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Società

Educazione israeliana: come la Palestina è raccontata nello Stato ebraico

Le azioni di un popolo, specialmente se presentano motivazioni condivise, probabilmente hanno una causa comune, neanche troppo celata. L’educazione di una intera Nazione, soprattutto se destinata ai più giovani, svolge un ruolo cruciale nella formazione della percezione collettiva, come evidenziato...

Le azioni di un popolo, specialmente se presentano motivazioni condivise, probabilmente hanno una causa comune, neanche troppo celata. L’educazione di una intera Nazione, soprattutto se destinata ai più giovani, svolge un ruolo cruciale nella formazione della percezione collettiva, come evidenziato nel libro Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education, da Nurit Peled-Elhanan, attivista e docente israeliana dell’Università Ebrea di Gerusalemme.

Peled-Elhanan analizza i libri scolastici israeliani dal 1996 al 2009 e la loro retorica attraverso il sostegno di pareri di studiosi e storici. Il libro si concentra prevalentemente su una questione: come vengono descritti nei libri di scuola la Palestina e i palestinesi contro cui questi giovani israeliani potenzialmente combatteranno?

Come si plasma la coscienza collettiva israeliana

La coscienza collettiva del popolo israeliano è pregna della grande narrativa sionista, che determina i valori della collettività. Dall’analisi dei libri di storia, ad esempio, emerge la negazione dei duemila anni di vita ebraica in esilio, culminati nell’Olocausto, e quindi della vita palestinese nella “loro” terra. La narrazione sionista dipinge gli ebrei come eroi in lotta contro i conquistatori non ebrei, “usurpatori della terra e persecutori”, promuovendo il ritorno sionista come atto di redenzione nazionale. Si tratta di una “manipolazione del passato che favorisce il culto della continuità e la necessità di costruire un passato utilizzabile”, dove quest’ultimo è un insieme di eventi che possono essere utilizzati per scopi del presente.

Sotto una mappa nel libro di geografia The Mediterranean Countries for ^th Grade, si può leggere “Se questa mappa fosse stata disegnata 100 anni fa non ci sarebbe stato un colore speciale per gli ebrei perché la maggior parte degli ebrei viveva in altri paesi (gli ebrei erano in esilio da 2000 anni). La Terra d’Israele è la terra degli ebrei. Durante i molti anni in cui gli ebrei furono lontani dal loro paese [… ] desideravano ritornarvi e reinsediarlo [… ] Nei loro cuori continuavano a dire ‘Se ti dimentico, Oh Gerusalemme, che la mia mano destra dimentichi la sua astuzia» (Salmi 137,5). Quando il popolo ebraico tornò e fu fondato lo Stato di Israele, Gerusalemme, la nostra capitale, divenne ancora una volta il centro ebraico più importante del popolo ebraico”.

Gli atti di terrore compiuti da forze e bande clandestine ebraiche vengono glorificati, mentre quelli dei palestinesi contro l’occupazione vengono definiti criminali. Il discorso della “guerra al terrorismo” per la sicurezza nazionale giustifica molte delle azioni israeliane contro i palestinesi e i loro sostenitori, come la “prevenzione mirata”, che si traduce in assassinio di persone che sembrano sospette.

Alcuni libri modificano la terminologia, sostituendo espressioni come “pulizia etnica”, in riferimento all’esodo palestinese del 1948, con “espulsione organizzata”. Piccole modifiche apparentemente insignificanti ma importanti per i governi che le hanno richieste.

La rappresentazione degli arabi nei libri scolastici, che li ritraggono come il male, è razzista. Non c’è traccia di aspetti culturali o sociali positivi della vita palestinese, né fotografie, ma solo icone razziste o immagini classificatorie umilianti come terroristi, rifugiati e agricoltori primitivi.

Nelle mappe geografiche i confini vengono spesso distorti, equiparando colonie illegali a città come Tel Aviv e omettendo le città palestinesi. Le mappe, infatti, riflettono la concezione della “grande terra di Israele”, di cui l’attuale Stato di Israele è solo una piccola e temporanea parte, giustificata da citazioni bibliche riguardo la Terra promessa.  

Superiorità occidentale e il “problema palestinese”

Emerge un certo sentimento di superiorità nella narrazione del progresso ebraico-occidentale, identificando gli ebrei come rappresentanti dell’Occidente e del progresso. Al contrario, gli arabi rappresentano l’Oriente e l’arretratezza. Nella prospettiva israeliana l’etichetta “arabo” evoca immagini negative di masse sporche, terrorismo, primitività, oppressione delle donne e fondamentalismo. 

La retorica israeliana riflette una visione orientalista che in passato ha caratterizzato, e che in termini minori ancora caratterizza, l’Occidente. Gli arabi erano visti come una minaccia per la loro tendenza alla conquista, considerati violenti e il principale ostacolo alla nascita di Israele nel 1948. Una visione che Israele, in quanto portatore di “occidentalità”, si è trascinato dietro, identificando negli arabi un capro espiatorio. Una retorica presente anche nella politica quando, ad esempio, lo stesso Netanyahu affermò, durante il Convegno Internazionale Sionista del 2015, che Hitler non voleva lo sterminio degli ebrei ma solo espellerli dalla Germania e che fu convinto alla “soluzione finale” dall’allora Muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, per paura di un loro arrivo in Palestina sotto mandato britannico.

La Palestina era vista come un terreno deserto dove si supponeva che gli abitanti fossero nomadi, privi di veri diritti su quella terra e di una realtà nazionale. È importante ricordare che il concetto di Nazione è un concetto tutto Occidentale, esportato alle civiltà asiatiche.

In un passaggio di uno dei libri di storia analizzati, il The 20th, si legge che “con il passare degli anni, l’odio, l’alienazione, il desiderio di vendetta e la speranza di ritorno, tutti esacerbati dalla propaganda araba, hanno fuso i rifugiati in un’unica nazione e trasformato il problema dei rifugiati in un problema internazionale”. La Palestina viene intesa, quindi, come il risultato dell’odio nei confronti degli ebrei e i suoi cittadini non sono altro che “rifugiati”.

Un altro modo comune di rivolgersi ai palestinesi è infatti quello di “problema”. Etichettare un popolo come un problema, come sottolineato da Peled-Elhanan, è ancor più inquietante quando è presente in un testo ebraico solo 70 anni dopo che gli stessi ebrei furono chiamati “il problema ebraico”. Definire il popolo palestinese come un problema, a volte anche “velenoso”, è non solo segno della loro esclusione sociale, ma ne legittima l’eliminazione.

Infatti, la discriminazione dei palestinesi è descritta come una “situazione naturale”, come se le loro disgrazie fossero in qualche modo la loro sorte e il risultato delle loro stesse azioni, ciò che si meritano.

La terra promessa

Lo Stato di Israele, pur identificandosi come una democrazia, mostra tratti di etnocrazia o democrazia etnica, come definita da vari studiosi. Questo emerge dal pieno diritto di cittadinanza concesso a tutti gli ebrei, mentre gli arabi entro i confini sono considerati “state-less”. Le narrazioni ufficiali delineano quindi una dicotomia tra “veri figli della terra e figli non veri della terra”.

L’espansione israeliana oltre i confini ufficiali è giustificata dai principi sionisti e dal bisogno di terra e sicurezza di Israele, affermando la proprietà del territorio come patria. La Bibbia è utilizzata come fonte storica, sottolineando le origini ebraiche nella Terra d’Israele. La nozione di “continuità ebraica” giustifica la cancellazione della presenza palestinese, sostenendo il mantra sionista “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, laddove la terra non è letteralmente vuota, ma “priva dei suoi custodi storici e popolata da insignificanti intrusi”.

I libri insistono sui diritti storici degli ebrei, dipingendo gli arabi come una minaccia e giustificando l’appropriazione della terra con il maggior numero di paesi posseduti dagli arabi. La memoria collettiva israeliana è segnata dall’antisemitismo globale del passato, percepito come norma, una “risposta naturale del non ebreo”, influenzando la percezione del conflitto arabo-israeliano e la sua non risoluzione al giorno d’oggi.

Secondo alcuni studi, infatti, sappiamo che gli ebrei in Israele che conservano questa memoria tendono a rifiutare la soluzione pacifica del conflitto che suggerisce due Stati e due Nazioni. Un sondaggio dell’Israel Democracy Institute mostra che il 68% degli israeliani si oppongono al “trasferimento di aiuti umanitari ai residenti di Gaza in questo momento” e il 52% degli israeliani ebrei non sono d’accordo con la soluzione dei due Stati.

I libri riconoscono l’espulsione palestinese, dipinta come conseguenza positiva della guerra del 1948, ma nessuno afferma che ci fosse un piano di pulizia etnica. L’esodo è descritto come conseguenza dei fallimenti palestinesi e della mancanza di aiuto arabo. Una narrativa offensiva per gli arabi, poiché sottolinea l’abbandono della terra da parte dei palestinesi, contrariamente alla filosofia Sumud, che definisce il legame indissolubile con la patria. Lo scopo è convincere i più giovani che i palestinesi hanno perso il diritto al ritorno, ignorando la sofferenza e le condizioni dei rifugiati.

Le cose senza nome non hanno significato

Nei libri scolastici israeliani raramente si utilizza l’etichetta “palestinese” per descrivere i loro territori occupati o la popolazione. Piuttosto, sono denominati come “arabi d’Israele”, o solo come arabi. Vengono adottati termini come Pales(h)tinaiim (in ebraico, traducibile con “filistei”) o, nel caso delle voci orientate a sinistra, anche Palestinim, equivalente di Palestinesi, o Falestinians, secondo la pronuncia araba.

Il movimento nazionale palestinese ha scelto il nome Palestina per la propria terra e popolo nel XX secolo, ma nei libri analizzati, anche successivi agli accordi di Oslo che determinò il riconoscimento reciproco tra Israele e Palestina, tale terminologia non viene rispettata. Tutt’al più, l’etichetta “palestinese” si trova principalmente in riferimento ai terroristi, mentre i palestinesi che non sono terroristi sono solitamente chiamati arabi.

L’uso dell’etichetta “arabi” tende a rafforzare l’idea che i palestinesi non siano una nazione indipendente, ma facciano parte di un gruppo più ampio. Difatti, la politica israeliana ha sempre incoraggiato, implicitamente o no, i palestinesi a lasciare le loro case e stabilirsi in altri paesi arabi. Nel libro di testo The Age of Horror and Hope si legge che “un altro fattore che ha aggravato il conflitto è stato il fatto che gli arabi rimasti in Israele si sono sempre identificati con la nazione araba dal punto di vista culturale, sociale e storico e si sono visti come parte del popolo palestinese che ha un’affinità con la Palestina (così i palestinesi chiamano la Terra d’Israele)”, dove il testo tra parentesi è presente nell’originale.

Un’altra tendenza è quella di riferirsi alle persone come numeri, aggregazioni, attraverso statistiche e quantità definite o indefinite. Ciò diffonde l’idea dei palestinesi, vivi o morti che siano, tutti simili e aggregabili in branchi o masse. Anche quando vengono riassunte le conseguenze delle guerre, ad esempio, i libri di storia forniscono cifre esatte delle perdite israeliane, mentre per le perdite palestinesi ci sono solo quantità stimate.

Ad esempio, in diversi resoconti sul massacro di Diet Yassin si legge che “nel villaggio furono contati 245 cadaveri: uomini, donne e bambini (The 20th), oppure “il numero delle vittime non è chiaro e varia da 100 e 254 (dal libro Journey into the Past), e anche “nella battaglia che si svolse sul campo morirono tra le 100 e le 250 persone, tra cui donne e bambini” (dal testo di 50 Years of Wars and Hopes).

Vietato ricordare

Una delle paure di Israele, evidenziata dalla legge sulla Nakba, è che i palestinesi si sentano vittime e vengano considerate tali dal mondo esterno. Il “Giorno della Nakba” commemora l’esodo palestinese del 1948, ma una legge del 2010 vieta di celebrare la data di dichiarazione di indipendenza di Israele come un giorno di lutto.

Questa restrizione riflette la necessità di promuovere l’identità e il patriottismo israeliano e cancellare il dolore della sconfitta, evitando di insegnare ai bambini palestinesi la loro stessa narrativa per timore che abbiano motivo di piangere e che cerchino di riscattare la loro causa persa.

Ma questa paura è correlata anche alla mancanza di immagini nei media israeliani, che si riflette nell’attualità, dei palestinesi e delle loro sofferenze, insieme alla mancanza di empatia da parte di giornalisti, politici o educatori. Messa in questi termini, non è poi così difficile comprendere come mai principi positivi come l’emancipazione e la liberazione siano diventati un motivo di esclusione e strumento di guerra. La rivendicazione del diritto alla memoria è passata sempre più spesso dall’invocazione di giustizia all’appello all’omicidio e ora al genocidio.

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