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Guerra

Come sta andando la controffensiva ucraina

Zelensky ha ammesso che la controffensiva è iniziata troppo tardi e mancano ancora armi, ma l'inerzia è dalla parte di Kiev

“Avrei voluto iniziare la controffensiva prima”. Un rimpianto doloroso ma carico di significati quello del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. A Kiev si respira un’aria di calma apparente, per citare l’ambasciatrice britannica Melinda Simmons. Aleggia infatti il presentimento che possa esserci una svolta. Non si sa se in negativo o in positivo, ma le parole del capo dello Stato ucraino trasmettono un’ansia contagiosa.

“Ritardando la controffensiva una parte più grande del nostro territorio è stata minata”, continua Zelensky in un’intervista alla Cnn. “Abbiamo dato al nostro nemico il tempo e la possibilità di piazzare più mine e preparare le sue linee difensive”. E non mancano i rimproveri agli alleati occidentali, colpevoli di aver ecceduto nei loro sussulti sulle forniture militari. “I nostri soldati – spiega – non possono nemmeno pensare di iniziare gli attacchi perché non hanno le armi necessarie”. Si tratta di una dura ammissione che tradisce la promessa fatta a Bruno Vespa lo scorso gennaio sulla fine della guerra. Alla domanda del giornalista italiano su quando sarebbe terminata la guerra Zelensky, fiducioso nelle capacità del suo esercito e nella tempestività dei partner occidentali, aveva risposto in estate.

Ora che proprio l’estate è incominciata e la tanto sbandierata controffensiva prosegue a passo d’uomo, non solo quella previsione risulta invecchiata, ma l’epilogo di questo conflitto appare perfino più ambiguo di prima. Kiev ha legittimamente dichiarato di voler continuare a combattere fino a quando non avrà riconquistato tutti i territori occupati e si ritornerà ai confini stabiliti con la dichiarazione di indipendenza dall’Unione Sovietica del 1991. Un piano peraltro accolto dall’inviato cinese in Europa, Fu Cong (a proposito di ambiguità…). Mosca, logorata dai prodromi di una crisi e una destabilizzazione interna provocata da una delle sue pedine (Prigozhin), non intende fare marcia indietro e anzi secondo quanto raccolto dall’intelligence militare di Londra starebbe spedendo al fronte contingenti e uomini da tutto il Paese, come ad esempio la 58esima armata d’armi combinate dislocata dal Caucaso e la fanteria navale a Velyka Novosilka attiva invece di solito a Vladivostok.

L’analisi delle operazioni militari

Provare a capire cosa potrebbe accadere sul campo nelle prossime settimane è uno sforzo da oracoli. Si può però analizzare la situazione attuale e la lezione imparata dagli stati belligeranti in questa nuova fase. Le forze armate ucraine hanno ripreso l’iniziativa in tutti i territori, un fatto che di per sé rappresenta un vantaggio implicito. Ma la manovra offensiva non sta procedendo agli stessi ritmi con cui un anno fa Kiev recuperava mille km quadrati al giorno solo a Kharkiv.

Lo stato maggiore sta ordinando operazioni di ricognizione (come le missioni a bordo dei gommoni sul fiume Dnipro) e raid tattici contro le linee di rifornimento, bersagliati da missili Storm Shadow e lanciarazzi Himars tornati protagonisti, come confermato dal ministro della Difesa Oleksij Reznikov, dopo una fugace ma micidiale attività di jamming elettronico da parte dei russi che ne aveva azzerato il potenziale distruttivo. E nel frattempo le cinque brigate dispiegate sulle 35 approntate si muovono a sud, villaggio dopo villaggio, pianura dopo pianura, campo minato dopo campo minato.

Kiev prova a contenere le perdite di mezzi, inevitabili quando si passa dalla difesa all’attacco, e dopo un’imprudente partenza ci sta tutto sommato riuscendo. Insistendo, invece, sulla distruzione dell’artiglieria nemica, l’unica arma in grado di bloccare l’avanzata ucraina insieme al labirinto di fortificazioni innalzato a Zaporizhzhia, Kherson e in Crimea. Veicoli Stryker e Mirpz Keiler tedeschi usati come mine roller sono al centro di questo tentativo di sminamento del terreno che sta togliendo energia e pazienza preziosa ai soldati in prima linea. Anche perché la controffensiva è già stata rimandata una volta: abortita in primavera (mancavano corazzati e blindati Nato), è iniziata tra mille incognite in un mese di giugno privo di vittorie rilevanti per entrambi gli schieramenti.

Cosa c’è dietro il pessimismo di Kiev

Le lancette dell’orologio non si fermano e la finestra per uno sfondamento si restringe: ora o mai più. Il pessimismo del generale Zaluzhny e il pragmatismo di Zelensky servono a moderare le aspettative all’estero: a pochi giorni dal summit di Vilnius, l’impressione è che l’Ucraina non potrà ancora portare sul tavolo del vertice i trionfi garantiti ai suoi protettori, divisi sul percorso e l’integrazione di Kiev nell’Alleanza atlantica. Ne è convinto il capo degli 007 ucraini Kyrylo Budanov: “Le aspettative della nostra società non saranno soddisfatte. Si faranno annunci, ma niente di più. Sono abbastanza sicuro di quello che verrà detto: ho visto le bozze dei discorsi”, ha commentato disilluso riguardo alla riunione in programma la prossima settimana in Lituania.

Eppure, questo clima apocalittico ricorda parecchio quello che ha preceduto la clamorosa campagna di Kherson. Putin e la sua armata sembravano invincibili, poi sono collassati. Ed è giunto l’inverno, un altro gigantesco fallimento delle mire espansionistiche del Cremlino: nonostante il sacrificio della Wagner a Soledar e Bakhmut, il bottino è scarno.

In guerra i tempi tendono a dilatarsi e spesso si può creare la percezione che il conflitto si stia congelando. In Ucraina questo è già successo infinite volte. Zelensky in cuor suo sa che le ostilità rischiano di trascinarsi oltre il 2023. Per allora – magra consolazione – arriveranno carri Abrams e caccia F-16. Poco male. L’inerzia può cambiare da un momento all’altro, anche se nessuno vuole ostentare una tale sicurezza da giustificare questo comprensibile scetticismo. Le carte della controffensiva sono scoperte, ma le mosse non sono state ancora fatte.

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