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Società

Gli Usa e la grande fuga dalle metropoli: così i sobborghi tornano alla ribalta

Le metropoli americane hanno vissuto sorti alterne nel corso del tempo. Al volgere di ogni decennio verso quello successivo sono state luogo di immigrazione, simbolo della crescita produttiva progressista, centro nevralgico di nuove idee, il quartier generale dei colletti bianchi,...

Le metropoli americane hanno vissuto sorti alterne nel corso del tempo. Al volgere di ogni decennio verso quello successivo sono state luogo di immigrazione, simbolo della crescita produttiva progressista, centro nevralgico di nuove idee, il quartier generale dei colletti bianchi, luoghi di ricorrente violenza e disordini civili, l’habitat patinato degli yuppie, ma anche coacervo di nevrosi e individualismo sfrenato. Los Angeles, New York, San Francisco, Chicago sono state un po’ tutto per tutti, almeno da quando hanno potuto fregiarsi dell’appellativo di metropoli.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il conseguente boom economico e demografico generò negli Stati Uniti una fortissima crisi abitativa, tanto che molto spesso le giovani coppie di neosposi ricorrevano all’affitto di pullman (vedasi Chicago) dismessi come prima abitazione coniugale. A inventare Suburbia ci pensò William Lewitt, il costruttore che ridusse costi e tempi applicando all’edilizia le tecniche della produzione di massa: se prima del conflitto i sobborghi erano stati largamente riservati ai benestanti poiché gli operai vivevano solitamente vicino al loro luogo di lavoro, lo sviluppo suburbano diventò emblematico dello stile di vita della classe media. Negli anni Cinquanta circa 1.200.000 cittadini si spostarono ogni anno verso i sobborghi: fu proprio il 1950 l’annus mirabilis nel quale più cittadini americani vivevano nei sobborghi che nelle città.

Un fenomeno inziato con l’11 settembre

Ma se nel Dopoguerra la fuga verso Suburbia era un’esigenza pratica, immobiliare, demografica che poco aveva di esistenziale, oggi si assiste ad un fenomeno simile, che è in parte dettato dal mercato in parte a ragioni del tutto personali, scatenate anche dalla storia recente. Nell’America del villaggio globale il distacco emotivo dalla grande città era cominciato da tempo: all’indomani dell’11 settembre 2001, i postumi del trauma collettivo legato agli attentati avevano indotto sempre più cittadini americani a guardare alle metropoli come luoghi insicuri, potenziali obiettivi sensibili ove si poteva divenire bersagli facili dei terroristi. Un anno dopo gli attentati, nell’estate del 2002, si erano occupati del fenomeno due harvadiani, David Barron e Gerald Frug, che avevano guardato all’effetto degli attacchi sul futuro delle città, registrando uno svotamento dei centri urbani, dell’ urban core, non più riconosciuto come istituzione affidabile della vita sociale. Oggi, all’indomani di un nuovo trauma collettivo, il fenomeno ritorna prepotentemente.

La pandemia e la fuga dalla metropoli

Da un lato, la nuova fuga dalla metropoli è legata al disagio pratico-emotivo della pandemia: i vari lockdown sono stati insostenibili per chi è costretto a vivere in pochi costosissimi metri quadrati all’interno dei distretti principali. La vita è stata molto diversa, nel medesimo periodo, per chi poteva godere banalmente di una villetta monofamiliare-simbolo intramontabile dell’americano medio e di un minuscolo spazio verde come un giardino. Chi ha vissuto nei sobborghi, infatti, non ha dovuto assistere al tristo vai e vieni delle ambulanze, agli ospedali sovraffollati, alle sepolture di massa, al deserto urbano e al suo chiassoso silenzio.

L’altra faccia della medaglia sono i dati economici: l’inflazione fuori controllo da un anno e mezzo, i prezzi impazziti delle abitazioni-intese sia come affitto che acquisto, i mutui i cui tassi di interesse hanno raggiunto il 5,25%. Di fronte a tutto questo, c’è chi ha scelto di fuggire dalla città per sempre oppure di fare dei sobborghi la propria prima residenza, una volta uscito dal nucleo familiare. Una possibilità resa reale dal lavoro a distanza: se un tempo al successo di Suburbia avevano contribuito automobile, ferrovie, metropolitane, ora è Zoom e i suoi epigoni che permette di conciliare costi, vita lavorativa e familiare. Un destino lavorativo che per molti sarà la quotidianità ancora per lungo tempo ma che per tanti altri è ormai una scelta definitiva.

Il trend sembra essersi leggermente affievolito, secondo i dati dell’ultimo Census del 2022 , ma gli effetti post-pandemia sono destinati a durare ancora. Tanto da indurre perfino una città come Washington capitale a ideare dei piani di rientro degli abitanti, sognando quota 1 milione entro il 2045. Stesso destino per New York, San Francisco, Boston, St.Louis e Atlanta che hanno fatto registrare gravi cali di popolazione.

Mettendo insieme i dieci distretti metropolitani più grandi d’America, la popolazione in fuga raggiunge quota 1 milione. Un fenomeno che riguarda soprattutto le grandi aree urbane del nord del Paese, un tempo roccaforte di progressismo e prosperità. Anche su questo punto si registra un’ulteriore faglia interna alla Nazione: sebbene gli Stati Uniti siano uno dei Paesi con più alta mobilità interna al mondo, oggi questo tipo di flusso migratorio predilige il sud e non più i grandi distretti metropolitani.

Gli americani sono attirati dalla buona istruzione, dalla bassa tassazione e dalle prospettive economiche che oggi offrono realtà come Texas e Tennessee. Nel frattempo, nelle cities che non dormono mai, i vagoni delle metropolitane viaggiano spesso a mezzo carico, numerose insegne vengono rimosse per essere trasferite altrove, i bar e gli uffici si svuotano. Una nuova America, dunque: più insofferente, più spenta, meno faro, le cui strade ora raccontano anch’esse di un declino generale dell’American dream.

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