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Viaggio nella “Rust Belt cinese”: morte e rinascita di un impero economico

Heilongjiang, Jilin, Liaoning. Le tre province nord-orientali della Cina, spesso racchiuse in un’unica parola, Dongbei, utilizzata per indicare l’intera regione, hanno una storia particolare e travagliata. Dal 1931, per 14 anni, sono state occupate dal Giappone. Nelle intenzioni dell’esercito imperiale...

Heilongjiang, Jilin, Liaoning. Le tre province nord-orientali della Cina, spesso racchiuse in un’unica parola, Dongbei, utilizzata per indicare l’intera regione, hanno una storia particolare e travagliata. Dal 1931, per 14 anni, sono state occupate dal Giappone. Nelle intenzioni dell’esercito imperiale giapponese da qui sarebbe dovuta partire la “liberazione” dell’intera Asia dal “dominio coloniale bianco”. Gli invasori nipponici avviarono in loco un importante sviluppo infrastrutturale e industriale per fini meramente strategici, rendendo l’area ben diversa dal resto della Cina, prima di essere definitivamente sconfitti nel 1945.

I semi della modernizzazione piantati dai giapponesi sbocciarono, a loro modo, con la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Dongbei divenne, infatti, prima il punto di lancio militare per l’acquisizione comunista del Paese, a partire dalla fine del 1948, poi la base industriale della Cina maoista. Ricche di carbone, petrolio e minerali, e in più dotate di un solido scheletro infrastrutturale, le tre province centrorientali cinesi dettero vita ad imponenti industrie pesanti, diventando il modello prediletto di industrializzazione per il resto della nazione. Mao Zedong arrivò persino a definire Heilongjiang, Jilin, Liaoning il “figlio maggiore” del Paese, riferendosi al fatto che, nella tradizione cinese, il futuro della famiglia poggia sulle spalle del maggiore dei figli.

Nel 1978, alla vigilia dell’apertura economica di Deng Xiaoping, il Liaoning aveva la terza economia più grande tra le 31 province della Cina continentale. Il suo pil era addirittura superiore del 20% rispetto a quello del Guangdong, che ben presto avrebbe tuttavia sostituito il Dongbei come modello industriale e motore del Paese. Ma è proprio a partire dal 1978 che prese forma il terzo capitolo della storia del Dongbei.

Quando le riforme di Deng iniziarono ad allineare la Cina all’economia globale, inaugurando così la stagione dell’apertura economica, qualcosa, nel nord-est della nazione, cambiò per sempre. Quattro decenni di rapida crescita nazionale lasciarono indietro la regione locomotiva del maoismo. Basti pensare che nel 2016 il Liaoning era scesa al 14esimo posto tra le province per reddito, contando appena un terzo del pil del Guangdong. Nel periodo 1978-2016 la sua quota della produzione cinese si è più che dimezzata, passando dal rappresentare il 14% del pil nazionale al 6,8%.

Un autentico tracollo che ha trasformato il Dongbei nella cosiddetta Rust Belt cinese, termine originariamente utilizzato per indicare la cintura della ruggine statunitense, un tempo epicentro dell’industria pesante Usa e oggi regione depressa e in declino economico. Ebbene, proprio come Washington, anche Pechino deve fare i conti con la sua Rust Belt.

Il tallone d’Achille della Cina

Mao fece del nord-est cinese il centro dell’industria pesante, tanto che il Dongbei ospita ancora molti dei maggiori produttori cinesi di automobili, aerei e macchine utensili. Attori economici, però, in costante difficoltà a causa, come vedremo, delle recenti trasformazioni economiche che hanno attraversato la Cina.

In ogni caso, già nel 2003 il governo cinese elaborò un piano per cercare di rivitalizzare le vecchie basi industriali del nord-est. Lo fece aumentando gli investimenti statali, che sono passati dal 30% del pil regionale nel 2000 al 60% del 2005. Tentativo ammirevole ma non sufficiente per salvare la regione. Nel 2016 Pechino ha versato un’altra enorme quantità di denaro nella Rust Belt per tenere in vita le sempre più numerose aziende statali moribonde e stimolare un minimo di crescita. Anche in questo caso, i risultati sono stati inferiori alle attese.

Neppure la Belt and Road Initiative lanciata da Xi Jinping – una strategia di sviluppo per rilanciare antiche rotte commerciali e aumentare la cooperazione della Cina con i Paesi vicini – si è focalizzata sullo sviluppo delle province nord-orientali della Cina, preferendo al contrario concentrarsi su quelle occidentali.

Nel 2017, il Pil pro capite del nord-est cinese era uno dei più bassi della nazione, attestandosi intorno ai 3,700 dollari. Se nell’epoca di Mao il Dongbei era il bastione dell’industria pesante di proprietà statale e i suoi operai l’élite socialista, oggi questo territorio è una sorta di Luna Park dei vecchi tempi.

Con la richiamata riforma del mercato, avviata alla fine degli anni ’80, la regione ha subito un grave contraccolpo economico e lo Stato ha chiuso le fabbriche più inefficienti (alcune stime parlano di 30 milioni di esuberi forzati).

Il mondo è cambiato rispetto agli anni ’50, la struttura industriale di una volta non regge il confronto con le agili start-up tecnologiche che stanno trainando il sud della Cina. Come se non bastasse, il Dongbei ha quasi terminato le risorse naturali a cui si appoggiavano le enormi imprese statali. Con il carbone economicamente estraibile esaurito e la mancanza di tecnologia e capitale per estrarre in sicurezza più in profondità nel sottosuolo, le miniere stanno chiudendo una dopo l’altra.

Le cause della “ruggine”

Ci sono tanti fattori che hanno contribuito a trasformare l’area più dinamica dell’economia cinese nella Rust Belt della Repubblica Popolare. Prima di tutto dobbiamo menzionare il cambiamento del modello economico voluto da Pechino.

Dall’inizio degli anni ’80, e facendo leva sulle neonate Zone Economiche Speciali, il governo centrale si è concentrato sullo sviluppo delle infrastrutture delle province costiere per incrementare il commercio internazionale. Dongbei condivide tre frontiere internazionali, ma i Paesi e le regioni con cui confina si chiamano Mongolia, Siberia russa e Corea del Nord: non proprio partner ricchissimi.

La pianificazione maoista, inoltre, ha reso la regione più dipendente dalle imprese statali (SOE) rispetto ad altre aree.

Un’altra causa dell’origine della cintura della ruggine cinese sta nel fatto che le industrie pesanti del nord-est sono oggi per lo più imprese statali stagnanti che hanno difficoltà a tenere il passo con la flessibilità del settore privato.

Terza motivazione: queste stesse industrie stanno pagando il contraccolpo green. Il mondo intero si allontana dalle industrie inquinanti, e la Cina è uno dei Paesi che più sta investendo sul tema, volendo addirittura diventare carbon neutral entro il 2060.

Dal punto di vista demografico, poi, la regione, che conta 109 milioni di abitanti, sta invecchiando rapidamente. Le statistiche relative al 2019 erano emblematiche: se quattro anni fa la Cina nord-orientale fosse stata un Paese, avrebbe avuto il tasso di natalità più basso al mondo.

I piani per la rinascita

La grande sfida di Pechino consiste nell’adattare le province nordorientali del Paese al XXI secolo. Per arginare il declino strutturale di uno dei territori strategici più importanti della Cina sono però necessari nuovi motori di crescita. “La Cina nord-orientale occupa un’importante posizione strategica nello sviluppo nazionale. La sua rivitalizzazione è ancora in fase di salita”, ammoniva nel 2021 l’ex premier Li Keqiang.

Al netto di innegabili difficoltà, all’orizzonte si vedono alcune ancore di salvezza. Ad esempio, c’è chi sostiene che il Dragone possa rivitalizzare l’area espandendo il commercio con la Corea del Sud. A causa della sua vicinanza alla penisola coreana, Dongbei ospita milioni di coreani cinesi, in particolare la provincia di Jilin. È anche per questo che la Cina potrebbe sfruttare la sua non ostilità con la Corea del Nord per rilanciare un parallelo dialogo intercoreano, che aggiungerebbe un prestigioso traguardo diplomatico al conseguimento di un obiettivo economico. Al momento, però, le tensioni internazionali non offrono un contesto adatto ad un piano del genere. Tanto è vero che la Cina, temendo un possibile collasso di Pyongyang, e un conseguente sciame di rifugiati diretti nella già in crisi Rust Belt, manterrebbe fino a 250mila soldati nella regione, molti in stanza lungo il confine nordcoreano di 1.4000.

Un possibile e più concreto volano di sviluppo coincide con i vantaggi derivanti dall’economia green e dai settori connessi. Nel 2022, la CCTV, la televisione statale cinese, ha fatto sapere che la provincia di Liaoning ha lanciato un piano da 600 miliardi di yuan (87 miliardi di dollari) per espandere la produzione di energia pulita.

Nello specifico, si parla della costruzione di sei diverse basi energetiche da 10 gigawatt ciascuna (abbastanza per alimentare tutta la Thailandia). Le diverse basi dovrebbero includere nucleare, eolico offshore, accumulo di energia idroelettrica pompata, “energia intelligente” e due impianti di energia rinnovabile. La capacità di generazione di energia totale della provincia era di circa 60 gigawatt alla fine del 2020, con una previsione di aumento a circa 90 gigawatt entro il 2025 – di cui la metà proveniente da fonti di combustibili non fossili – secondo il piano quinquennale provinciale per sviluppo energetico.

La miniera di carbone di Haizhou a Fuxin, ha ricordato Bloomberg, è un perfetto esempio della transizione pianificata della provincia. Una volta la più grande risorsa di carbone a cielo aperto in Asia, il governo cinese sta ora studiando come convertire il sito in una stazione di accumulo di energia per sfruttare meglio la generazione rinnovabile intermittente nella regione.

Last but not least, le recenti diatribe commerciali con gli Stati Uniti hanno offerto un assist alla Rust Belt cinese. La metà della soia consumata dalla Cina viene infatti coltivata nel nord-est. La regione, per la soia e altri prodotti, potrebbe quindi diventare determinante al fine di garantire, almeno in parte, la sicurezza alimentare nazionale.

Energia green, forse batterie elettriche, agroalimentare: da qui passa la rinascita della cintura della ruggine cinese. Con numerosi interrogativi da parte dell’Occidente, che sta cercando di capire come e se i piani di Pechino potranno avere ripercussioni sull’economia globale.  

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