Il “momento economico” del Vietnam potrebbe finalmente essere arrivato dopo decenni di promesse non mantenute. I numeri sono dalla parte di Hanoi, visto che l’economia vietnamita è stata quella che più è cresciuta in Asia nel 2022, con un incoraggiante +8% – per la cronaca il valore più alto dal 2011 – nonché una delle pochissime, a livello globale, a far segnare due anni consecutivi di crescita, quantificabile in circa il 3% annuo, durante la pandemia di Covid-19.
Nell’ultimo ventennio, inoltre, il Pil nazionale è riuscito a viaggiare mantenendo una velocità di crociera del 6%, balzato al 7% intorno al 2019, in concomitanza con la guerra dei dazi scatenata dall’allora presidente statunitense Donald Trump contro la Cina. A ulteriore conferma degli ottimi risultati conseguiti dal Vietnam, secondo la World Bank il governo locale avrebbe tolto dalla povertà oltre il 50% della sua popolazione tra il 2002 e il 2018, mentre, in proiezione futura, si leggono stime e report concordi nel ritenere il Vietnam la probabile, prossima Tigre asiatica.
Per la società di consulenza britannica Center for Economics and Business Research (Cebr), ad esempio, l’economia di Hanoi quintuplicherà entro il 2035, attestandosi su una crescita annua media del 7,7% per i prossimi dieci anni, e del 6,6% per gli anni successivi, scavalcando Thailandia e Taiwan. Altre previsioni ipotizzano che il Pil del Vietnam possa rendersi protagonista di un balzo talmente grande da raggiungere, nel 2050, il ventesimo posto nella classifica globale, contro l’attuale 47esimo.
Un futuro così roseo dipende principalmente da due variabili: il successo o meno della quarta rivoluzione industriale che sta lentamente cambiando volto al Paese e, soprattutto, le scelte politiche del governo, da tempo impegnato in un equilibrismo tra Cina e Stati Uniti, adesso aggravato dalla guerra in Ucraina e dall’impossibilità di giocare di sponda con la Russia.
La diplomazia del bambù
L’apparente oscillamento diplomatico del Vietnam non è frutto del caso. Al contrario, risponde ad una logica ben precisa, necessaria per tenere a bada alleati e amici, e soprannominata diplomazia del bambù. L’espressione, che si riferisce, nello specifico, al modus operandi adottato da Hanoi per gestire le relazioni estere, è stata coniata per la prima volta nel 2016 in una conferenza da Nguyen Phu Trong – un teorico marxista e segretario, per ben tre mandati, del Partito comunista vietnamita – e poi riutilizzata in un discorso nel dicembre 2021.
Il concetto è semplice: la diplomazia del Vietnam è dotata di forti radici, steli solidi ma rami molto flessibili, proprio come il bambù vietnamita. Significa che l’approccio del Paese al mondo è pragmatico e pronto ad adattarsi a più situazioni, anche se le radici della diplomazia vietnamita sono risolute e avvinghiate a valori ideologici ben precisi, volte al conseguimento della felicità per il popolo e al mantenimento delle fondamenta dello Stato socialista.
In ambito militare, Hanoi ha sposato quattro no: no ad alleanze militari formali; ad ospitare basi o attività straniere sul proprio territorio; a schierarsi con un Paese contro un altro (da qui l’ambiguità sul conflitto ucraino); e, infine, no all’uso della forza militare per la risoluzione delle dispute internazionali. È questo, dunque, il fulcro delle radici, ma scorrendo verso la cima della pianta la superficie diventa sempre più flessibile. Nell’ultimo libro bianco della difesa vietnamita, del 2019, si legge non a caso che Hanoi si riserva la possibilità, a fronte di determinate situazioni, di sviluppare relazioni militari appropriate con altri Stati.
La terza via del Vietnam: fra Usa e Cina
Come ha evidenziato The Diplomat, ai diplomatici vietnamiti viene richiesto di essere proattivi nel lavorare con partner stranieri, pronti a mostrarsi amichevoli e flessibili a seconda delle situazioni. Ebbene, questo principio in politica estera – ben articolato e pratico ma anche volutamente vago – è riemerso lo scorso febbraio, quando la Russia ha lanciato la sua offensiva contro l’Ucraina. La diplomazia di bambù guida quindi Hanoi verso l’indipendenza e il rifiuto di prendere posizione nelle controversie internazionali.
I risultati diplomatici raccolti dal Vietnam negli ultimi decenni forniscono una base empirica adeguata per poter parlare addirittura di una scuola diplomatica vietnamita. Con il Doi Moi (termine usato per indicare le riforme economiche che, a partire dal 1986, hanno trasformato il Paese in un’economia socialista orientata al mercato), il Vietnam è passato da una politica estera guidata dall’ideologia ad una orientata dagli interessi nazionali. Questo ha permesso al Paese di costruire una rete diversificata di partenariati globali e strategici per mantenere un alto livello di sviluppo socio-economico e guadagnare prestigio a livello regionale e internazionale.
Prende qui forma il fragile equilibrio sopra il quale è costretta a muoversi Hanoi: da un lato, infatti, gli Usa vorrebbero utilizzare la sponda vietnamita in chiave anti cinese, archiviando definitivamente i rancori del passato, mentre dall’altro la Cina continua ad investire nel Paese nel tentativo di espandere la propria influenza nel sud-est asiatico. Mentre gli Stati Uniti e l’Unione Europea rimangono i maggiori mercati di esportazione del Vietnam, Pechino importa la maggior parte dei prodotti agricoli del Paese, ed è per questo che per il governo vietnamita è fondamentale non farsi coinvolgere dalle tensioni geopolitiche globali.
Se la crescente assertività del governo cinese nel Mar Cinese Meridionale ha spinto il Vietnam a rafforzare i suoi legami con l’Occidente, allo stesso tempo Hanoi desidera preservare la cooperazione con il suo vicino settentrionale. Pechino è infatti il suo principale partner commerciale e uno dei principali promotori del suo boom delle esportazioni. Seguendo la diplomazia del bambù, dunque, non avrebbe alcun senso per il governo vietnamita uscire dall’orbita economica cinese, visto che ancora oggi sono i soldi provenienti dal Dragone che, in varie forme, contribuiscono per lo più ad alimentare il suo dinamismo.
La diffidenza di Pechino
Al di là della sfera economica, Vietnam e Cina condividono una storia complessa. La Repubblica Popolare Cinese è stata la prima nazione a riconoscere il Vietnam comunista nel 1950 e ha svolto un ruolo determinante nelle guerre di indipendenza di Hanoi contro la Francia e gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, però, la guerra più recente combattuta dal Vietnam è stata proprio contro la Cina, un conflitto di confine breve ma sanguinoso, risalente al 1979. Detto altrimenti, il Dragone è la causa principale dei frequenti mal di testa del governo vietnamita. I dossier scottanti sono numerosi, e spaziano dalle citate vicende storiche alle minacce militari nel Mar Cinese Meridionale, dalle dispute lungo il confine settentrionale alle preoccupazioni vietnamite di finire risucchiati da un’eccessiva influenza cinese, senza scordare la questione dighe sul fiume Mekong e l’eccessiva dipendenza economica di Hanoi da Pechino.
Ciò nonostante, il leader vietnamita Nguyen Phu Trong è stato il primo leader straniero a visitare la Cina dopo lo storico XX Congresso del Partito Comunista Cinese. A conferma di come l’atteggiamento riservato dal Vietnam nei confronti del gigante asiatico sia molto più complesso della semplice (e banale) visione binaria occidentale. Possiamo insomma affermare, come ha scritto il sito East Asia Forum, che Hanoi rappresenta, per gli Usa, un attore in prima linea situato nello scacchiere dell’Indo-Pacifico, e un “compagno ben educato” agli occhi della Cina.
La sensazione è che, mentre le relazioni con Washington saranno sempre più vitali per il Vietnam, al fine di controbilanciare le ambizioni egemoniche di Pechino nella regione, allo stesso tempo le tattiche del playbook cinese saranno altrettanto strategiche per consentire ad Hanoi di mitigare le pressioni occidentali alla democratizzazione. Certo, con l’intensificarsi dello scontro Usa-Cina, la diplomazia di bambù vietnamita sarà sempre più difficile da mantenere. A meno che la possibile nuova Tigre asiatica, giocando sulle stime economiche, non riesca a diventare abbastanza “grande” da sfruttare la sua posizione per risolvere i problemi regionali a suo modo. Tanto con Pechino quanto con Washington. Ovviamente, seguendo la terza via vietnamita.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

