“È bello rivederti di nuovo. Non mi aspettavo di incontrarti qui”. Era il 30 giugno 2019 quando Kim Jong Un incontrava Donald Trump nella zona demilitarizzata, al confine tra le due Coree, nel terzo incontro faccia a faccia tra i due leader. Sembrava che la bizzarra strategia dell’allora presidente statunitense, che era riuscito ad instaurare un rapporto schietto e diretto con il capo di stato nordcoreano, potesse convincere Pyongyang ad abbandonare il nucleare.
Alla fine, in circostanze mai chiarite, il legame tra Kim e Trump evaporò come neve al sole, insieme all’impegno delle due parti di avviare la penisola coreana sulla strada della denuclearizzazione e all’ipotesi di alleggerire le sanzioni sulla Corea del Nord. Non sappiamo chi o che cosa abbia spinto Trump ad interrompere, in maniera improvvisa e brusca, la strana diplomazia diretta instaurata con Kim. Che, da quel momento in poi, ha ripreso a potenziare il proprio arsenale militare e nucleare e sparare missili in un turbinio di preoccupanti test.
Quattro anni dopo l’inquilino della Casa Bianca è cambiato. Fin dalla campagna elettorale, Joe Biden aveva promesso di riportare la politica estera statunitense nei confronti di Pyongyang sui binari tradizionali e così è stato: niente più rapporti diretti di un presidente americano con Kim, incontri capaci di legittimarlo, o peggio, abbracci e sorrisi insieme a lui davanti alle telecamere. Biden, critico del modus operandi di Trump, avrebbe insomma dovuto risolvere il dossier nordcoreano senza fare eccezioni o superare linee rosse diplomatiche.
Il punto è che, dal fallimento dei colloqui tra Kim e Trump, l’arsenale di armi nucleari nordcoreano si è espanso così rapidamente che persino i funzionari Usa e sudcoreani ammettono, a bassa voce, di aver smesso di tenere un conteggio preciso, mentre i test missilistici del Nord sono ormai tanto frequenti da suscitare in quel di Seul, al massimo, qualche alzata di spalla.
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Il fallimento di Biden
Il risultato è che oggi, per gli Stati Uniti, l’obiettivo del disarmo nucleare della Corea del Nord appare sempre di più come un traguardo irraggiungibile. Al contrario, a detta dei funzionari statunitensi l’impegno più vivo di Biden nei confronti della Corea del Sud di Yoon Suk Yeol, fresco di una visita alla Casa Bianca, si concentrerà sulla cosiddetta “deterrenza estesa“. Detto altrimenti, oggi Washington può limitarsi a promettere a Seoul di usare il proprio arsenale militare, se necessario, per dissuadere o rispondere ad un eventuale attacco nucleare nordcoreano rivolto verso il Sud.
L’enfasi su questo tipo di deterrenza, ha sottolineato il New York Times, è un’impressionante ammissione del fatto che tutti gli sforzi effettuati dagli Usa negli ultimi tre decenni per frenare il programma nucleare di Pyongyang – compresa la persuasione diplomatica, le sanzioni schiaccianti e le promesse di aiuti allo sviluppo di Pyongyang – sono falliti. Certo, così facendo Biden spera anche di soffocare sul nascere una richiesta sempre più diffusa nell’opinione pubblica sudcoreana: quella di dotare il Paese di un arsenale indipendente.
La posizione della Corea del Nord
Biden e Yoon potrebbero offrire alla Corea del Nord l’occasione di perseguire verso la “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile della penisola coreana”. Ma il Nord, affermano i funzionari dell’amministrazione Usa, si sarebbe rifiutato di rispondere ad una serie di messaggi pubblici e privati che il presidente statunitense e i suoi collaboratori avrebbero inviato oltre il 38esimo parallelo.
L’unica certezza, al momento, è che il programma militare della Corea del Nord, sempre più radicato e avanzato, sia irreversibile. Il ministro degli Esteri della Corea del Nord, Choe Son Hui, ha ripetuto una linea che è stata pronunciata frequentemente dal suo governo negli ultimi mesi: lo status del Nord “come potenza nucleare di livello mondiale è definitivo e irreversibile”.
In ogni caso, la sensazione è che siano finiti i giorni in cui gli Stati Uniti pensavano che l’arsenale nucleare dei Kim fosse una merce di scambio, qualcosa da barattare per accordi commerciali o per alcuni hotel che Trump auspicava di costruire sulle spiagge nordcoreane.
Nel frattempo, per la prima volta, gli Usa conferiranno alla Corea del Sud un ruolo centrale nella pianificazione strategica per l’uso di armi nucleari a fronte di qualsiasi conflitto con la Corea del Nord, in cambio di un accordo secondo cui Seoul non perseguirà la costruzione di un proprio arsenale. L’accordo, rientrante nella cosiddetta Dichiarazione di Washington, è il fulcro della visita di Yoon negli Stati Uniti. Ed è su questa intesa che si articolerà il dossier nordcoreano nell’imminente futuro.
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