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Guerra

Cinque interrogativi sulla rivolta della Wagner contro Mosca

Una notte da Innominato, quella appena trascorsa, per Vladimir Putin. Dopo accuse reciproche e minacce, il leader della Wagner Yevgeny Prigozhin, questa mattina, ha rivendicato di aver preso il controllo dei siti militari di Rostov sul Don, maggiore città della...
Prigozhin opta per il dietro-front rinunciando alla marcia su Mosca

Una notte da Innominato, quella appena trascorsa, per Vladimir Putin. Dopo accuse reciproche e minacce, il leader della Wagner Yevgeny Prigozhin, questa mattina, ha rivendicato di aver preso il controllo dei siti militari di Rostov sul Don, maggiore città della Russia meridionale a un centinaio di chilometri dal confine con l’Ucraina. Non solo, l’ex “chef di Putin” si era dichiarato pronto a marciare su Mosca, rimanendo sordo ai richiami all’ordine del Cremlino. Dopo ore in cui lo scenario probabile era divenuto quello di una “guerra civile” in Russia, il dietro-front: Prigozhin ha annunciato di aver accettato la mediazione del presidente bielorusso Alexandr Lukashenko per evitare un bagno di sangue. Così oltre al danno, si aggiunge la beffa all’interno di un conflitto che ormai appare kafkiano.

Una serie di interrogativi sorgono spontanei (e restano) sul perché di questo incancrenimento progressivo dei rapporti tra la Wagner e Mosca.

1. La mossa di Prigozhin avviene nel pieno della controffensiva ucraina: un caso?

Prigozhin era stato fra i primi a lanciare l’allarme sulla controffensiva ucraina. Era da poco terminata la prima settimana di maggio, quando il leader della Wagner accusava il presidente Volodymir Zelensky di mentire sulle tempistiche delle mosse di Kiev. In quelle settimane, quest’ultimo temporeggiava con le dichiarazioni, annunciando che la riscossa ucraina fosse ancora lontana perché il Paese era in attesa di ulteriori aiuti dall’Occidente. Menzogne secondo Prigozhin, secondo cui la controffensiva era già in atto, puntando sulle regioni di Bryansk e Belgorod, per poi virare verso Zaporizhzhia.

Poi, una decina di giorni fa, erano ricominciati i botta e risposta tra Mosca e la Wagner. Gli uomini della brigata, infatti, sotto ordine del loro leader, annunciavano di rinunciare a firmare i contratti che li avrebbero posti sotto il controllo del ministero della Difesa russo. Una presa di posizione avvenuta dopo che, il 14 giugno scorso, Putin si era pronunciato su questa opzione con fare perentorio, ribadendo come termine ultimo per questo passaggio il prossimo 1 luglio. In quell’occasione, Prigozhin aveva spiegato, dati alla mano, le mosse russe e ucraine sul campo: “si stanno muovendo con calma e prudenza”, aveva detto a proposito delle milizie di Kiev, denunciando il “non fare abbastanza” delle forze russe.

2. Alcuni dissidenti russi appoggiano Prigozhin. Perchè?

Comprendere i fronti, da questo momento in poi, sarà sempre più complesso. Il variegato mondo della dissidenza russa, infatti, guarda con apprensione alle mosse della Wagner, tra silenzi che parlano e appoggi velati, senza alcuna esplicita condanna o filippiche anti-Prigozhin. Tra questi l’oppositore russo e businessman in esilio Mikhail Khodorkovsky, che ha chiesto a gran voce di sostenere il leader del gruppo Wagner nella ribellione contro l’esercito russo, per combattere il regime Putin. “Sì, anche il diavolo dovrebbe aiutarlo se decidesse di andare contro questo regime! (…) Se questo bandito (il signor Prigozhin) vuole disturbare l’altro (Putin, ndr), non è il momento di fare smorfie, ora dobbiamo aiutare”, ha scritto su Telegram. L’uomo d’affari era tornato a parlare proprio pochi giorni fa in un’intervista al Financial Times, nella quale aveva annunciato la morte politica di Putin, ormai cacciatosi in un cul-de-sac.

Resta dubbio Ilya Ponomarev, il demiurgo della guerriglia anti-Putin, regista occulto dell’incursione a Belgorod. Quest’ultimo sostiene dai suoi canali social come si possa trattare di una farsa architettata con Putin per creare il mito di un’alternativa (falsa) a Putin stesso. Rivolgendosi alla controparte, ricorda che esistono delle precise regole internazionali per i comandanti che vogliono arrendersi al nemico e di essere addirittura pronto a farsi mediatore per salvare la vita di altri soldati, porre fine alla guerra, ricordando che chiunque contribuisca alla distruzione di Putin otterrà l’amnistia. Una provocazione, più che una mano tesa alla Wagner. Ponomarev infatti traccia un parallelo con la rivolta di Kornilov del 1917, volta inizialmente non a rovesciare ma a rafforzare il governo Kerensky. Per questo esorta da Kiev, suo buen retiro, a non unirsi con i “fantasmi agonizzanti del passato” ma con le “forze del futuro che sostengono la trasformazione fondamentale del sistema russo e lo smantellamento del Impero. Solo loro possono garantire la sicurezza e il ritorno della Russia alla vita normale in futuro”.

3. Prigozhin e l’inutilità dell’ “operazione speciale”

Sin dalla comparsa della Wagner nello scenario ucraino, Prigozhin si era mostrato ferocemente critico nei confronti della strategia di Mosca, lamentando anche la condizione in cui versavano le truppe. Me nelle ultime settimane le affermazioni di Prigozhin non si sono limitate ad accusare meramente l’asse Gerasimov-Shoigu di incompetenza, ma sono passate ad attaccare l’intera filosofia dell’invasione russa. Il capo del gruppo paramilitare, in queste ore, ha accusato il Capo di stato maggiore russo e viceministro della Difesa Gerasimov di aver ordinato un bombardamento aereo “in mezzo alle auto di civili”. “Il capo dello staff generale – ha detto Prigozhin – ha appena dato l’ordine di far decollare gli aerei e aprire il fuoco sulle colonne di auto di civili e i camion”. “Non gli interessa chi ucciderà – ha aggiunto – uccidono civili da un anno e mezzo invece di combattere il nemico”. Capire chi sia quel nemico, adesso è sempre più complesso.

Ma la virulenza delle affermazioni di Prigozhin, non si ferma qui. Nel video che ha fatto il giro del mondo in queste ore, il capo dei mercenari sostiene che Mosca non avrebbe attaccato per via di un’imminente minaccia alla propria sicurezza, ma per le ambizioni sfrenate dei vertici militari. Una contro-narrazione che smonterebbe la versione del Cremlino sostenuta in un anno e mezzo di guerra: ovvero quella di una Nato pronta ad attaccare la Federazione utilizzando come teatro il territorio ucraino e con la complicità politica di Zelensky. “Le forze armate ucraine non avrebbero attaccato la Russia con il blocco della Nato”, ha detto Prigozhin nella sua invettiva di mezz’ora diffusa dal suo servizio stampa. “Il ministero della Difesa russo sta ingannando il popolo e il presidente”, ha tuonato. “Il 24 febbraio (del 2022) non stava accadendo nulla di straordinario – ha affermato – Ora il ministero della Difesa sta cercando di ingannare l’opinione pubblica, di ingannare il presidente e di raccontare la storia che c’è stata una qualche folle aggressione da parte dell’Ucraina, che – insieme a tutto il blocco Nato – l’Ucraina stava pianificando di attaccarci”. E continua: “l’operazione militare speciale è stata lanciata per ragioni completamente diverse”. Secondo il capo dei mercenari russi il conflitto era duque funzionale a che Shoigu potesse diventare maresciallo, ottenendo una seconda stella di eroe… e non per “de-nazificare l’Ucraina”.

Dichiarazioni fondamentali per due ragioni: non solo smontano la narrazione del Cremlino, ma ritraggono Putin parzialmente “vittima” di una macchinazione ad opera di Shoigu. C’è però da chiedersi: perché allora la Wagner è entrata nel conflitto? Solo perché, trattandosi di mercenari, si va ove il “lavoro” chiama?

4. Putin potrebbe chiedere aiuto all’Occidente, o l’Occidente potrebbe flirtare con la Wagner?

Se le minacce della Wagner sono state reali, al di là del fallimento della “marcia su Mosca”, ora Putin ha più di una pistola puntata alla tempia. Quella del partito della guerra; quella della guerriglia, della quale non conosciamo ancora potere e dimensioni; quella delle forze ucraine e dell’Occidente; quella dell’opposizione pronta a detronizzarlo. Messo all’angolo, Putin potrebbe allentare la presa su Kiev e avviare una transizione? Questo dipende da chi, in questo momento prende decisioni e comunica, anche con l’estero. Non si deve dimenticare che più volte nella storia i presidenti russi sono stati “ostaggio” dei militari, proprio come accadde a Nikita Kruscev nella crisi di Cuba nel 1962.

In guerra, dalla notte dei tempi, vige la regola del “Il nemico del mio nemico è mio amico”. Può valere anche in questo caso? Anche qui è difficile dare una risposta. Il problema, però, sono i desideri e le ambizioni di Prigozhin, ammesso che la sua non sia una messa in scena. Si tratta di un combattente anti-Shoigu, sostenitore del putinisimo a oltranza? Oppure siamo di fronte a un mercenario reiventatosi dissidente per attaccare l’intera galassia putiniana con qualche tipo di ambizione? Tutte le opzioni sono sul tavolo. Complesso immaginare e pensare ad un avvicinamento tra il gruppo Wagner e l’Occidente, almeno per un brevissimo tratto di strada che porta da qui alla destabilizzazione della Russia. Tuttavia, cedere alle lusinghe di questo momento, cavalcando l’idiosincrasia della brigata verso i vertici militari russi potrebbe essere un errore che l’Occidente potrebbe pagare a caro prezzo.

5) La resa di Prigozhin

Dalla marcia su Mosca alla resa in una manciata di ore. Se le mosse di Prigozhin avevano fatto nascere una serie di interrogativi sui suoi rapporti con Putin e con le forze in campo, la sua resa sembra ancora più kafkiana. L’uomo che arruola da anni mercenari tra carceri e banditaglia, che si aggira infuriato tra i cadaveri in diretta social, che non ha paura di dichiarare guerra al Cremlino può essere lo stesso combattente che ora, per scongiurare un bagno di sangue, accetta perfino la mediazione di un modesto epigono putiniano come Lukashenko? Difficile dirlo.

Di certo, con la rinuncia a giungere a Mosca non terminano le ragioni che hanno portato Prigozhin a rompere con l’establishment; e la presa di Rostov, con russi che combattono contro russi, resta uno spartiacque non solo nel conflitto, ma nella storia futura della Russia. Il “bandito”, come lo ha definito Putin, resta comunque a capo della Wagner, ma adesso è difficile prevedere cosa sarà della brigata di mercenari che ha salvato le forze russe in più occasioni. Avrà Putin il coraggio di privarsene? E cosa ne sarà del traditore Prigozhin? La marcia su Mosca in sole 24 ore è fallita. Ma lo scollamento delle tessere del mosaico russo è appena iniziato.

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