Ora che dispone di tecnologie e know how quasi sufficienti per sfornare mezzi militari quanto meno in grado di competere con l’Occidente, la Cina ha fatto un passo in avanti. Pechino non è più interessata all’hardware e al software, o almeno non più soltanto a questi due aspetti. Nel campo dell’aereonautica, il Dragone vuole apprendere al più presto le strategie di combattimento impiegate ad alta quota dalle potenze europee e statunitensi.
Ed è per questo che, come ha sottolineato Business Insider, il governo cinese sarebbe disposto a pagare lauti compensi ad aviatori occidentali, ancora in servizio o in pensione, disposti ad eseguire un compito del genere.
Da quanto emerso, la Repubblica Popolare Cinese avrebbe “reclutato” ex piloti dalle forze armate della Nato per addestrare i propri uomini, così da consentire alla propria aviazione, non solo di trarre vantaggio dall’esperienza occidentale e sostituire la rigida dottrina in stile sovietico con metodi occidentali più flessibili, ma anche di darle un’idea di come potrebbero combattere i suoi potenziali nemici.
Ci sono almeno due episodi degni di nota riportati da vari media internazionali: il primo riguarda gli ex piloti britannici della Royal Air Force del Regno Unito, mentre il più recente chiama in causa quelli tedeschi della Luftwaffe.
L’importanza degli ex piloti occidentali
Lo scorso 5 giugno, il settimanale Der Spiegel e l’emittente Zdf hanno parlato di svariati ex piloti dell’aeronautica militare tedesca impiegati dalla Cina, negli ultimi anni, per addestrare i propri aviatori, con tanto di stipendi pagati tramite società di comodo alle Seychelles. Nel corso della loro carriera, i piloti tedeschi “arruolati” da Pechino avrebbero pilotato aerei da combattimento Eurofighter e preso parte ad esercitazioni dell’Alleanza atlantica. Conoscerebbero quindi diverse informazioni riservate, al punto che a Berlino c’è chi teme che la Cina possa entrare in possesso dei segreti degli interventi e delle tattiche utilizzate dal blocco occidentale in vari scenari, anche nell’ambito del dossier Taiwan.
Un caso simile sarebbe capitato anche nel Regno Unito. A ottobre, il ministero della Difesa britannico ha emesso un threat alert in merito a veterani fuori servizio attivo che potrebbero rivelare tattiche di combattimento e informazioni classificate su velivoli, vettori e armamenti alla controparte cinese. Stando ad alcune informazioni raccolte dell’intelligence britannica, dal 2019 sarebbero almeno 30 ex piloti di reattori o elicotteri militari assoldati dai cinesi attraverso la Test Flying Academy of South Africa (Safta), una società attiva in Sud Africa. In tal caso, il Times ha parlato di compensi annui fino a circa 270.000 sterline.
Anche gli aviatori statunitensi sembrerebbero esser finiti nell’occhio del ciclone. Daniel Duggan, un ex pilota del Corpo dei Marines, è stato accusato di aver violato l’Arms Export Control Act addestrando piloti militari cinesi. Duggan, ora cittadino australiano, ha affermato di addestrare piloti civili; si trova in una prigione australiana in attesa di estradizione negli Usa.
Il tallone d’Achille dell’aviazione cinese
In uno scenario del genere, la Cina sta cercando di mettere le mani anche su alcune tecnologie dell’aviazione occidentale, in particolare per rendere più efficienti i motori a reazione. L’industria aeronautica cinese ha fatto passi da gigante dai tempi in cui si limitava a copiare i modelli sovietici, fino al punto da aver sviluppato il suo caccia stealth J-20.
Quando parliamo di aviazione, Pechino deve tuttavia ancora fare i conti con un importante tallone d’Achille: la propulsione. In passato, il Dragone importava o imitava i motori russi – che erano decenni più arretrati rispetto alle loro controparti occidentali in termini di affidabilità e durata – mentre adesso utilizza l’autoctono Ws-10, che inizialmente aveva una scarsa reputazione di affidabilità, ma che ora sarebbe stato migliorato notevolmente nella sua versione Ws-15.
Ciò nonostante, il think tank statunitense Center for Strategic and International Studies ritiene che “attualmente, i motori a reazione cinesi possono al massimo raggiungere un quarto della durata di vita dei motori occidentali”. Ebbene, per produrre motori sempre più avanzati, la Cina ha ancora bisogno di importare macchine utensili complesse, comprese attrezzature prodotte in Germania, Giappone, Italia e Corea del Sud. Sia chiaro: la Cina non è certo l’unico Paese ad aver preso in prestito la tecnologia militare da amici e nemici. La storia è ricca di precedenti e Pechino è soltanto l’ultima arrivata.
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