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Difesa

Gli ultimi eserciti che usano le bombe a grappolo

Oltre agli Usa e alla Russia, si tratta prevalentemente di Brics, che sull’attuale conflitto in Ucraina hanno una posizione piuttosto anomala
Staff Sgt. Schnathan Johnson, 96th Aircraft Maintenance Unit weapons load team chief, and Airman 1st Class Marcus Macias, 96th AMU weapons load crew member, load a CBU-105 munition to a B-52H Stratofortress during Combat Hammer at Barksdale Air Force Base, La., June 7, 2022. Exercise Combat Hammer is a part of the Weapon System Evaluation Program and evaluates U.S. Air Force air-to-ground weapons. (U.S. Air Force photo by Senior Airman Jonathan E. Ramos)

Nelle ultime settimane le cluster bombs, o bombe a grappolo che dir si voglia, hanno monopolizzato la narrazione della guerra in Ucraina. Mentre prosegue il dibattito sul primo utilizzo (sono stati i Russi o sarà l’Ucraina, con il supporto di Washington?) finisce in secondo piano la catena di produzione che porta da realtà spesso periferiche del Pianeta ai teatri di guerra. Come sappiamo, la Convenzione di Oslo del 2008 ha vietato la produzione, l’uso, il trasferimento e lo stoccaggio di questo tipo di munizioni, raccogliendo consenso tra più di 100 Paesi, tra cui l’Italia, considerata nazione virtuosa. Ne restano fuori, invece, potenze di rilievo come Stati Uniti, Russia, Cina, India e Pakistan.

Le stime ci raccontano che almeno 34 Paesi al mondo hanno prodotto bombe a grappolo fino alla Seconda guerra mondiale. Fra questi, 18 hanno ufficialmente rinunciato alla produzione e allo stoccaggio dopo aver aderito alla Convenzione di Oslo, mentre gli altri 16 restano produttori o si riservano il diritto di farlo. Fra questi, Brasile, Cina, Egitto, Grecia, India, Iran, Israele, le due Coree, Pakistan, Polonia, Romania, Russia, Singapore, Turchia e Stati Uniti. L’ultimo report disponibile in fatto di investimenti e produzione di bombe a grappolo è del 2018, ma una nuova analisi dovrebbe giungere a breve grazie al monitoraggio di think tank come Stop Explosive Investments.

Due Brics in testa: Brasile e India

Sono almeno sette le aziende nel mondo che producono bombe a grappolo e loro componenti. Una delle più note è la brasiliana Avibras Industria Aerospacial, società privata che produce anche blindati, missili da crociera e veicoli spaziali. Avibras produce i razzi Astros e Astro II, quest’ultimo, in particolare dispone di due tipi di razzi che trasportano entrambi testate da 150 kg, ciascuna contenente 70 submunizioni. Questi sistemi sono stati esportati in Iran, Iraq, Malesia e Arabia Saudita: proprio quest’ultimo Paese ne avrebbe fatto uso in Yemen secondo Amnesty International. Sebbene Avibras sostenga che dal 2001 i suoi razzi sono stati dotati di un affidabile sistema di autodistruzione, che rispetterebbe la legislazione umanitaria sulle bombe a grappolo, alcuni dei suoi prodotti sono e restano tali proprio secondo la definizione di Oslo. I Brics sembrano detenere il primato della produzione: presente sul mercato dal 1970, la Bharat Dynamics Limited era un tempo un’azienda di Stato indiana posta sotto il controllo del Ministero della Difesa. Nel 2018 è stata privatizzata e quotata alla Borsa di Bombay Produce diversi tipi di missili che possono trasportare testate a submunizioni. Una pubblicazione del 2018 dell’Indian Defence Research and Developement Organization menziona per la prima volta l’importanza delle munizioni a grappolo per la dottrina di Difesa indiana, in particolare per il missile Prithvi II.

Corea del Sud: un affare di Stato

Nata nel 1976 la Lig Nex 1 è un’azienda sudcoreana che si occupa di armamenti ad altissima precisione e tecnologia. Fra questi il Sea Dragon/Haeseong II per la Marina Militare sudcoreana a partire dal 2017, entrato nella produzione di massa. Il Sea Dragon è armato con una testata che trasporta centinaia di munizioni, le quali combinano una carica sagomata e un rivestimento a frammentazione: la prima serve a colpire i mezzi corazzati, la seconda per penetrare i cosiddetti soft target. Sempre made in Corea del Sud, la Poongsan produce munizioni militari e sportive. Si occupa, senza nasconderlo affatto, della produzione di diverse munizioni a grappolo per artiglieria da 155mm: la Dual Purpose Improved Conventional Munitions K305, K308 e K310, con un numero variabile di submunizioni che va da 40 a 64. In base ad un accordo di licenza del 2007, l’azienda avrebbe venduto i K310 all’esercito pakistano.

In un documento del 2016 indirizzato al think tank olandese Pax for Peace, l’azienda ha dichiarato di essere stata coinvolta nella produzione di un’arma semovente di 155mm che include munizioni a grappolo ma di aver cessato la produzione dei K305 e K308. Stando, però, all’ultimo report disponibile, la produzione dei K310 era ancora in corso almeno fino al 2018. Il conglomerato industriale Hanwha, invece, è specializzata nella produzione di munizioni sotto stretto controllo governativo, ma sempre più proiettata verso le esportazioni. Suo prodotto principale il Multiple Launch Rocket System (Mlrs) da 130mm e relative submunizioni multiuso. A partire dal 2014, l’azienda ha prodotto un nuovo Mlrs a dodici colpi e calibro multiplo, il Chunmoo: tra le testate disponibili, proiettili a frammentazione e testate con submunizioni anti-carro e anti-uomo pre-frammentate.

Le bombe a grappolo del Dragone

Veniamo, invece, alla Cina. La China Aerospace Science and Industry è un’azienda di Stato che ha “firmato” i missili SY-300 e SY-400: tra le opzioni di testata figurano, ovviamente, submunizioni a doppio uso e testate da frammentazione (sono 660 per la SY-400, la più grande). Anche il missile P-12 dell’azienda sarebbe in grado di trasportare una testata di submunizioni anti-armatura. Sempre nata all’ombra del Dragone è la Norinco, azienda statale che, secondo i dati, almeno dal 2011, pubblicizzava razzi a grappolo di tipo 90B e W 120 per il suo Multiple Launch Rockets System. Sulle riviste specializzate la Norinco è stata presentata come produttrice della Combined Effects Bomb da 250 kg contenente 147 proiettili a effetto combinato e di una bomba a grappolo derivata da quest’ultima. Questa bomba a grappolo è progettata per essere lanciata in aria e per aprirsi ad un’altitudine prestabilita. Vi sarebbero, inoltre, prove che la medesima azienda produca bombe a grappolo anti-carro e anti-pista.

Gli Stati Uniti, grandi esportatori

Gli Stati Uniti sono stati chiamati in causa queste settimane come fornitori di cluster bomb all’Ucraina. Nell’ultimo report di cui si dispone, risalente al 2018, il dipartimento della Difesa dichiarava ancora di non poter confermare se gli Stati Uniti producessero ancora bombe a grappolo, sebbene dal 2003 il dipartimento di Stato ne dichiarava la fine dell’uso operativo. Dal 2005 tutte le sottomunizioni prodotte dagli Stati Uniti devono aver e un tasso di fallimento inferiore all’1% secondo quanto previsto dalla dottrina Cohen (da nome dell’ex Segretario alla Difesa).

Una immagine ripresa in Kuwait nel 2003 di un Harrier Gr7 britannico in attesa di essere rifornito di bombe a grappolo (cluster bomb). Foto: ANSA / ARCHIVIO / RUSSELL BOYCE / li.

L’ultimo stanziamento di fondi risale, invece, al 2007: da allora Washington avrebbe prodotto bombe a grappolo solo per l’estero. Nel 2016, l’unica azienda produttrice rimasta, la Textron Systems Corporations ha annunciato di aver dismesso la produzione della sua Cbu-105 (in passato l’azienda era nota anche per la produzione della Cbu-97),la cosiddetta Sensor Fuzed Weapon (Sfw). La causa? La riduzione degli ordini. Negli anni, però, l’azienda, oltre alla Us Air Force, ha rifornito anche Turchia, Emirati Arabi, Oman, Corea del Sud, India e Arabia Saudita e, numerosi documenti testimoniano l’utilizzo da parte dell’Arabia Saudita in Yemen, tanto da aver scatenato il blocco all’esportazione da parte di Washington.

Nel gennaio del 2021, l’appaltatrice della Difesa ha annunciato la cessazione della partecipazione ad un contratto governativo per testare l’entità delle proprie scorte. L’azienda, che in origine non produceva cluster bomb, ha ereditato la gestione delle scorte dalla Orbital Atk. Quest’ultima produceva una componente chiave delle munizioni a grappolo: il motore a razzo utilizzato nella Sfw. Dopo l’ultima consegna di quest’ultima, Orbital e la sua erede Ngis hanno dichiarato di non essere più coinvolte nella produzione di Sfw. Ngis, tuttavia, ha mantenuto un contratto di “invecchiamento e sorveglianza” con l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti.

La dottrina russa sulle bombe a grappolo

Venendo alla Federazione russa, il Paese utilizza questo tipo di armamenti già dai tempi dell’Unione Sovietica. Il loro utilizzo è stato particolarmente esplicitato nel teatro siriano, ove il Cremlino avrebbe ribadito più volte di utilizzare le bombe a grappolo in modo conforme al diritto umanitario internazionale e non in maniera indiscriminata. Addirittura, nel dicembre 2016, Sergej Lavrov aveva indirizzato una lettera a Human Rights Watch a proposito delle vicende siriane, affermando che la Russia considera le bombe a grappolo un “mezzo di guerra legale”. Mosca, inoltre, ha votato contro una risoluzione dell’Assemblea generale Onu del novembre 2015 che invitava i Paesi non firmatari della Convenzione di Oslo a firmare quanto prima.

Sebbene dal 2009 il ministero degli Affari Esteri della Russia ritenga la materia confidenziale, sono almeno tre in Russia i produttori di bombe a grappolo: la Bazalt State Research and Production Enterprise, il Mechanical Engineering Research Institute e la Splav State Research and Production. Almeno fino al 2018, la Bazalt sarebbe stata coinvolta nei test della bomba a grappolo planante Drel Pbk-500U. Munizioni di fabbricazione russa/sovietica sono state riscontrate in almeno 36 Paesi: dall’Europa all’Africa, passando per l’America meridionale. Le bombe della serie Rbk, in particolare, sembrano rappresentare la maggioranza delle munizioni riscontrate sul campo in Siria.

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