Difficile prevedere se in occasione della 96esima edizione degli Academy Awards, a Los Angeles, accadrà qualcosa di simile a quanto andato in scena nel 2023, quando Everything Everywhere All at Once, film statunitense diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, accese i riflettori sull’Asia.
Già, perché la pellicola in questione ha vinto sette Oscar su 11 nomination, tra cui miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale, miglior attore non protagonista, per Ke Huy Quan, e migliore attrice per Michelle Yeoh, diventata così la prima attrice asiatica e la seconda attrice non bianca a vincere il premio nella categoria principale. L’evento è stato insomma letteralmente un trionfo per gli attori asiatici, visto che mai nella storia degli Oscar due di loro erano riusciti a vincere nello stesso anno. Del resto basta dare un’occhiata ai numeri: negli ultimi 95 anni appena 23 dei 1.808 candidati agli Academy Awards erano artisti di origine asiatica.
In attesa di capire cosa accadrà alle premiazioni del 2024, il dibattito sull’importanza della rappresentanza asiatica a Hollywood ha fatto breccia sia nel mondo cinematografico che all’interno dell’opinione pubblica. Al Milken Institute Asia Summit di Singapore, un anno fa il citato 52enne Ke Huy Quan ricordava con orgoglio il fatto che gli asiatici avessero iniziato ad avere “un’enorme influenza sul modo in cui vengono raccontate le storie di Hollywood”. “Il motivo per cui le cose sono cambiate negli ultimi 10-15 anni è a causa dell’enorme mercato cinese che si è aperto”, spiegava l’attore statunitense di origini vietnamite, aggiungendo che i dirigenti di Hollywood avevano pensato bene di produrre film sui personaggi asiatici per “attingere meglio a quel mercato”.
Se, da un lato, è dunque il business ad aver guidato le scelte dell’industria cinematografica americana, adesso desiderosa di attirare l’immensa clientela asiatica e macinare profitti da record, dall’altro lato c’è però da considerare anche l’Asia. Protagonista indiscussa di film e serie tv, ma anche delle più recenti dinamiche economico-politiche globali.
Detto altrimenti, l’ascesa di questo continente, visibile anche nel campo della cinematografia, porta con sé inevitabili implicazioni che trascendono il mero aspetto legato all’intrattenimento. Valori, cultura, stili di vita: se è vero che dentro ad ogni prodotto culturale c’è sempre la visione del mondo di chi lo realizza, allora potrebbe davvero essere arrivato il momento dell’Asia. Già motore dell’economia mondiale, e ora anche possibile ombelico del soft power internazionale.
L’Asia all’appuntamento degli Oscar
Le nomination per gli Oscar 2024 sono state annunciate lo scorso 23 gennaio dal Samuel Goldwyn Theatre della Film Academy. Le pellicole asiatiche non mancano affatto. Past Lives, prodotto negli Stati Uniti e diretto da Celine Song, con dialoghi in gran parte in lingua coreana, è stato nominato nelle categorie di miglior film e migliore sceneggiatura originale. Perfect Days del tedesco Wim Wenders è stato nominato con successo dal Giappone nella categoria miglior lungometraggio internazionale.
E ancora: Godzilla Minus One di Takashi Yamazaki nel 2023 si è rivelato essere uno dei maggiori successi al botteghino giapponese. Realizzato con un budget di soli 15 milioni di dollari, il film ha incassato circa 100 milioni di dollari in tutto il mondo. Yamazaki ha vinto sei Academy Awards giapponesi per Always: Sunset on Third Street (2005) e The Eternal Zero (2013). Proverà a strapparne un altro nella categoria migliori effetti visivi.
Hayao Miyazaki ha invece ottenuto la sua quarta nomination per miglior film d’animazione con Il ragazzo e l’airone, mentre To Kill a Tiger, Island in Between, Nǎi Nai & Wài Pó e Red, White and Blue sono stati nominati rispettivamente come miglior lungometraggio documentario, miglior cortometraggio documentario (il secondo e il terzo) e miglior cortometraggio live action.
Soft power orientale: una sfida a Hollywood?
Spesso criticato per aver inondato il pubblico globale con la “cultura americana“, già da qualche anno Hollywood sta includendo nei suoi prodotti di punta sempre di più attori di Hong Kong, sceneggiature dalla Corea del Sud e strutture di produzione generalmente asiatiche. Facile, come anticipato, intuirne il motivo: con il 50% delle sue entrate provenienti dall’estero – in continuo aumento – l’industria cinematografica statunitense considera i mercati in crescita dell’Asia le sue prossime grandi frontiere, ha puntualizzato la Yale University.
Nel corteggiare i miliardi di potenziali spettatori di India e Cina, della regione Asean e dell’Estremo Oriente, gli studi hollywoodiani hanno insomma pensato bene di incorporare e riflettere la diversità del pubblico mondiale. Il punto sarà capire quanto Hoolywood riuscirà a guidare la globalizzazione cinematografica proponendo nuovi prodotti culturali ad un pubblico ormai saturo dell’humus occidentale – e perennemente alla ricerca dell’esotico – e quanto, invece, saranno i Paesi asiatici a guidare, o meglio dominare, la sua trasformazione.
Sfruttando la necessità di innovarsi di Hollywood e la fame delle piattaforme di video streaming come Netflix, molteplici nazioni orientali hanno infatti iniziato – peraltro in maniera eccellente – ad utilizzare il cinema come amplificatore del loro soft power. Il loro modus operandi? Fare leva su film e serie tv per promuovere il proprio Paese nel mondo, nonché ottenere risultati desiderati in vari settori attraverso l’attrazione e non mediante coercizione o altri metodi.
C’è chi, come la citata Corea del Sud, ha creato dal nulla un business dorato (ne abbiamo parlato qui). All’inizio degli anni ’90, Seoul crea la divisione Cultura popolare all’interno del Ministero della Cultura. Da quel momento in poi, ogni anno, il governo sudcoreano ha investito 500milioni di dollari o più per finanziare la cultura nelle sue forme più varie, dalla musica ai film, passando per moda e fumetti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: attraverso la K-culture, la cultura made in Korea, il Sud ha saputo migliorare la propria immagine internazionale, rilanciando economia e turismo.
La crescente popolarità del cinema asiatico ha dunque avuto un profondo impatto sull’industria dell’intrattenimento globale, evidenziando il ruolo significativo del soft power del continente nel plasmare le narrazioni e le percezioni culturali del mondo intero. L’esempio sudcoreano è emblematico di come un governo possa moltiplicare la propria influenza internazionale promuovendo valori e cultura mediante film e musica. Per il momento Hollywood e Netflix (e i suoi fratelli occidentali) hanno voglia di novità e sono ben felici di accogliere produzioni asiatiche, attori e contaminazioni culturali provenienti da quella fetta di pianeta. Ma che cosa succederà quando e se il cinema del continente in più rapida crescita al mondo, spinto dal successo planetario, dovesse presto arrivare a dettar legge, va da sé, arrivando ad offuscare persino Hollywood?
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

