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Politica

Dalle armi all’Afghanistan: le spine che allontanano Russia e Cina

Ci sono diversi dossier che tengono in apprensione russi e cinesi. E che, nel lungo periodo, potrebbero provocare cortocircuiti diplomatici

Quando Vladimir Putin ha ricevuto a Mosca Li Shangfu, il ministro della Difesa cinese, il capo del Cremlino ha chiesto al suo ospite di trasmettere “i più sinceri saluti e auguri” a Xi Jinping, ricordando la sua visita in Russia effettuata lo scorso marzo “con risultati fruttuosi”. Li ha ribadito che la Cina “è disposta a lavorare con la Federazione russa per attuare pienamente il consenso raggiunto dai due capi di Stato” al fine di “rafforzare ulteriormente la comunicazione strategica tra i due eserciti, il coordinamento e la cooperazione multilaterale e dare nuovi contributi al mantenimento della sicurezza e della stabilità mondiali e regionali”.

Rileggendo le ultime dichiarazioni ufficiali di Mosca e Pechino si ha dunque l’impressione di un continuo e ulteriore rafforzamento della partnership sino-russa. In realtà, dietro al sipario, ci sono diverse questioni che tengono in apprensione russi e cinesi, e che, nel medio e lungo periodo, potrebbero deflagrare provocando inattesi cortocircuiti diplomatici.

Se la cooperazione militare, che tanto interessa a Xi per modernizzare il proprio esercito e renderlo di livello mondiale entro il 2050, e quella commerciale, sulla quale al contrario spinge Putin per neutralizzare l’effetto delle sanzioni occidentali, procedono a gonfie vele, dal punto di vista geopolitico ci sono da annotare diversi dossier caldi sui quali Cina e Russia divergono in maniera piuttosto evidente.

Questo ci consente di sottolineare due aspetti: che il legame che unisce i due Paesi è una partnership, che niente ha a che vedere con un’improbabile alleanza e che, soprattutto, l’asse Mosca-Pechino continuerà a esistere e consolidarsi fin tanto che nessuno dei due partner diventerà troppo ingombrante per l’altro.

La Russia potrebbe diventarlo per la Cina nel caso in cui il Cremlino utilizzasse il nucleare in Ucraina, mentre l’ombra di Xi potrebbe offuscare l’aura di Putin qualora la dipendenza russa nei confronti della Repubblica Popolare dovesse ridimensionare in maniera troppo brusca i piani del leader russo. Vedendo però la natura dei temi divergenti sul tavolo, il grande rischio è che l’equilibrio sino-russo possa presto scontentare uno dei due player (probabilmente la Russia).

L’invio di armi

Il primo nodo spinoso chiama in causa le armi, o meglio gli aiuti militari per il conflitto ucraino che la Cina, almeno fino a questo momento, non sembrerebbe essere intenzionata a fornire alla Russia. La posizione del Dragone non è ufficialmente cambiata: per la Russia niente armi cinesi.

È pur vero che dai Pentagon Leaks sono emerse indiscrezioni interessanti. La notizia è stata raccolta da agenti Usa, che sarebbero riusciti ad intercettare alcune discussioni sui servizi segreti russi. Stando ai documenti diffusi sul web, Pechino avrebbe approvato la fornitura di aiuti letali a Mosca, chiedendo tuttavia che qualsiasi spedizione rimanesse segreta.

Un riassunto top secret dell’intelligence Usa, datato 23 febbraio, afferma che la Cina avrebbe approvato una fornitura incrementale di armi diretta verso Mosca, che sarebbe stata camuffata come articoli civili. Allo stesso tempo, stando al New York Times, dall’inizio della guerra, la Cina avrebbe spedito a Mosca oltre 12 milioni di dollari tra droni e parti di ricambio. Certo, agli uomini di Putin servirebbe ben altro per scongiurare il rischio di restare impantanati nei combattimenti sul territorio ucraino.

La ricostruzione dell’Afghanistan (e l’Asia centrale)

Il quarto incontro degli stati confinanti sull’Afghanistan è stato ospitato dall’Uzbekistan lo scorso 13 aprile in quel di Samarcanda. Al meeting erano presenti i ministri degli Esteri di Russia, Cina, Pakistan e Afghanistan, mentre Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan erano rappresentati dai loro massimi diplomatici.

Nonostante i discorsi relativi alla ricostruzione del Paese siano multilaterali, la vera partita sul futuro afghano chiama in causa Mosca e Pechino. I cinesi, dopo l’uscita di scena degli Usa, sono pronti ad opzionare la vasta ricchezza mineraria di Kabul.

Nella provincia di Logar, a due ore di auto dalla capitale, troviamo una delle più grandi riserve di rame non sfruttate al mondo. Qui, come sottolineato dal Wall Street Journal, la Cina sta negoziando con le autorità talebane per avviare l’estrazione mineraria nel sito, chiamato Mes Aynak, ed è pure in trattativa per iniziare a lavorare sulle riserve di petrolio e gas nel nord del Paese, ad Amu Darya.

I rappresentanti di decine di compagnie minerarie cinesi si aggirano per Kabul alla ricerca dell’affare del secolo, e per la Russia rischia di esserci poco margine d’azione; una prospettiva, questa, che non piace affatto al Cremlino, che non gradisce neppure la progressiva e silenziosa espansione cinese in Asia centrale.

Il Dragone guarda infatti al nutrito gruppo degli -stan, Paesi che si sentono minacciati da Mosca e che sono ben favorevoli a stringere i legami con il gigante cinese, sia per arruolare altri partner energetici che per architettare nuovi canali di proiezione verso l’Oceano Indiano, così da bypassare il rivale indiano.

Siberia, Artico ed Estremo Oriente

Da quando la Russia ha tagliato i ponti con l’Europa, spostando il suo baricentro verso l’Oriente, Mosca ha inevitabilmente messo nel mirino il suo Estremo Oriente.

Tralasciando le esercitazioni militari nel Pacifico, che molto spesso vengono effettuate a braccetto con la Cina, le mosse geopolitiche di Mosca e Pechino saranno presumibilmente sempre più in contrapposizione. Nel giro di qualche anno, foreste e praterie siberiane potrebbero infatti essere pronte ad accogliere appezzamenti di grano, mais e soia. Ed è per questo che il governo cinese, a detta di vari analisti, avrebbe intenzione di espandersi in Siberia. Non a caso c’è chi parla di “espansionismo pacifico” da parte di Pechino, nel senso che il Dragone starebbe cercando in tutti i modi di mettere radici nella periferia russa sfruttando due carte: il profilo demografico ed economico.

Resta quindi da capire come e se la Russia avrà intenzione di fungere da semplice spalla cinese: in Siberia, ma anche nell’Artico (dove è stato annunciato un rafforzamento della partnership) e, più in generale, nell’intero Estremo Oriente. Dove i retaggi di confini e territori rosicchiati dai russi è un’immagine ancora viva e vegeta nella mente dei cinesi.

La guerra in Ucraina

I numerosi interventi militari della Russia, ha sottolineato il think tank China Power, hanno creato un contraccolpo politico ed economico non trascurabile per la Cina. La guerra in Ucraina, ad esempio ha indebolito Mosca, diminuendone l’utilità strategica per Pechino nel braccio di ferro indiretto con gli Stati Uniti, e aggravando ulteriormente il crescente divario di potere tra Xi e Putin.

La forza bruta usata dal Cremlino ha inoltre messo la Cina in situazioni politicamente imbarazzanti. Anche perché la leadership del Partito Comunista Cinese ha a lungo descritto l’integrità territoriale e la non interferenza negli affari interni di altri Paesi come pietre angolari della politica estera della Cina. I funzionari cinesi evidenziano spesso il fatto che il loro Paese non ha mai invaso o maltrattato altre nazioni. Le ripetute invasioni russe sono però in netta contrapposizione rispetto a questi principi.

Last but not least, il conflitto ucraino ha rischiato di allontanare la Cina dall’Europa, con il Vecchio Continente che è ancora un mercato fondamentale per l’economia del Dragone.

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