Skip to content
Politica

La direzione intrapresa da Teheran

Il “favorito” delle elezioni in Iran era il partito dell’astensionismo. Le previsioni della vigilia non sono state smentite questa volta dall’esito finale: alle urne si è recato soltanto il 41% degli aventi diritto, meno della metà dunque e meno del...
iran proteste

Il “favorito” delle elezioni in Iran era il partito dell’astensionismo. Le previsioni della vigilia non sono state smentite questa volta dall’esito finale: alle urne si è recato soltanto il 41% degli aventi diritto, meno della metà dunque e meno del 42% delle elezioni del 2020, tenute in piena pandemia da Sars Cov 2. Il dato da un lato sta contribuendo a far emergere voci preoccupate dalle frange più conservatrici della repubblica islamica. Dall’altro però, ha spianato una strada molto ampia a favore proprio dei conservatori: l’astensione ha favorito i candidati delle liste più vicine alla Guida Suprema e all’attuale presidente, il conservatore Ebrahim Raisi. Ed è questo il sentiero forse realmente desiderato dai vertici della teocrazia iraniana: disegnare un quadro istituzionale sempre più vicino alle istanze conservatrici.

Il dato sull’astensionismo

Più di un iraniano su due venerdì scorso è rimasto a casa oppure è uscito solo per la preghiera. Niente folla ai seggi elettorali, niente calca nei comitati dei vari candidati, un’atmosfera che non è stata quella classica della mobilitazione nella corsa al voto. L’unica vera corsa è stata quella volta a richiamare anche fino all’ultimo secondo le persone ai seggi. In pochi hanno però risposto e questo nonostante un prolungamento fino a mezzanotte della possibilità di votare.

Il 41% di affluenza totale stride con almeno tre dati. Il primo è quello relativo alle precedenti elezioni parlamentari: si è registrato un calo di un ulteriore punto percentuale su una cifra che, nel 2020, era stata già segnata come record negativo dalla nascita della Repubblica Islamica avvenuta nel 1979. L’altro dato invece riguarda l’affluenza del 2016, in quel caso ben oltre il 60%: al potere c’erano i riformisti e Teheran stava per mandare in porto il negoziato sul nucleare con gli Usa di Barack Obama. Altri tempi e altre epoche politiche, dove evidentemente l’elettorato dava ancora molto credito alle istituzioni della Repubblica Islamica. Infine, c’è la cifra riguardante il numero di elettori al voto nella capitale: a Teheran ha votato solo il 25% degli aventi diritto. Nella città più rappresentativa del Paese, le urne sono andate deserte.

I quotidiani riformisti quali Shargh ed Etimad hanno picchiato giù duro contro la dirigenza iraniana. Negli editoriali si evidenzia che l’astensionismo altro non è che la vittoria di chi ha invitato al boicottaggio. A partire dall’ex presidente Khatami, capo di Stato per due mandati dal 1997 al 2005 e ancora oggi tra le voci più ascoltate in campo riformista. Ma l’astensionismo non è stato sottovalutato nemmeno dalle voci più conservatrici. Secondo Iran Daily, quotidiano vicino al governo conservatore, il dato sulla scarsa presenza alle urne altro non è che “un pericoloso campanello d’allarme che le autorità devono cogliere”.

Parlamento in mano ai conservatori

Il dato sull’affluenza è quindi quello più importante, anche perché le elezioni di venerdì sono state le prime dalle proteste del 2022. Quelle cioè scatenate dalla morte della giovane Masha Amini, arrestata solo per non aver indossato correttamente il copricapo. Ma dall’astensione gli attuali dirigenti della Repubblica Islamica possono ricavare anche un aspetto a loro più favorevole: l’assenza dai seggi elettorali della maggior parte degli aventi diritto, ha favorito i candidati conservatori.

Il parlamento uscente si presentava già nelle loro mani, con 199 deputati su 290 appartenenti alle liste più conservatrici. Ad oggi è ancora difficile tracciare un bilancio definitivo: mancano ancora alcuni dati, ma soprattutto nel sistema politico iraniano non esistono i partiti tradizionali per come intesi in occidente, ci sono liste formate da indipendenti e associazioni di cui è possibile tracciare il profilo politico soltanto dopo il voto. Tuttavia le indicazioni ad oggi emergenti sono piuttosto chiare: i candidati considerati conservatori sono quelli che hanno ottenuto il maggior numero di consensi.

A Teheran ad esempio, spiccano i nomi di due esponenti del clero sciita considerati molto vicini alle posizioni della Guida Suprema. Si tratta, in particolare, di Mahmoud Nabavian e Hamid Resaee. Sarebbero stati proprio loro, secondo i media locali, ad avere il dato più alto delle preferenze nella capitale. I due hanno quindi scavalcato un altro conservatore molto atteso, ossia l’uscente presidente del parlamento ed ex sindaco di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. Quest’ultimo sarebbe stato sopravanzato anche dal conduttore televisivo Amir Hossein Sabeti.

Ghalibaf era uno dei papabili sfidanti, all’interno dell’area conservatrice, dell’attuale presidente Raisi. Pur se rieletto in parlamento, una prestazione al di sotto delle aspettative significa la preclusione a ogni velleità in vista delle presidenziali del prossimo anno. Nel 2025 infatti si voterà per l’elezione del capo dello Stato, Raisi correrà per un secondo mandato e, a giudicare dagli esiti emersi dalle urne, non dovrebbe avere grandi rivali né tra i riformisti e né tra i conservatori. Con l’astensionismo che potrebbe giocare a suo favore.

Saranno i conservatori a scegliere le principali cariche della Repubblica Islamica

Venerdì non si è votato solo per il parlamento, ma anche per l’assemblea degli esperti. Un organo destinato solo a esponenti del clero, composto da 88 membri che, tra le altre cose, detengono uno dei poteri più importanti della Repubblica Islamica: eleggere la prossima Guida Suprema. L’assemblea ha una durata di otto anni, considerando l’età avanzata dall’attuale Guida Suprema, Ali Khamenei, è probabile che il successore sarà eletto tra gli 88 emersi dalle elezioni di venerdì.

Alcuni candidati moderati e riformisti, come ad esempio l’ex presidente Rouhani, sono stati esclusi alla vigilia del voto. Scontato quindi come, anche in questo caso, la maggioranza sia andata ai candidati conservatori. Un seggio è stato ottenuto dallo stesso presidente Raisi, eletto in una circoscrizione con pochi rivali.

Tra un parlamento schierato a proprio favore e un’assemblea degli esperti guidata in modo quasi monopolistico, è chiaro quindi come i conservatori ad oggi detengano in mano le chiavi per le future scelte decisive dell’Iran. Il tutto sfruttando anche il clima di forte rassegnazione ben diffuso nella società e nell’elettorato.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.