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Guerra

Guerra e sabotaggio economico: l’incubo del Sudan continua

Dal 15 aprile 2023 in Sudan è in corso una guerra civile che sta lacerando il Paese e dimenticata da buona parte delle cancellerie internazionali. In dieci mesi sono state distrutte infrastrutture, il cibo scarseggia e i cittadini sono stati...

Dal 15 aprile 2023 in Sudan è in corso una guerra civile che sta lacerando il Paese e dimenticata da buona parte delle cancellerie internazionali. In dieci mesi sono state distrutte infrastrutture, il cibo scarseggia e i cittadini sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. L’ong Armed conflict location and event data project (Acled) ha segnalato 14.600 vittime in Sudan dall’inizio del conflitto.

A combattere sono le forze armate sudanesi capeggiate dal generale Abdel Fattah al Burhan e le Forze di supporto rapido (Rsf), paramilitari guidati dal generale Mohammed Hamdan Dagalo, ex vice di Al Burhan.

Sabotaggio economico

Due settimane fa le parti in conflitto hanno preso di mira le attività economiche, attaccando le sedi delle grandi aziende di telecomunicazioni del Paese, che è rimasto in gran parte isolato. Il boicottaggio economico mira a distruggere alcuni servizi di base, come le antenne per le telecomunicazioni e le strade, per impedire che arrivino alle comunità. Si tratta di una strategia già impiegata, solitamente utilizzata dai gruppi d’insorti per promuovere le loro ideologie. È già successo anche in Somalia e in Kenya dove i combattenti di Al Shabaab hanno compromesso i tralicci per le telecomunicazioni.

I servizi colpiti sono quelli di tre aziende, la sudanese Sudani, Mtn del Sudafrica e Zaint del Kuwait, che “sono inaccessibili in gran parte delle regioni del paese, e questo sta causando una paralisi quasi completa delle operazioni bancarie e dei servizi doganali nei porti sudanesi”, recita il comunicato delle autorità per le telecomunicazioni, sotto il controllo della giunta guidata dal generale Abdel Fattah al Burhan. L’ente infatti accusa le Rsf di aver bloccato i data center della Sudani e della Mtn e ripristinato le comunicazioni di alcune città del Darfur, che sono sotto il loro controllo e che erano isolate a causa di incendi dei tralicci, rete in fibra ottica vandalizzata e mancanza di corrente e carburante.

Le interruzioni, durate un’intera settimana prima del ripristino parziale iniziato il 12 febbraio, hanno riguardato in particolar modo Port Sudan, la città sul mar Rosso utilizzata dall’esercito come capitale alternativa in seguito alla distruzione dell’aeroporto principale di Khartoum. La maggior parte delle banche era fuori servizio in tutto il Paese, insieme ai servizi digitali per il trasferimento di denaro su cui le famiglie sudanesi contano per avere aiuto dai parenti all’estero.

La mancanza di connessione ha avuto ripercussioni negative anche sulle cliniche che, come comunicato da Emergency, sono rimaste completamente isolate per giorni mettendo a rischio la vita di numerosi pazienti. Azioni simili, infatti, sembrano piuttosto punire i civili, a cui poco importa delle ideologie se a mancare è anche il cibo.

Pericolo carestia

Da quasi undici mesi di guerra, i 48 milioni di abitanti del Sudan vivono tra bombardamenti, trasferimenti forzati, stupri, con l’aggiunta di un’epidemia di colera denunciata nel mese di dicembre. Secondo il Programma alimentare mondiale (Pam), potrebbe scoppiare “la più grave carestia del mondo”. Secondo il Pam, meno del 5% degli abitanti del Paese può permettersi un pasto completo. La consegna degli aiuti alimentari è inoltre ostacolata dalle violenze, dagli attacchi alle infrastrutture e dalla mancanza di finanziamenti. Più di 25 milioni di persone in Sudan, Sud Sudan e Ciad sono in una sempre peggiore condizione di insicurezza alimentare.

Infatti, le persone fuggite sono oltre 6.792.000, tra queste 1,3 milioni sono rifugiate nei Paesi limitrofi come Sud Sudan e soprattutto in Ciad. Molte di loro sono bloccate negli affollati campi di transito dove gli aiuti umanitari non garantiscono l’apporto necessario di cibo. Jan Egeland, segretario generale del Norwegian refugee council, aveva affermato circa un mese fa che la condizione in cui versa il Ciad ricorda quella vissuta in Darfur vent’anni fa, con la differenza che ora nessuno protesta. “Oggi in Ciad abbiamo il triplo dei rifugiati rispetto a quelli che arrivarono nel 2003 e nel 2004. Però non vediamo né indignazione né solidarietà al livello internazionale. Nessuna operazione umanitaria o iniziativa di pace ha avuto un effetto concreto sulle sofferenze dei civili in Sudan o nei campi profughi vicini”, ha dichiarato. “Le testimonianze dei rifugiati in Ciad raccontano di dolori e violenze inimmaginabili. La guerra sta sconvolgendo un’intera regione nel cuore dell’Africa”.

La direttrice esecutiva del Pam, Cindy McCain ha ribadito che “vent’anni fa, quando la regione sudanese del Darfur fu colpita da una grave carestia, la comunità internazionale reagì prontamente, mentre oggi nessuno s’interessa al Sudan”. Ha poi aggiunto: “Oggi lancio un appello urgente per la fine dei combattimenti e affinché a tutte le agenzie umanitarie venga consentito di svolgere il proprio lavoro salvavita”. Da cui dipende il futuro di centinaia di migliaia di persone.

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