Soltanto una settimana fa, prima che prendesse il via il vertice Brics a Johannesburg, Luiz Inácio Lula da Silva scriveva sui social network che, in occasione del summit, avrebbe proposto ai Paesi membri del gruppo l’utilizzo di una moneta comune, in alternativa al dollaro, per accelerare gli scambi commerciali reciproci. A dare risalto e valore alle parole del presidente brasiliano c’era un aspetto non da poco: l’incontro in programma in Sudafrica avrebbe, per la prima volta, aperto le porte a decine e decine di nazioni ospiti, alcune delle quali papabili per l’ingresso nel “club”.
Terminati i lavori, in calendario dal 22 al 24 agosto, la realtà è stata però diversa dalle aspettative. Nella Dichiarazione finale del XV vertice Brics non si è parlato di monete comuni, almeno non nei termini e nei modi avanzati da numerosi commentatori, mentre hanno trovato spazio sia l’impegno dei membri del gruppo contro barriere commerciali sia la loro preoccupazione in merito all’utilizzo unilaterale delle sanzioni economiche.
Le parole chiave del summit possono essere ridotte a due: multilateralismo e cooperazione reciproca. Come se non bastasse, è stato esteso l’invito ad Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a prender parte all’organizzazione a partire dal 2024, in attesa di capire se i diretti interessati accetteranno o meno di fare questo passo in avanti. Che ne è, dunque, della “moneta comune anti dollaro” dei Brics e della sfida all’Occidente? È importante fare chiarezza.
La “moneta comune” dei Brics
Per quanto riguarda la moneta comune, idea amplificata dalla richiamata affermazione di Lula, i Brics non hanno mai davvero inserito in agenda la volontà di adottare una loro moneta circolante. Al contrario, i Paesi membri del gruppo hanno incrementato i rispettivi scambi commerciali adottando le proprie valute, con l’intenzione di accelerare questo processo da qui ai prossimi anni.
La Dichiarazione di Johannesburg, del resto, sottolinea – anzi, incoraggia – l’uso delle monete locali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i Brics e i loro partner. La proposta accarezzata da Lula, semmai, riguarda la creazione di una specie di un’unità di conto, come ha sottolineato ItaliaOggi, sul modello dell’Ecu europeo prima che entrasse in vigore l’Euro. L’Ecu, per la cronaca, non è mai stata una moneta circolante, bensì un sistema per agevolare il commercio all’interno dell’Unione europea e con altri Stati, preparando il terreno a quella che sarebbe poi stata un’effettiva unione monetaria (e non solo) dell’Europa.
Inoltre, i Brics non intendono detronizzare il dollaro – impresa pressoché impossibile, tanto più in tempistiche di medio periodo – quanto piuttosto creare una rete commerciale di nazioni partner – tutte economie emergenti o quasi – alimentata, non con il “biglietto verde”, ma con altre valute.
Le sfide e le contraddizioni
Certo, la volontà di creare un sistema economico-valutario alternativo nasce dall’esigenza di quanto accaduto negli ultimi mesi, tra il rafforzamento del dollaro e dei tassi di interesse (gli stessi che aggravano i debiti di certe nazioni) e le tensioni internazionali, responsabili dell’aumento dei costi delle importazioni. Più che “sfidare l’Occidente”, i Brics lavorano comunque per edificare una sorta di nuovo ordine internazionale (economico) adattato alle esigenze dei Paesi membri del gruppo.
In ogni caso, numeri alla mano, nel caso in cui i Brics dovessero davvero estendersi ed includere 11 Paesi, a quel punto staremo parlando di un club impossibile da ignorare, che incarnerebbe il 36% del pil mondiale e comprenderebbe il 47% della popolazione del pianeta.
Il presente ci offre tuttavia un gruppo tanto pragmatico e desideroso di lavorare per le numerose cause comuni, quanto, in parte, bloccato da alcune inevitabili contraddizioni interne. C’è infatti chi, come la Russia, è solita utilizzare una narrazione aggressiva del “Sud globale” contro il “dominio occidentale” e chi, come la Cina, vorrebbe alleggerire i toni. E ancora: mentre Mosca e Pechino sono felici di aver estero l’invito di prender parte ai Brics a nazioni del Medio Oriente, India e Brasile temono – stando ad alcune voci di corridoio – di finire in secondo piano.
“Nessuno ha proposto la questione di una valuta Brics, nemmeno negli incontri informali”, ha peraltro affermato Enoch Godongwana, ministro della Finanza del Sudafrica, in un’intervista a margine del vertice di Johannesburg giovedì. “La creazione di una moneta comune presuppone la creazione di una banca centrale, e ciò presuppone la perdita dell’indipendenza sulle politiche monetarie, e non credo che nessun paese sia pronto per questo”, ha aggiunto, ribadendo il lato frammentario del gruppo. Certo è che le riserve in dollari delle economie emergenti sono scese dal 73% del 2001 al 47% del 2022. Pensare però che i Brics possano coniare una valuta parallela al dollaro è un’ipotesi al momento remota.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

