Il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) non lascia dubbi: la spesa militare europea ha raggiunto un nuovo record, e cioè 2,24 trilioni di dollari, con il Vecchio Continente che ha aumentato gli stanziamenti per la difesa del 13% rispetto al 2022. Un livello di spesa che, come ricordato dallo stesso Sipri, non tiene conto del tasso di inflazione, mostrando invece solo la spesa effettiva.
L’aumento, che conferma una tendenza già iniziata da diversi anni, nasce principalmente da due fattori contingenti. Da un lato c’è la guerra in Ucraina, che ha scatenato una serie di riflessioni in tutti i governi europei sulla necessità di rafforzare e modernizzare le forze armate alla luce di una guerra tradizionale, non più asimmetrica, e che ha mostrato il bisogno di nuovi armi, munizioni e sistemi. Dall’altro lato, l’aumento delle commesse nasce anche da una corsa costante di tutto il mondo verso il riarmo parallelamente a una situazione geopolitica sempre più caotica e con focolai di tensione sia a livello locale che globale. L’aumento delle tensioni in Asia, ad esempio, con potenze desiderose di aumentare le capacità dei propri arsenali anche per vincere la competizione regionale e globale, ha reso evidente anche la necessità dell’Occidente di ristabilire nuove priorità strategiche. E in questo senso, le richieste della Nato entrano inevitabilmente nei capitoli di spesa dei Paesi europei.

Per l’Europa va poi tenuto conto di un altro fattore, e cioè l’aumento esponenziale di acquisti di armi e di produzione da parte di Ucraina e Russia. Le due parti in guerra hanno dovuto necessariamente aumentare la spesa militare per fare fronte al conflitto iniziato da Vladimir Putin nel febbraio 2022. E mentre Mosca ha aumentato la produzione, Kiev ha non solo aumentato il budget destino alle armi per difendersi, ma ha anche beneficiato dei miliardi arrivati dagli Stati Uniti e dal resto del continente europeo che la sostiene.
Per l’Europa è possibile che questo trend continui nei prossimi anni anche alla luce delle rinnovate tensioni tra Stati Uniti e Cina che, va ricordato, rappresentano da sole la metà della spesa militare mondiale. Gli Stati europei, non solo quelli dell’Unione europea, devono infatti da un lato tenere il passo di questo riarmo, dall’altro considerare anche le tensioni come una continua sfida per aumentare il livello tecnologico per non rimanere troppo indietro rispetto alle superpotenze. Una questione che per il sistema europeo si traduce in una duplice sfida. Da un lato aumentare i livelli di produzione, che, come dimostrato dalla guerra in Ucraina, non sono in grado di reggere l’urto di un conflitto su vasta scala. In secondo luogo, c’è poi il problema di un sistema industriale che paga i costi di produzione, dal momento che l’inflazione e i prezzi dell’energia hanno segnato tutti i Paesi del continente.
Infine, c’è anche un altro problema: il cambiamento delle necessità belliche degli Stati. Come osservato infatti con l’invasione russa dell’Ucraina ma anche con ciò che accade nel resto del mondo e nell’Indo-Pacifico, l’impressione è che in questa fase i bisogni delle forze armate siano quelli di aumentare non solo la tecnologia, ma anche i volumi degli arsenali, e questo perché il mondo – specialmente in Europa – si era concentrato su scenari di conflitti ibridi o quantomeno asimmetrici. Lo scontro tra potenze o superpotenze in una logica multi-dominio e anche tradizionale (con la richiesta di navi, carri armati, missili, proiettili) è stato uno scenario preso in considerazione solo come ipotesi estrema rispetto a logiche di conflitti iper-tecnologici o contro avversari con cui era inutile utilizzare determinati tipi di armi o mezzi. Il mondo di oggi, però, non prevede più questo ragionamento.
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