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Guerra

Nuove guerre al terrore: dove si muove e come opera il terrorismo islamico

Negli ultimi venti anni l'attività di insorgenza ha riguardato l'integralismo islamico, e l'Africa non è l'unico continente coinvolto. Dopo la fine dello Stato islamico tra Siria e Iraq la presenza di terroristi si è diffusa in alte aree del mondo, destabilizzando altri Paesi. Un cambio di zone e di marcia notevole e pericoloso. Ecco dove si muovono oggi le bandiere nere e che rischi ci sono.

Il contrasto ai cosiddetti “insorgenti” da parte delle forze di sicurezza di uno Stato è un’azione che risulta quasi impossibile da portare a termine efficacemente. Nella storia si ricordano pochissimi casi di successo, come ad esempio la repressione dell’insurrezione di stampo comunista nella penisola malese tra il 1948 e il 1960, e quasi sempre gli “insorgenti” riescono a ottenere la vittoria per una serie di fattori, tra cui la volontà di condurre la lotta in un lungo (o lunghissimo) arco temporale, che soprattutto nel caso in cui sia rivolta a potenze straniere occidentali risulta decisiva.

Vietnam, Algeria, Afghanistan, sono solo alcuni dei casi più noti di campagne di counterinsurgency fallimentari del secolo scorso legate a dinamiche diverse, che vanno dal de-colonialismo alle dinamiche da Guerra Fredda, ma negli ultimi 20 anni stiamo assistendo a un tipo di insorgenza diversa, legata a quella multiforme realtà del terrorismo di matrice islamica.

Mappa di Alberto Bellotto

Se Al Qaeda non aveva le caratteristiche di un movimento di insurrezione ma più quelle di una vera e propria organizzazione terroristica, l’IS (Islamic State) si configura come un’entità più complessa che utilizza il terrorismo come strumento per la costruzione di una nuova società e quindi di una nuova organizzazione statale. Nel Levante, tra Iraq e Siria, l’IS aveva confini ben precisi, amministrava la res publica, aveva perfino un esercito se pur caratterizzato da frammentazioni dovute a differenti assetti di ordine tribale e ideologico, e l’intervento militare di contrasto è ancora lungi dall’essersi concluso.

Allo stesso modo, in Afghanistan, dove si è inaugurata la “war on terror” statunitense nel 2001, la campagna anti-insorgenza ha avuto un esito fallimentare col ritorno dei talebani al potere 20 anni dopo, nonostante un inizio positivo che aveva disarticolato il regime integralista islamico costringendolo alla rotta in pochi mesi.

Le insorgenze di carattere islamico sono però diffuse globalmente, e se conosciamo abbastanza bene quanto sta accadendo nel continente africano, in Nigeria e nella fascia subsahariana, poco sappiamo di quanto avviene nel resto del mondo, dove l’IS e altri movimenti terroristici si sono diffusi tra le Filippine e il Sudest Asiatico.

Il terrore nel Sud-Est asiatico

A tal proposito, recentemente, il capo dello Stato islamico nel Sudest Asiatico, Abu Zacharia, è stato ucciso dalle forze governative nelle Filippine durante un raid nell’isola meridionale di Mindanao il 14 giugno scorso. Conosciuto anche come Faharudin Hadji Benito Satar, era il leader dello Stato islamico nelle Filippine – dove è noto come il gruppo terroristico Daulah Islamiyah-Maute – ed era il cosiddetto emiro dell’IS per l’intera regione (Indonesia, Malesia e Filippine). Abu Zacharia è stato ucciso in un’operazione a Marawi, nel quadro di combattimenti che si sono sviluppati come un vero e proprio assedio durato cinque mesi da parte di militanti affiliati all’IS e di una battaglia con le forze filippine in cui sono morte 1200 persone (per la maggior parte miliziani islamici) che ha provocato centinaia di migliaia di sfollati e la distruzione della città stessa.

I rischi in Burkina Faso

Tornando al continente africano, è interessante, nel quadro dell’interesse europeo, osservare con attenzione quanto sta accadendo in Burkina Faso. Il 17 giugno, sospetti jihadisti hanno ucciso circa una dozzina di abitanti del villaggio di Sara situato a cento chilometri dalla seconda città del Paese, Bobo-Dioulasso. L’esercito ha anche detto che mercoledì 14, nell’est del Burkina vicino a Kompienga, le truppe che sono finite sotto il fuoco dei terroristi e la reazione ne avrebbe uccisi circa 15.

Il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri del mondo ed è alle prese con un’insurrezione jihadista che è arrivata dal vicino Mali nel 2015. Attualmente si stima che quasi un terzo del Paese si trovi al di fuori del controllo statale. Più di 10mila tra civili, soldati e poliziotti sono morti dall’inizio del conflitto, mentre almeno due milioni di persone sono state sfollate. Il malcontento all’interno dell’esercito per il fallimento nel respingere l’insurrezione ha scatenato due colpi di Stato l’anno scorso generando anche terreno fertile per l’inserimento della Russia nelle dinamiche interne che vedevano la Francia attore principale del sostegno al governo: personale del gruppo Wagner, infatti, è presente nel Paese in un meccanismo simile a quanto avvenuto in Mali.

Mappa di Alberto Bellotto

Il ritiro militare francese, e occidentale se pensiamo al Mali, è stato un fallimento significativo e ha rafforzato la presenza di Mosca infliggendo anche una battuta d’arresto agli sforzi dell’Occidente per contrastare gli insorti islamisti nella macro regione del Sahel.

La Russia si è inserita agevolmente sfruttando questioni storiche legate al colonialismo con una propaganda martellante ma anche con attività di disinformazione mirate: come riportato da Reuters, dopo che uomini armati hanno ucciso nove cittadini cinesi in una miniera d’oro nella Repubblica Centrafricana a marzo, un video è circolato su internet in cui si afferma che la Francia aveva segretamente ordinato l’attacco e pianificato di screditare il gruppo mercenario russo Wagner operante nel Paese. Il filmato rappresenta, secondo le autorità francesi, un artefatto che è circolato originariamente su account Facebook e Twitter collegati agli organi di disinformazione russa.

Il video è un esempio della crescente campagna di influenza russa che amplifica le critiche alla Francia e presenta Mosca come alleato nell’Africa centrale e occidentale, con attività di disinformazione e misinformazione, che tuttavia sfruttano un fondo di verità dato dalle campagne militari francesi (fallimentari) che hanno causato centinaia di morti tra la popolazione civile. I

l contrasto alle insorgenze islamiche porge quindi il fianco per lo scontro in quella “zona grigia” data dall’attività disinformativa russa volta all’inserimento nelle dinamiche degli Stati africani per la sostituzione dei legami politici ereditati dal passato coloniale.

A tal proposito è da tenere sotto osservazione quanto sta accadendo in Uganda. Militanti legati allo Stato Islamico hanno ucciso 37 persone e ne hanno rapite altre sei in un attacco avvenuto sabato 17 giugno a una scuola nella parte occidentale del Paese, vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Gli aggressori fanno parte del gruppo ribelle Allied Democratic Forces (Adf) che hanno lanciato la loro insurrezione contro il presidente Yoweri Museveni negli anni ’90.

Il gruppo è stato in gran parte sconfitto dall’esercito ugandese, ma i resti sono fuggiti in Congo da dove, da allora, hanno continuato i loro attacchi contro obiettivi civili e militari.

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