Sui profili social del Corpo dei volontari russi, del quale abbiamo ampiamento parlato da queste colonne, da qualche giorno è comparso un semisconosciuto interlocutore, in diretta Youtube con il leader spirituale del gruppo Denis “White Rex” Kapustin.
Chi è Yuri Dashevsky
Il personaggio in questione reca perennemente un berretto rosso con la scritta “Maga” e, nelle sue dirette, campeggia alle sue spalle una bandiera a stelle e strisce. Quel Maga, infatti, sta appunto per Make America Great Again, il motto coniato da Donald Trump in occasione della campagna elettorale del 2016. A indossarlo è Yuri Dashevsky, architetto, classe 1960, figlio di ebrei ucraini fuggiti in Uzbekistan, Paese che gli ha dato i natali, per poi essere trapiantato negli Stati Uniti nel 1996.
Dashevsky ha corso per la Camera degli Stati Uniti per rappresentare l’ottavo distretto congressuale di New York, perdendo il seggio nelle scorse elezioni di midterm. Nella sua campagna elettorale, toni duri, quasi messianici per un ritorno alla “purezza” dell’America delle origini, quella dei Padri fondatori insomma, unica panacea per questi Stati Uniti da salvare. Un fanatico del motto law and order per la sua New York in pericolo, ma anche della difesa dei più piccoli e della sicurezza nelle scuole; idee chiarissime in politica estera: la sicurezza energetica vista come politica di sicurezza nazionale, una visione tendenzialmente economicistica delle relazioni internazionali. Ma soprattutto, Dashevsky condivide con il resto del Maga una pessima opinione della politica estera di Joe Biden, bollata più volte come un “pasticcio”: un acceso fan del rapporto tra Stati Uniti e Israele, che definisce “alleato storico, strategico e spirituale”.
Un ebreo ucraino-sovietico-americano nel Gop
Molto vicino all’humus culturale della diaspora ucraina negli Stati Uniti, Dashevsky unisce in sè la tipica retorica del Maga fusa a un elemento insolito: negli Stati Uniti, la diaspora ebraica, tendenzialmente, si è sempre diretta verso il Partito Democratico, ma da qualche decennio, frange di ebrei ortodossi sono andate a confluire verso il voto repubblicano, a partire dalla moral majority in poi. Una tendenza confermata anche in occasione delle midterm del novembre scorso, quando il 30% dell’elettorato di fede ebraica ha scelto il Gop in luogo dei dem. In quest’alveo si inserisce la figura di questo outsider che non urla, non si comporta da esagitato ma che, per via delle sue ascendenze, costituisce un microfono interessante nell’appoggio a Kiev fornito dai Repubblicani. Dashevsky, infatti, ama definirsi un “super ultra Maga”, enunciando la mancanza di poche voci conservatrici sulla vicenda ucraina nel novero dei media internazionali, soprattutto dopo l’ascesa di Biden alla Casa Bianca. Lo scorso novembre era pronto a scommettere su un Congresso repubblicano, promettendo di continuare a sostenere l’Ucraina (all’indomani dell’invasione si era impegnato in una grossa campagna di raccolta fondi attraverso il suo canale Youtube), seguitando a raccogliere denaro attraverso la sua rete.
Dashevsky incontra Kapustin
Pochi giorni fa, il 7 agosto, nel suo programma web My New York Company, Dashevsky ha ospitato proprio Denis Kapustin, il famigerato leader Rdk, in un’intervista di circa un’ora nella quale “White Rex” si è raccontato come raramente aveva fatto, se non da canali propri o dei suoi fedelissimi.
Un’intervista nella quale White Rex sottolinea la genesi del gruppo, retrodatandola a molti anni fa sul territorio russo: lui e i suoi compagni, infatti, avrebbero preso parte a un gran numero di manifestazioni anti-Putin negli ultimi dieci anni. Ergo, il loro battesimo del fuoco sarebbe di gran lunga precedente ai fatti di Belgorod, occasione in cui abbiamo appreso della loro esistenza. La diretta è stata anche l’occasione per sdoganare al pubblico americano conservatore le possibili azioni future (quella di creare un “brand” della resistenza, ad esempio) strettamente legate al sostegno economico al Corpo stesso.
Kapustin è quanto mai tecnico nelle sue risposte, e racconta al suo interlocutore negli Stati Uniti come il corpo abbia intrapreso anch’esso una guerra di propaganda che passa per un gran numero di followers che contribuiscono a moltiplicare il messaggio dei volontari. La stessa intervista sul canale di Dashevsky è da annoverarsi come propaganda, ed è una risposta a quella componente del Gop che vorrebbe mettere fine agli “assegni in bianco” all’Ucraina. Ma è anche l’occasione per Kapustin di raccontare parte della sua storia personale, soprattutto il suo passaggio dal ring Mma al campo di battaglia. Una chance, inoltre, per chiarire anche il punto di vista del Corpo dei volontari sull’affaire Prigozhin: Kapustin, infatti, ha sottolineato più volte che l’Rdk non ha sostenuto il leader della Wagner in quanto tale, ma la sua “Marcia della Giustizia” come fattore destabilizzante.
La visione trumpiana della guerra in Ucraina
La figura di Dashvsky resta particolare, nel panorama dei conservatori del Maga, innanzitutto per una questione personale: singolare il suo filo diretto con Kapustin: lui, ebreo, che dialoga con un neonazista dichiarato e i suoi compagni di battaglia.
Nelle decine di interviste rilasciate da Dashevsky, l’appoggio incondizionato ai nazionalisti russi (e non) che combattono per l’Ucraina è sempre accompagnato dal disegno trumpiano del sistema internazionale: per l’esponente Maga, un’America forte è stata la ragione che ha pacificato i rapporti tra Israele e Paesi Arabi; viceversa, il declino che gli Stati Uniti vivono nella attuale amministrazione spiega l’aggressione all’Ucraina, ma anche la recrudescenza delle tensioni tra Serbia e Kosovo, o l’assertività cinese a proposito di Taiwan. Una critica sistemica al mondo dem, che passa per l’accusa di promettere sempre ma non realizzare mai (a proposito delle “red line” di Obama) ma soprattutto per la certezza che “Putin e Biden abbiano interessi comuni in Ucraina”, una sorta di camera di compensazione per entrambe le nazioni, lungo il filo che segna il confine tra Europa ed Asia: un refrain abusato dallo stesso Trump e i suoi accoliti più noti.
Dashevsky intervista Fortuna
Qualche giorno prima dell’intervista a Kapustin, rimbalzata su tutti i canali dell’Rdk, Dashevsky aveva intervistato un pezzo da novanta del Corpo, Alexander Fortuna, con il fine di fare da amplificatore alle sue gesta poco note agli americani, rei di essere disinformati attraverso canali che non raccontano questo lato della resistenza.
Sulla genesi del Corpo, Fortuna racconta una storia identica a quella narrata poi da Kapustin. Nel suo racconto, però, pone una particolare attenzione all’elemento diasporico che caratterizza il Corpo dei volontari russi: forse proprio questo aspetto ha permesso a Dashevsky di avvicinarsi così tanto a questo gruppo, essendo lui stesso un uomo della diaspora. Fortuna viene punzecchiato soprattutto sul sostegno americano all’Ucraina, tracciando un parallelo sull’efficacia del Lend-Lease Act nella lotta contro i nazisti (anche qui, nessun accenno sull’humus culturale del Corpo): Fortuna risponde con una critica tecnica agli aiuti europei e occidentali, spesso legati a tecnologia ricondizionata o di fabbricazione sovietica (come nel caso dei Paesi dell’Europa dell’est).
Gli fa eco il suo interlocutore che accusa il “suo” presidente Biden di promettere all’Ucraina carri armati che devono ancora essere realizzati: in tutto questo né Fortuna né tantomeno Dashevsky chiariscono il rapporto che il Corpo dei volontari intrattiene (o meno) con le forze di Kiev e i suoi legami eventuali con l’Occidente. Lo stesso intervistatore Maga, infatti, rilancia i canali per le donazioni ai miliziani, ricordando loro di aver raccolto 100mila euro attraverso la sua campagna mediatica. Per l’esponente repubblicano la ragione della lentezza nella cessione di tecnologia nuova a Kiev ha un retroscena abbastanza ovvio: nessuno dei partner occidentali vuole che tecnologia di ultima generazione possa cadere nelle mani dell’esercito russo.
Dashvesky ha perso le elezioni: e Trump?
Il sostegno mediatico, e in parte finanziario, che Dashevsky e i suoi simili nel Gop intendono fornire alla resistenza ucraina aprono una grossa spaccatura nel Maga. Sebbene Trump abbia fatto del conflitto un nuovo strumento per le sue stilettate all’amministrazione Biden, il tycoon, in un’intervista a Fox News lo scorso mese, si è dichiarato disponibile a dare al Kiev “più di quanto abbia mai ricevuto, se necessario”. Una linea decisamente divergente rispetto ai morigerati del partito, che rischia di privarlo perfino delle simpatie di numerosi falchi oltre che dei “frugali” come lo speaker Kevin McCarthy. Una linea che farà decisamente la differenza sia nella corsa per le primarie che in un eventuale sfida per la Casa Bianca: appena un mese fa, un sondaggio condotto da Redfield and Wilton ha rilevato che il 43% dell’elettorato trumpiano ritiene che per l’Ucraina si è fatto fin troppo, mentre il 41% ha chiaramente richiesto che gli Stati Uniti rivedano il loro livello di supporto a Kiev. Una scelta che lo stesso Dashevsky ha pagato alle urne: per lui i consensi si sono fermati al 28,2% contro il 71,6 del suo navigato avversario Hakeem Jeffries.
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