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Il Consiglio europeo appena terminato ha due livelli di conclusioni: quelle scritte e quelle fattuali. Le prime si potevano leggere nero su bianco subito dopo la chiusura delle riunioni, e hanno confermato quanto previsto nelle bozze che circolavano durante le ore precedenti il summit. Le seconde, invece, sono fatte di dichiarazioni, gesti, incontri e decisioni avvenute durante e dopo la sessione di lavoro del Consiglio, e spiegano forse in modo ancora più preciso cosa si muove davvero nella politica europea.

Una di queste seconde “conclusioni” riguarda in particolare la Cina, convitato di pietra di qualsiasi discussione sulla guerra in Ucraina e tornata in auge dopo il viaggio di Xi Jinping a Mosca come potenziale mediatore o comunque come potenziale garante e interlocutore tra l’Occidente e la Russia. La visita del presidente cinese alla corte di Vladimir Putin ha fatto capire come Pechino non sia solo il grande partner russo, pur nella strana e indefinita “alleanza senza limiti” cristallizzata prima della guerra, ma anche una potenza desiderosa di ripristinare un proprio peso specifico nelle dinamiche internazionali, specialmente dopo la proposta dei 12 punti sull’Ucraina.

L’Europa, che in questo ultimo vertice di Bruxelles ha ribadito la linea del pieno e più ampio supporto politico, economico e militare verso Kiev, non sembra avere aderito alla linea statunitense dell’opposizione netta al piano di Pechino. Nonostante vi siano delle divergenze tra i Ventisette Ue per quanto riguarda i rapporti con Pechino, tutti sanno che Xi può essere un “game changer” di questo conflitto, complice il peso economico sempre più rilevante che la Cina ha nei confronti della Russia. Sanzionata e condannata dall’Occidente l’invasione russa, Mosca ha guardato immediatamente a oriente e a sud per evitare il collasso. Ma questo abbraccio cinese alla Russia ha certamente avuto una conseguenza politica negli equilibri tra i due giganti, già sbilanciati verso Pechino. Ed è su questo peso che l’Europa vuole scommettere anche per evitare di dare l’immagine di un insieme di Paesi fondamentalmente esautorato sul piano diplomatico e strategico dall’Alleanza Atlantica e da Washington.

L’annuncio di Sanchez sull’incontro con Xi

Così, mentre il Consiglio ha certificato il sostegno senza titubanze nei confronti dell’Ucraina, i leader Ue, più o meno separatamente, hanno iniziato a intavolare un tavolo di confronto proprio con Pechino, il rivale sistemico per eccellenza degli Stati Uniti. Ad aprire le danze della diplomazia europea è stato il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, che ha confermato il suo prossimo viaggio in Cina per incontrare Xi. “La Spagna, e l’Europa, sostengono il piano Zelenski” per la risoluzione del conflitto poiché riteniamo che possa garantire una pace duratura e giusta” ha detto il premier socialista, “al contempo il documento cinese, che non è un piano di pace ma un documento di posizionamento sui temi necessari per lavorare alla pace, ha degli spunti che io credo siano di interesse”. E nei giorni scorsi era stato il ministro spagnolo Félix Bolaños a dire che “la Cina può svolgere un ruolo molto importante nella mediazione tra Russia e Ucraina” sottolineando che “questo sarà certamente uno dei temi che il primo ministro discuterà con il presidente cinese”.

Nelle stesse ore, ad annunciare i propri viaggi in Cina sono stati l’Alto Rappresentante Ue, Josep Borrell, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente francese Emmanuel Macron, questi ultimi due in visita congiunta.

Borrell: “Mai equidistanti, ma su Cina interessi diversi da Usa”

“L’Europa non potrà mai essere equidistante fra Stati Uniti e Cina poiché non condividiamo lo stesso modello di Pechino” ha detto Borrell, “ma noi abbiamo un nostro specifico interesse e anche Washington ha un suo interesse: tra alleati si deve discutere per capire come possiamo rendere compatibili i nostri interessi”. Nel corso di un’intervista rilasciata a diverse testate internazionali, tra cui Ansa, il rappresentante per la politica estera dei Bruxelles ha parlato di un “triangolo, Usa Cina ed Europa” che “determinerà il 21esimo secolo”. L’obiettivo è capire dove si posizionare l’Ue in questo triangola, spiega Borrell, che ha annunciato appunto un suo viaggio in Cina per parlare anche di un possibile spiraglio di pace in Ucraina. “I 12 punti non sono un piano di pace ma una narrazione”, ha ammesso Borrell. Eppure, come ha tenuto a precisare, “i cinesi vogliono avere un impatto diplomatico e noi lo dobbiamo favorire”.

Von der Leyen accompagnerà Macron a Pechino

A margine del Consiglio, è poi arrivata la conferma del portavoce della Commissione, Eric Mamer, sul viaggio di von der Leyen e Macron una settimana dopo il tour di Sanchez: quindi nella prima settimana di aprile. Per la presidente dell’organo esecutivo Ue, un modo per ribadire la presenza dell’Ue sulla scena internazionale, ma anche un segnale di come in questa fase di conflittualità e di instabilità il peso diplomatico dei Paesi si giochi anche sull’importanza del proprio status militare e politico. La Francia, come membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, rimane una sorta di primus inter pares dell’Europa nel consesso dei grandi. Il suo non è un peso paragonabile a quello di Cina, Russia e Stati Uniti.

Eppure, come visto anche nelle prime fasi dell’invasione, Macron ha spesso fatto pesare (in modo anche più plateale che concreto) questo suo status di potenza. Il fatto che Macron venga “accompagnato” da von der Leyen può apparire come la conferma plastica che i ruoli, in questa partita, siano definiti in modo chiaro e l’Ue, potenziale gigante della diplomazia, sia in realtà ancillare di fronte all’agenda dei singoli Stati. Mentre per Macron, colpito nel profondo da un’Europa che sembra sfuggire di mano e da una Francia sempre più in rivolta e contraria alle scelte del suo presidente, il blitz a Pechino potrebbe essere un’ancora di salvezza per la sua immagine, scalfita pesantemente in questi primi mesi di secondo mandato.

Un piano a rischio, ma il messaggio è verso Biden

In ogni caso, al netto degli equilibri interni, sembra trasparire in ambito europeo una divisione nuova sotto il profilo della gestione delle reti diplomatiche. A fronte di un blocco fortemente ancorato alla fedeltà atlantica e alla linea dell’intransigenza verso un negoziato che abbia il Cremlino come interlocutore, esiste un tentativo di immedesimarsi con le posizioni di Washington, quantomeno per dare l’immagine di un attore pienamente autonomo.

L’avvertimento risuona anche alla Casa Bianca, con un Joe Biden che deve fare i conti con un segnale che, visto il livello di tensione tra Usa e Cina, può essere quantomeno indicativo di una nuova tendenza. Che questo obiettivo sia poi effettivamente realizzato dipenderà in larga parte non solo dal volere dei grandi, ma anche di quanto possano davvero incidere dei leader che non appaiono in grado, al momento, di rappresentare l’Ue e che sanno che l’asse tra Cina e Russia non incide “solo” sul conflitto in Ucraina, ma anche su altre realtà fondamentali intorno ai confini d’Europa, in primis Medio Oriente e Africa.

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