Doveva essere un’economia in crisi nera, travolta da crisi e scandali di ogni tipo, scossa da tensioni geopolitiche, indebitata fino alle stelle e scottata dagli anni della pandemia. Eppure, leggendo i dati diffusi dal National Bureau of Statistics, ci troviamo di fronte ad un Paese, la Cina, che nel 2023 ha fatto segnare una aumento del pil pari al +5,2%, conseguendo un tasso di crescita encomiabile e rilevante sulla scena globale.
Allo stesso tempo, però, oltre la Muraglia ci sono segnali meno incoraggianti: da un lato i consumatori stanno risparmiando i loro redditi anziché spenderli, dall’altro le imprese hanno iniziato a sospendere gli investimenti per paura di diminuire redditività e valore aziendale. In mezzo emergono altri campanelli d’allarme, come l’aumento della disoccupazione giovanile – che lo scorso marzo avrebbe ufficialmente toccato il 20% anche se fonti ufficiose parlano addirittura del 50% – e il minor aumento di investimenti diretti di imprese straniere, di appena 33 miliardi di dollari, degli ultimi 33 anni.
E poi, notizia del 29 gennaio 2024, un tribunale di Hong Kong ha ordinato la liquidazione del colosso immobiliare cinese Evergrande, indebitato per oltre 300 miliardi di dollari, mentre più di recente Country Garden, il più grande costruttore immobiliare privato cinese, si è ritrovato ad affrontare un’istanza di liquidazione presentata da un creditore.
Sorge dunque una domanda spontanea: cosa sta succedendo oltre la Muraglia? Qual è lo stato di forma dell’economia del Dragone? Tra luci e ombre emerge un fatto che pochi hanno colto: il sistema economico della Repubblica Popolare Cinese sta andando incontro ad una trasformazione storica.
Passato, presente, futuro: i paradigmi economici della Cina
Innanzitutto, prima di abbozzare i contorni del possibile, nuovo modello economico della Cina, è fondamentale capire cosa è fin qui accaduto al Dragone. Il vecchio modus operandi sdoganato da Deng Xiaoping nel 1978, caratterizzato da riforme e aperture verso il mondo esterno – lo stesso modello, per intenderci, che consentito al gigante asiatico di assumere le sembianze della cosiddetta “fabbrica del mondo” – ha esaurito la sua spinta intorno ai primi anni Duemila.
Una volta che il governo cinese era riuscito ad accumulare enormi quantità di valuta estera inondando il mondo di esportazioni a basso costo, la leadership del Partito Comunista Cinese ha infatti iniziato ad investire in maniera massiccia nelle infrastrutture e nel settore immobiliare. A trainare il vero sviluppo del Paese, in questa seconda fase, non era più l’export a basso costo, quanto la costruzione di strade e case.
In seguito alla guerra commerciale con gli Stati Uniti di Donald Trump, la Cina è entrata in una terza era caratterizzata da una maggiore attenzione all’autosufficienza, da conseguire puntando sullo sviluppo delle industrie strategiche interne e sul mercato nazionale. Il periodo pandemico, caratterizzato da blocchi, chiusure e rigide limitazioni alla mobilità socio-economica, ha sabotato però questo approccio, lasciando Pechino, ancora una volta, in una situazione delicatissima.
La crescita sta rallentando e i prezzi stanno crollando alimentando lo spettro di un ingresso in una sorta di stagnazione in stile giapponese. Xi Jinping, attuale leader della seconda economia mondiale, ha iniziato a parlare di sviluppo economico di qualità, lasciando intendere che d’ora in avanti il vecchio paradigma quantitativo sarà sostituito dalla variabile qualitativa.
Non solo: la Cina smetterà di guardare prevalentemente a Stati Uniti ed Europa, iniziando a collaborare maggiormente con il cosiddetto Sud Globale e con i Paesi in via di sviluppo. Non è un caso che il progetto della Nuova Via della Seta sia stato gradualmente spostato dal continente europeo al resto del mondo: Africa, Sud-est asiatico e America Latina. Se tutto dovesse procedere senza intoppi, la Repubblica Popolare Cinese si ritroverà a guidare un ordine internazionale alternativo, da affiancare a quello occidentale trainato dall’influenza statunitense.
I nodi del Dragone
Il presente indica però tempesta in corso. Il settore immobiliare, che rappresentava circa un quarto della produzione economica annuale della Cina, è andato incontro ad un lungo inverno a partire dal 2020, da quando cioè il governo, temendo una crescita esponenziale del debito, ha introdotto limitazioni all’accesso al credito facile per i promotori immobiliari. Il risultato, aggravato dalle restrizioni imposte dall’era della pandemia, è stato un forte calo delle vendite di case, delle nuove costruzioni e degli investimenti.
Nel frattempo, ha evidenziato il Wall Street Journal, l’ottimismo dei consumatori cinesi è crollato. I cittadini si erano indebitati pesantemente per finanziare gli acquisti di case e appartamenti, e si aspettavano guadagni eccezionali. Ora queste stesse persone stanno rispondendo alle turbolenze immobiliari tagliando la spesa e fronteggiando la deflazione. Le imprese hanno quindi limitato investimenti e assunzioni.
Il debito complessivo della Cina, poi, è aumentato fino a raggiungere l’equivalente di oltre il 300% del prodotto interno lordo. Una parte del debito cinese è dovuto ai governi locali, le finanze dei quali sono sotto pressione adesso che le entrate derivanti dalla vendita di terreni ai promotori immobiliari – una fonte di reddito cruciale – si sono esaurite. Le suddette società immobiliari rappresentano un’altra fetta considerevole del debito cinese. Le banche nazionali sono insomma fortemente esposte verso entrambi i settori indebitati: amministrativo locale e immobiliare.
Il paradosso della crescita
Il sito The Diplomat ha parlato espressamente di paradosso della crescita. Un concetto utilizzato per descrivere un fenomeno in cui sussiste un’incoerenza tra i dati statistici della crescita economica e l’effettivo benessere economico della popolazione generale. Una disparità del genere comporta questioni strutturali complesse che richiedono aggiustamenti politici mirati e strategie di sviluppo socioeconomico. Anche perché lo stesso paradosso della crescita sarebbe dovuto principalmente alla distribuzione ineguale dei benefici derivanti dalla crescita economica del Paese, nonché alle differenze nella produzione industriale nazionale.
Nel 2023, infatti, le imprese controllate dallo Stato hanno registrato una crescita del 7% mentre quelle private, la maggior parte delle quali piccole e medie imprese (PMI), si sono fermate al 5%. C’è solo un piccolo problema: dato l’elevato numero di dipendenti nel settore delle PMI, un numero maggiore di persone ha sentito il peso del rallentamento economico.
Foreign Policy ha scritto che, almeno per quanto riguarda il breve periodo, la ripresa economica della Cina nel 2024 dipende da quattro fattori: la stabilizzazione del mercato immobiliare, la ripresa dei consumi delle famiglie, il miglioramento del contesto esterno e il ripristino della fiducia nell’economia. La Conferenza centrale sul lavoro finanziario e la Conferenza centrale sul lavoro economico, due eventi rispettivamente avvenuti nell’ottobre e dicembre 2023, hanno sottolineato l’importanza della prevenzione e risoluzione dei rischi in tre aree chiave: il mercato immobiliare, il debito delle amministrazioni locali e le istituzioni finanziarie di piccole e medie dimensioni.
Incrociando dati e analisi, troviamo dunque una Cina che intende mollare il vecchio modello economico basato sugli investimenti interni per inaugurarne uno caratterizzato da autosufficienza, consumi interni e prodotti di alta qualità (con spiccata propensione nel settore green e delle tecnologie del futuro). Se questo modello funzionerà o meno, lo scopriremo molto presto.
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