BREAKING BORDERS
La Colombia che rompe le frontiere della criminalità

Colombia, nuove speranze

Barrio Egipto è uno dei quartieri più vulnerabili di Bogotà, ai piedi del Monserrate, è separato dal centro storico “La Candelaria” da una delle tante strade caotiche della capitale colombiana. Conserva il nome coloniale della chiesa dedicata a “Nuestra Señora de Egipto” (Nostra Signora dell’Egitto), datata a quattrocento anni fa, e ospita ottocento famiglie. Negli ultimi anni, il “barrio” ha detto no alla violenza, e ha cambiato veste con un progetto di turismo sociale, “Breaking Borders”, avviato nel 2016 da uno degli ex criminali del quartiere, Jaime Calabazo Roncancio, anche conosciuto come “El Calabazo”. 

Il sobborgo, da sempre marginale, si apre a turisti, ricercatori, viaggiatori provenienti da tutto il mondo e afferma la sua nuova esistenza grazie all’impegno di vecchi delinquenti diventati guide turistiche. Siamo nella Colombia del conflitto armato, la guerra civile che opprime il popolo da più di sessant’anni, e che ha causato effetti devastanti sul tessuto sociale. Leader dei diritti umani, leader sociali e ambientali, sacerdoti e persone comuni lavorano costantemente per la costruzione della pace e per restituire un paese migliore ai propri figli.

Secondo il rapporto 2021 di Global Witness, la Colombia è il secondo paese al mondo più pericoloso per i leader dei diritti umani e dell’ambiente. I dati della CEV (Comisión de la Verdad), raccolti tra agosto 2018 e giugno 2022, lo confermano: il numero di assassinii è pari a 930. Secondo la UAEARIV (Unidad Administrativa Especial para la Atención y Reparación Integral a las Víctimas), il numero totale delle vittime del conflitto armato colombiano, aggiornato al 31 gennaio 2022, è poco più di nove milioni e quattrocento ventitremila. “Breaking Borders” è uno dei tanti miracoli di questa realtà fatta di sangue e di lotta per la libertà.

“Eravamo delinquenti, che andavano contro il servizio pubblico, contro lo Stato, l’economia e i bisogni della gente. Insomma, contro tutto. Come i guerriglieri e i paramilitari. Però, mentre loro lottano per altri ideali, noi ci contendevamo il mercato della droga e facevamo guerriglia urbana. Adesso, ci battiamo per avere un ospedale, un centro odontologico, un mercato di quartiere in cui fare spesa a prezzi più bassi. Non abbiamo nulla, purtroppo, e non possiamo spostarci nei quartieri confinanti perché altrimenti avremmo problemi con le bande con le quali finora ci siamo contesi il traffico di stupefacenti”, racconta Tío Meo, che ha il volto coperto di cicatrici e la voce cadenzata da freestyler.

Memo, uno dei componenti del gruppo “Breaking Borders” che cercano di risanare il Barrio Egipto di Bogotà. Memo mi racconta che ha ucciso 15 persone nella sua adolescenza e che per questo si è fatto molti anni di carcere. Ora cerca, insieme ai suoi compagni dell’associazione, di rendere un posto migliore questa piccola favela.

È così che si fa chiamare nel “barrio”, con il nome d’arte, come tutti gli altri, proprio come in una “crew”. Parla mentre sale le stradine ripide, a tratti sterrate, e indica i murales che i graffitisti del mondo hanno omaggiato al Egipto, aggiungendo: “Il nostro progetto si chiama “Breaking Borders”, che vuol dire ‘rompere le frontiere’, perché in questo posto ci sono quattro frontiere invisibili e noi stiamo lavorando per eliminarle”. Il sobborgo è fatto di colori e di eucalipti. Le guide, riconoscibili perché indossano tutte uno smanicato azzurro e la spilla con il nome del progetto, accompagnano i visitatori tra i murales e si fermano di tanto in tanto per cantare i propri versi o quelli di rapper famosi, raccontare le storie di spari o di ferite, che diventano poi leggende per i visitatori.

“Questo ce lo ha regalato Noma, un artista colombiano molto famoso. Tra i simboli rappresentati ci sono: il pennello, che vuole indicare l’intenzione di dare un colore al nostro quartiere; il bersaglio, perché molti di noi, già in tenera età, smettono di giocare per impugnare la pistola; il microfono, perché siamo un quartiere che si vuole identificare con l’arte hip pop; la birra, perché celebra la convivialità e il nostro stare insieme; il fulmine rappresenta il mondo criminale, cioè quel monopolio che vende la droga e le armi, quindi il potere (oggi, infatti, crediamo che “Breaking Borders” sia come un fulmine perché ha cambiato la nostra gang, “La Decima”); il calcio, perché è il simbolo di tutti i ragazzi che cercano la speranza, e, infine, il fuoco, perché descrive il nostro quartiere, cioè uno dei più caldi di Bogotà”, dice Andrés.

Barrio Egipto non è guarito del tutto, le criticità esistono ancora, sono in quelle vulnerabilità che ancora costringono le famiglie a vivere nel degrado, ma l’entrata di persone nuove, diverse per cultura e latitudine, permette agli ex criminali di guadagnarsi da vivere con un lavoro dignitoso, pulito, e di alto valore culturale. La speranza, nei sogni delle famiglie di Egipto, è raffigurata nel volto di Vicente Sarmiento e Celina Gutiérrez, dipinti sul muro di entrata in un graffito intitolato “Memoria de barrio”. Sarmiento, attualmente, è l’unica persona a possedere un telefono cellulare all’interno del quartiere, mentre sua moglie è la storica infermiera del Barrio Egipto, che gode del privilegio di non essere mai stata sparata, pur passando da una “frontiera” all’altra per curare le persone di rioni diversi.

“Questo murale è dedicato a Celina Gutiérrez, una donna di Medellín che ha novant’anni e vive in questo quartiere da quando ne aveva venti. Celina ci ha offerto con la sua cura l’unico servizio sanitario che ha avuto questo luogo da quando è nato. È per noi una sciamana. Una donna sapiente. Si è sempre occupata di guarire e operare le nostre ferite di arma da fuoco, e mai è successo che prendessero infezione, o che qualcuno morisse”, si alza la maglia Alex, mostra lo sfregio che ha sul fianco, e continua: “Questa ferita me l’ha curata lei dopo che una volta mi hanno sparato. Avevo perso così tanto sangue che pensavo di non farcela, invece lei mi ha dato amore e cura, e non è servito neanche che andassi in ospedale”.
La chiesa di “Nuestra Señora de Egipto” negli ultimi anni ha subito una forte mancanza di sacerdoti, e l’arcidiocesi non ha potuto assegnarla perché non vi erano parroci disponibili. Ma giacché si trova proprio di fronte alla Casa Annonay, la residenza basiliana che ospita il noviziato e il seminario, allora la Congregación de San Basilio si è occupata di svolgere le attività, finora in maniera parziale ma da sette mesi più assiduamente con due padri basiliani, Pedro Miguel Mora Medina e Juan Rojas Ramos.

“Sono molto felice di stare a contatto con persone che vogliono cambiare la propria vita. La nostra comunità parrocchiale è fatta di giovani, bambini, studenti, persone di passaggio e artisti. Da quando sono arrivato, ho deciso che la chiesa deve restare aperta tutto il giorno per permettere sia ai turisti di visitarla sia alle persone di entrare quando ne hanno bisogno. Grazie all’aiuto del quartiere, abbiamo recuperato molte cose, tra cui i quadri e la casa canonica, e collaboriamo a diversi progetti, tra cui, “Breaking Borders” con El Calabazo, con il quale si lavora affinché la gente venga a farci visita”, racconta Padre Mora, che ha aperto le porte della chiesa perché vuole che sia un riferimento per tutti.

Il suo entusiasmo è la cornice adatta per quel luogo che finora è stato al margine, ma che adesso vuole riprendersi il proprio futuro. Fa un sorriso e conclude: “Con El Calabazo vogliamo aprire un tunnel all’interno della chiesa per favorire il passaggio ai turisti, perché sempre più persone si sentano sicure di stare nella nostra comunità. Stiamo lavorando anche a un progetto per ragazze madri, per avviarle al cucito e, quindi, alla produzione di indumenti per fare in modo che guadagnino e possano essere indipendenti. El Calabazo è una persona rispettosa, il suo impegno e la voglia di cambiare vita mi danno speranza.