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Storia

Antonio Pigafetta e Leone Pancaldo, i primi italiani a circumnavigare il globo

Spagna, 1519. Il 10 agosto cinque caracche scesero il Guadalquivir, il fiume di Siviglia. Sulla tolda della Trinidad, la nave ammiraglia, Ferdinando Magellano, un taciturno portoghese, accanto a lui Antonio Pigafetta, cavaliere vicentino e cronista di bordo. Assieme a loro...

Spagna, 1519. Il 10 agosto cinque caracche scesero il Guadalquivir, il fiume di Siviglia. Sulla tolda della Trinidad, la nave ammiraglia, Ferdinando Magellano, un taciturno portoghese, accanto a lui Antonio Pigafetta, cavaliere vicentino e cronista di bordo. Assieme a loro marinai castigliani, baschi, greci, francesi, tedeschi, fiamminghi, italiani. In tutto 242 uomini. L’obiettivo era trovare un passaggio dall’Atlantico al grande mare intravisto da Numez de Balboa nel 1515 davanti a Panama, e raggiungere da Oriente a Occidente le Molucche, le mitiche “Isole delle Spezie”, per sottrarle all’influenza lusitana fissata nel 1493 da papa Alessandro VI Borgia e ratificata l’anno dopo dal trattato di Tordesillas.

Magellano, figura enigmatica e fascinosa, non aveva dubbi. Prima di litigare con il suo re aveva avuto accesso ai segretissimi archivi di Lisbona dove lesse e meditò le relazioni dei navigatori che, scambiando il gigantesco estuario del Rio de la Plata per il mitico paso, indicavano la via.

Il viaggio si trasformò presto in un’anabasi marittima. Dopo un ammutinamento fallito e il naufragio di un vascello, la piccola squadra costeggiò l’Argentina spingendosi sempre più a sud finché il 21 ottobre venne scoperto a 52° il passaggio. Magellano spinse allora le sue navi nel dedalo di isolotti e scogli sui cui brillavano flebili luci — erano i bracieri accesi dagli indigeni Yamana che tanto impressionarono i marinai — per sbucare, il 28 novembre 1520, sul Mar del Sur. Il desolato arcipelago divenne la Terra del Fuoco e l’angusto stretto, dedicato inizialmente a Todos los Santos, porta da secoli il nome del suo scopritore.  

Seguì una lunghissima e penosa traversata su un mare senza vento, al punto che l’ammiraglio lo battezzò, con una certa ironia, Pacifico. Tre mesi spersi nell’ignoto, un navigare senza mai incontrare terre. Solo onde, fame e sete. Un incubo. Come annottò il sempre attento Pigafetta “in tutto quel tempo non ebbimo nessuna borrasca”. Gli uomini si ridussero a mangiare un biscotto diventato “polvere verminosa, fetente per l’orina de’ sorci”, poi a nutrirsi “anche di certi cuoi”, dopo averli ammorbiditi nell’acqua di mare e cotti sulla brace. E poi “segature di tavole” e persino gli stessi topi “erano divenuti un cibo sì ricercato, che pagavansi mezzo ducato l’uno”. Lo scorbuto fece crescere le gengive ad alcuni marinai “fino a coprir loro i denti tanto sopra che sotto; onde non potean in alcun modo mangiare, e di quella malattia perirono molti uomini»

Dopo più di cento giorni le navi raggiunsero l’arcipelago delle Marianne e poi le Filippine. Qui, il 27 aprile 1521, sulla spiaggia di Mactan, in una scaramuccia con gli indigeni, Ferdinando venne colpito a morte. Scrisse Pigafetta, “subito li avemmo addosso con lance di ferro e scimitarre, fin che lo specchio, il lume, il conforto e la vera guida nostra venne ammazzato”. 

Solo un vascello, la Victoria al comando di Juan Sebastiàn Elcano, riuscì a rientrare in patria. Il sei settembre 1522, dopo due anni, 11 mesi e 17 giorni di navigazione, sul molo di San Lùcar de Barrameda, alla foce del Guadalquivir, sbarcarono 19 uomini laceri, denutriti, malati. Tra loro lo sfinito Antonio e il ligure Martino de Judicibus.

La prima circumnavigazione della Terra era compiuta. Con i conti in regola: nella putrida stiva della malconcia caracca rimanevano 26 tonnellate di spezie. Una fortuna in un’epoca in cui il pepe valeva più dell’argento e con un sacchetto di nemmeno una libra ci si comprava una casa.

Nella narrazione successiva, tutta imperniata sulla gloria ispanica, il nome di Magellano, il proscritto portoghese, venne accantonato. Sarà il vicentino, da autentico gentiluomo, a tramandare e difendere la memoria dell’ammiraglio, il vero eroe dell’impresa: sulla base del suo minuzioso diario di viaggio Pigafetta scrisse “Il viaggio fatto da gli spagniuoli a torno a’l mondo”, presentato al Senato veneziano in un’audizione memorabile — «sichè, Soa Serenità e tutti chi l’aldite rimasero stupefati di quelle cosse in India» annotò il cronista Sanudo — e pubblicato nel 1536. L’anno della sua scomparsa. 

Tra gli italiani partecipanti all’impresa si distinse anche il savonese Leone Pancaldo, caduto prigioniero dei portoghesi nelle Molucche e rientrato in Spagna solo tre anni dopo l’arrivo della Victoria. A Pancaldo si deve il “Roteiro del pilota genovese”, l’altra testimonianza diretta del lungo viaggio, letterariamente inferiore a quella del Pigafetta ma preziosa per le sue note tecniche su rotte, posizioni e distanze. Nel 1536, non ancora sazio d’avventure, il marinaio ottenne il comando di una spedizione per il Perù, organizzata dai soliti mercanti genovesi, ma un incidente gli impedì di attraversare lo stretto. Costretto a ripiegare sull’appena fondata Buenos Aires lì si ammalò e morì nell’agosto 1540.

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