basi: non da una concessione pelosa generata da un eccidio, ma dal Diritto.

Al di là dell’annotazione a margine, l’articolo di Friedman ha il merito di chiarire la dialettica creatasi tra gli Usa e Israele.

Tale dialettica non riguarda solo l’insostenibilità del numero delle vittime, oggi 32mila, né le criticità che ciò pone alla rielezione di Biden o all’immagine internazionale degli Usa, ma qualcosa che ha a che vedere con la geopolitica dell’Impero “a lungo termine”.

Detto questo, l’aspra querelle tra Netanyahu e Biden era insostenibile, da cui la telefonata di lunedì tra i due leader per attenuarla.

Se telefonando…

Nella conversazione telefonica Biden ha rassicurato il suo interlocutore sul fatto che non sta lavorando per destituirlo, come auspicato da Schumer, ma allo stesso tempo ha ribadito che si oppone a un’operazione su vasta scala a Rafah.

Un niet secco, che però non sembra aver convinto Netanyahu a recedere, dal momento che in un incontro a porte chiuse con la Commissione affari esteri ha ribadito la necessità di un’operazione di terra nel Nord della Striscia. Unica concessione alle pressioni del presidente Usa, più cosmetica che reale, una nuova sollecitudine per la sorte dei civili, ai quali si offriranno vie di fuga e aiuti (il recente passato non aiuta a dar credito a tali promesse).

Una delegazione israeliana è attesa negli States per concordare il proseguo della campagna militare e in questa sede dovrebbero essere posti limiti all’operazione di Rafah. Ma l’esito del confronto e le decisioni di Netanyahu restano imprevedibili.

Quanto a Gaza, il suo triste destino è manifesto, dove alle bombe si aggiungono la sete e la fame a causa delle feroci restrizioni imposte dalle forze israeliane, del recesso dei finanziamenti all’Unrwa da parte degli Usa etc. Di ieri la notizia, molto più che simbolica, dell’uccisione di Amjad Hathat, a capo della Commissione preposta alla distribuzione degli aiuti a Gaza…

Di bambini e porti

Intanto, i bambini muiono a frotte, di stenti e di fame, quando non sono bersaglio di bombe o proiettili più o meno vaganti. Tutto condensato dalle parole di Catherine Russell, direttrice esecutiva dell’UNICEF, la quale ha detto che il numero di bambini uccisi a Gaza, 13.000, “è un numero astronomico e terrificante. Altre migliaia sono feriti, di altri non riusciamo nemmeno a sapere dove siano, potrebbero essere bloccati sotto le macerie […] non abbiamo visto questo tasso di morte tra i bambini in nessun altro conflitto al mondo”.

Urge un cessate il fuoco. Tutto il resto, il lancio di aiuti dall’alto, il fantomatico porto da costruire a Gaza per sbarcarne di più massivi, lo Stato palestinese, sono solo blandi palliativi. Peggio, una distrazione di massa dalla tragica realtà.

Peraltro, la costruzione del porto da parte degli States potrebbe nascondere un obiettivo altro da quello umanitario. Lo afferma su Anadolu Hisham Khreisat, un esperto di affari militari giordano, secondo il quale servirebbe per favorire “la migrazione volontaria [dei palestinesi] verso l’Europa”. Da cui l’entusiatica accettazione da parte del governo israeliano, che fin dall’inizio della campagna militare agognava a un esodo massivo dei palestinesi.

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