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L’involuzione democratica in atto da mesi in Tunisia è da manuale – tanto quanto lo era stata la sua democratizzazione nel 2011. Dopo quello che molti hanno definito come colpo di stato, la svolta autocratica del presidente Kais Saied ha portato a un’ondata di arresti tra i ranghi dell’opposizione culminato con il fermo del leader Rachid Ghannouchi. Per il principale prestatore internazionale questa svolta fa saltare gli accordi presi, ma il Presidente tunisino potrebbe avere un piano B per scongiurare il default – pericolosamente vicino.

La repressione dell’opposizione

A fine aprile il presidente Saied ha ordinato l’arresto di Rachid Ghannouchi, leader di Ennahda, il principale partito islamista di opposizione. Ghannouchi, che fu a capo del Parlamento tunisino finché Saied non lo sciolse nel 2021, è stato arrestato con l’accusa di aver cospirato contro la sicurezza dello Stato per un’affermazione risalente al 15 aprile: “Nessuna concezione della Tunisia è completa senza questo o quel partito: una Tunisia senza Ennahda, senza l’Islam politico, senza la sinistra o qualsiasi altra componente, è un progetto di guerra civile“. Saied ha approfittato delle parole sulla “guerra civile” di Ghannouchi per giustificarne l’arresto, in modo analogo ai metodi che caratterizzavano il governo del rais Zine El Abidine Ben Ali.

Il raid che ha portato all’arresto del leader islamista ha avuto luogo all’alba del giorno più sacro per i musulmani, quello dell’Eid al-Fitr, che segna la fine del Ramadan. Il giorno seguente, il ministro dell’Interno Kamel al-Feki ha emanato un decreto che proibisce a Ennahda e all’intera coalizione d’opposizione di tenere incontri. La decisione è stata percepita come un passo verso la completa messa al bando del Fronte di Salvezza Nazionale (Fsn), formazione ombrello nata nell’aprile 2022 per salvare il Paese dall’impasse politico scaturito dalla sospensione del parlamento. Il Guardian riferisce che la maggior parte dei leader Fsn sono incarcerati con l’accusa di cospirazione, perché accusano il Presidente di aver eseguito un vero e proprio colpo di stato nel 2021, di aver inaugurato un’era di “decretismo” e di aver riscritto la costituzione per instaurare un sistema iper-presidenziale che limita fortemente l’indipendenza della magistratura.

Tunisi, 21 settembre 2022. Già lo scorso anno, Rachid Ghannouchi era stato arrestato con l’accusa di istigazione alla violenza. Nella foto il leader di Ennahda esce libero da un interrogatorio presso l’ufficio del procuratore anti-terrorismo. EPA/MOHAMED MESSARA

Lo stallo con il Fondo Monetario Internazionale

Questo progressivo deterioramento dei principi democratici nel Paese ha determinato uno stallo nelle trattative con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che rischia di procurare un danno fatale all’economia tunisina, gravemente indebitata con l’estero.

A ottobre, il governo Saied aveva raggiunto un accordo di massima con il Fondo per un pacchetto di aiuti del valore di 2 miliardi di dollari (che avrebbe poi facilitato l’immissione di ulteriori finanziamenti internazionali), ma la trattativa è stata congelata poiché Tunisi non ha mai presentato il pacchetto di riforme necessario. Le richieste del prestatore includono tagli alla spesa pubblica e in particolare al sistema di sussidi tunisino che regola i prezzi dei beni essenziali (che da mesi scarseggiano nel Paese) come anche del petrolio, quintuplicato nell’ultimo anno.

Nonostante il governo stesso avesse inizialmente approvato le condizioni del Fondo Monetario, recentemente il presidente Saied ha descritto quei termini come una “minaccia alla stabilità sociale” del Paese. Motivando il rifiuto allo stanziamento del prestito, Saied ha affermato che “Non accetteremo inaccettabili diktat che porterebbero ad un aumento della povertà”, precisando che il taglio dei sussidi provocherebbe “una rivolta sociale”.

Già lo scorso mese la Banca Mondiale, istituzione sorella del Fondo Monetario, ha sospeso nuovi prestiti alla Tunisia dopo che Saied è stato da più parti accusato di razzismo per dei commenti incendiari contro i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana.

L’intervento europeo

In base ad un non-paper citato da Ansa, la Commissione Europea sta preparando un consistente pacchetto di assistenza macro-finanziaria per la Tunisia e sta esplorando opportunità per un ulteriore sostegno al bilancio del Paese, a integrazione dei programmi esistenti. Lo stesso documento si riferisce esplicitamente alla prevenzione delle partenze di migranti irregolari, e cita un approccio di cooperazione sui rimpatri oltre che il rafforzamento delle vie di migrazione legale.

Gli Stati membri sono divisi sull’aiuto finanziario da fornire a Tunisi senza il supporto del Fmi. Per molti un accordo definitivo con il Fondo è essenziale per permettere all’Unione di proseguire con il supporto economico. D’altra parte, i Paesi più coinvolti dalla crisi migratoria come l’Italia spingono affinché l’Europa si faccia avanti e stanzi dei fondi anche senza l’impegno del presidente Saied, in modo da evitare a tutti i costi la bancarotta tunisina.

“La Tunisia è un Paese chiave per la stabilità nel Mediterraneo e nel Nord Africa” ha affermato il ministro degli Esteri Tajani. “Non vogliamo che la Tunisia collassi finanziariamente, sarebbe una cattiva notizia per tutti. Tuttavia, ci servono delle precondizioni politiche” ha aggiunto, riportando le preoccupazioni di molti Stati che diffidano dal presidente Saied.

Tunisi, 18 gennaio 2023. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani incontra il presidente Saied per discutere progetti di cooperazione tra i due Paesi e la questione dell’immigrazione. ANSA/CLAUDIO PERI

L’opzione Brics

Parallelamente allo stallo nelle trattative con il Fondo Monetario, si moltiplicano le voci sull’interesse dimostrato dalla Tunisia ad aderire ai Brics, il gruppo di economie emergenti che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, spesso percepito come un contrappeso al G7. Una scelta di questo tipo permetterebbe al Paese una maggiore indipendenza dal Fondo Monetario, e gli garantirebbe accesso a linee di credito senza condizionalità politiche.

Non è chiaro tuttavia il livello di ufficialità della candidatura, esplicitata finora solo da Mahmoud bin Mabrouk, portavoce del “Movimento del 25 luglio” che supporta il Presidente ma che non lo rappresenta. È tuttavia plausibile che Saied voglia entrare nel blocco, dato il suo orientamento populista, nazionalista e anti-occidentale. Va anche valutata l’ipotesi che la candidatura rappresenti in realtà un tentativo di alzare la pressione sul Fondo Monetario Internazionale: brandire l’opzione russo-cinese potrebbe aumentare la preoccupazione statunitense e spingere gli States a promuovere il prestito Fmi nonostante le riserve su Saied.

Se anche la candidatura fosse autentica, è difficile pensare che venga accettata in breve tempo, poiché la Tunisia è troppo instabile economicamente e politicamente per essere accedere ai Brics. Lo scorso anno anche Egitto e Algeria si sono candidati, ma nemmeno la maggior stazza economica e militare ha garantito loro accesso automatico all’alleanza. Gli esperti aggiungono che oltre alla buona salute economica, il Paese necessita anche di maggiori credenziali anti-occidentali per essere preso in considerazione nella Brics Tower a Shangai.

Se la scelta sta al Presidente

Per la Tunisia, l’opzione Brics potrebbe sembrare più invitante perché comporta meno ingerenza straniera dell’alternativa Fondo Monetario/Unione Europea, spesso criticata perché troppo allineata alle policy americane. D’altra parte, il crescente ruolo della Tunisia come Paese di transito per i migranti in Europa gli ha conferito una significativa leva nelle relazioni con l’Unione. La minaccia dell’incremento nei flussi migratori e del collasso economico incombente potrebbe assicurare a Saied un vantaggio nelle trattative tale da permettergli di scegliere liberamente tra due opzioni, a dispetto della recente escalation della sua repressione politica.

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