Olaf Scholz la chiama Zeitenwende, “un movimento tettonico epocale”. La fine di un’era, l’inizio di un’altra, in cui la guerra in Ucraina ha innescato una serie di spostamenti o velocizzato quelli che erano già in corso. Per il cancelliere tedesco, che scrive un lungo editoriale per la prestigiosa rivista Foreign Affairs, si tratta di un passaggio in cui il ruolo della Germania e dell’Europa può essere fondamentale, proprio per evitare di rimanere schiacciato dal peso di una competizione globale che rischia di ricondurre il mondo alla divisione in blocchi. Scholz, per esperienza personale oltre che di popolo, vuole evitare il ritorno di un’era di divisioni in cui alcuni Paesi rischiano di pagare un prezzo più alto. Proprio come fece il suo durante la Guerra Fredda. E per scongiurare questa ipotesi, il cancelliere tedesco pone in particolari due questioni: il ruolo di Berlino all’interno dell’Europa, e il ruolo dell’Europa all’interno del nuovo sistema internazionale. Un sistema che che Scholz non esita a definire “multipolare”.
Nell’articolo scritto per la rivista, il leader del governo tedesco non sembra avere dubbi. La Germania deve rientrare nella partita della leadership dell’Unione europea, in parte insieme alla Francia. Questo disegno viene definito quasi come ineluttabile dal primo ministro socialdemocratico, che anzi sottolinea sin dall’inizio del suo testo che “i tedeschi intendono diventare il garante della sicurezza europea, quello che i nostri alleati si aspettano da noi, un costruttore di ponti all’interno dell’Unione europea e un sostenitore di soluzioni multilaterali ai problemi globali”. Un ruolo quindi decisamente più ampio rispetto a quello che fino a questo momento la Germania di Scholz si era ritagliata all’interno della diplomazia europea e mondiale e che lo stesso Scholz non esita appunto a definire “nuovo”. Una novità che per il cancelliere “richiederà una nuova cultura strategica” e che sarà delineata dalla nuova strategia di sicurezza nazionale pronta a essere varata tra qualche mese.
La Germania quindi torna a guardare alla propria difesa e, forse per la prima volta in modo così netto, si pone anche l’ambizioso piano di guidare l’Ue non più solo sul piano finanziario, commerciale o più o meno diplomatico, come aveva fatto del resto per tutta l’era di Angela Merkel. Berlino, in questo sancendo anche una svolta rispetto agli ultimi mesi di silenzio, sente di poter tornare a contare qualcosa nel quadro internazionale, ma di farlo partendo dalla base strategico-militare. Scholz si collega anche al provvedimento sul fondo da 100 miliardi messi sul piatto per permettere un miglioramento generale e un “riarmo” delle forze armate tedesche. Ma quanto trapela dalle parole scritte dal capo dell’esecutivo è che l’intenzione sia tarata su un raggio d’azione diverso e più complesso: perché, come spiega lo stesso cancelliere, “un partenariato transatlantico equilibrato e resiliente richiede anche che la Germania e l’Europa svolgano un ruolo attivo”.
Il segnale lanciato da Scholz è che in questa Zeitenwende, in questa svolta epocale che non si esaurisce solo con l’invasione di parte dell’Ucraina, ma anche dall’ascesa della Cina, dal diverso ruolo di Stati Uniti ed Europa e dal rischio per l’intero equilibrio internazionale, Berlino vuole contare non tanto di più, quanto in modo diverso. L’eredità merkeliana è un’eredità complessa ma pesante. In pochi mesi, Scholz ha dovuto sostanzialmente cancellare l’Ostpolitik tipica della Germania ma anche gli accordi siglati sul fronte del gas con al Russia. Il riarmo, con il piano da 100 miliardi, è di fatto un modo per sconfessare anni di stallo in cui le forze armate tedesche sono state spesso oggetto di critiche, scandali e percepite come non preparate. Anche di recente, Deutsche Welle ha portato avanti un’inchiesta sul fatto che la Bundeswehr sembra essere decisamente poco preparata a un eventuale conflitto, ci sono dubbi anche sul fatto che quei cento miliardi promessi dal governo siano concretamente utilizzabili e molti si chiedono se l’industria bellica tedesca e il governo possano supportare questo riarmo. E in tutto questo, si aggiunge anche l’evidente fallimento della stagione di potere di Merkel, ritenuta leader di un’Europa che si è rivelata estremamente fragile e fin troppo dipendente dall’esterno. Scholz non lo dice apertamente: ma è chiaro che questo desiderio della Germania di rimettersi al centro dell’Ue parte da presupposti nettamente distanti dalla politica continentale messa in atto dalla leader precedente. Forza militare e rottura dei legami energetici con Mosca rappresentano elementi profondamente differenti rispetto alla stagione merkeliana, confermando come in questa fase si sia di fronte effettivamente a una “svolta” politica non indifferente. Anche se bisognerà aspettare la conferma nei fatti di quanto promesso.
Per l’Europa, così come per la Nato, il testo di Scholz è un segnale da non prendere sottogamba proprio per la profondità con cui vengono scandagliati difetti e pregi della diplomazia tedesca. Il fattore militare rientra prepotentemente nel dibattito pubblico al punto che lo stesso cancelliere parla di una “nuova mentalità nella società tedesca”. Ma a questo si aggiunge anche il desiderio di Berlino di coordinarsi con Parigi per una maggiore integrazione europea, di partire dal tema militare e della difesa fino a sfociare nella politica migratoria e fiscale così come sulla modifica per ampliare i settori dell’Ue in cui si decide a maggioranza e non all’unanimità. È uno Scholz diverso, che rispetto agli ultimi mesi, forse anche galvanizzato dalla perdurante crisi di Emmanuel Macron, cerca di recuperare terreno in questa fase di transizione che riguarda non solo l’Europa, ma anche il resto del mondo. La Germania vuole tornare. Ora la partita è capire come riuscire a ripercorrere la strada per la leadership cambiando il paradigma su cui si è fondata però la guida dell’era Merkel.
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