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Alzi la mano chi di noi non ha mai sognato di viaggiare verso terre sconosciute, scoprire città perdute e popoli misteriosi, insomma, chi non ha fantasticato, almeno per un breve attimo, sul mito dell’esploratore?

Certo, oggi tutto è raggiungibile e, almeno virtualmente, visitabile. Basta un click sulla tastiera e si parte. Un altro click e si ritorna. È la modernità, già la modernità… Un tempo viaggiare era cosa ben diversa. Molto più difficile e impegnativa. Le distanze si misuravano in giorni, in settimane, mesi. Talvolta anni.

Solo alcuni — i più intraprendenti e coraggiosi — osavano inoltrarsi, lungo sentieri perigliosi, in lande ignote, selvagge. Gli esploratori, appunto; uno strano club di avventurosi, sapienti, sognatori — non più di qualche migliaio di personaggi indubbiamente eccentrici quanto coraggiosi— che tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento attraversarono deserti infuocati e foreste impenetrabili, sfidarono malattie, belve, indigeni ostili (e talvolta cannibali) per vedere l’ignoto. Il “non visto”, il “non conosciuto”. E raccontarlo, mapparlo, disegnarlo.

In questa eletta schiera un posto d’onore lo merita il milanese Antonio Raimondi, un altro grande dimenticato e vero esploratore, insigne scienziato e (la cosa non guasta, anzi…) fervente patriota.  Una vita romanzesca. Nato a Milano nel 1824 e figlio di un ricco pasticcere sin da giovanissimo, l’inquieto Antonio ai panettoni paterni preferì l’Orto Botanico di Brera e l’opera (ben 34 volumi zeppa di mappe e illustrazioni) di Alexander von Humboldt, l’esploratore tedesco che per primo, tra il 1799 e il 1804, aveva attraversato in lungo e in largo l’Amazzonia, il cuore inviolato dell’America meridionale. Affascinato dalle letture del naturalista berlinese, il ragazzo iniziò ad immaginare viaggi, spedizioni, scoperte.

Poi, nel 1848, la passione patriottica, l’ideale di un’Italia unita e indipendente. Quando Milano si ribellò agli austriaci, Raimondi fu tra i protagonisti delle Cinque giornate di marzo e l’anno dopo seguì, come Luciano Manara e altri giovani milanesi, Garibaldi nella difesa della Repubblica Romana.

Un’altra illusione e una sconfitta bruciante che, nel ’49, costrinse Antonio ad una nuova fuga, questa volta senza ritorno. Inseguito dalle polizie austriache, il giovane scelse d’imbarcarsi per l’allora quasi sconosciuto Perù per realizzare il suo sogno. Sbarcato a Callao dopo un viaggio durato ben sette mesi, il giovane esule si ritrovò in un Paese da poco indipendente, fragile, dai confini incerti, dominato da una ristretta e rissosa élite creola il cui controllo del territorio si fermava, come in epoca coloniale, poco dopo i centri urbani. Oltre vi era il mondo degli indios, poveri e (giustamente) ostili.

In quel clima confuso, Raimondi riuscì, con notevole faccia tosta (era pur sempre un autodidatta), a farsi assegnare la cattedra di Scienze naturali della facoltà di Medicina dell’Università di Lima. Ma l’incarico, per quanto prestigioso, non gli bastò e, alla fine, convinse le autorità locali che soltanto un’esplorazione scientifica e razionale dell’intero Paese e la fissazione di precise frontiere avrebbe legittimato la sovranità peruviana.

Con l’intermittente appoggio del generale Ràmon Castilla — l’unico governante serio tra i tanti caudillos corrotti e incapaci che afflissero il Perù — e tanta, tantissima fede nella scienza, Raimondi organizzò, tra il 1850 e il ’69, diciannove spedizioni in cui percorse 45mila chilometri a piedi, a dorso di cavallo e di mulo, inoltrandosi nella foresta amazzonica, scivolando in canoa sul rio delle Amazzoni o inerpicandosi sulle Ande. Una lunga avventura in cui come scrisse nei suoi diari: «gli occhi sembrava non bastassero per guardare tutto».

Negli anni l’audace lombardo ritrovò preziose testimonianze dell’impero incaico (in particolare a Cusco, l’antica capitale), realizzò la prima rappresentazione cartografica moderna del Perù (la sua mappa, sino agli anni ’30, fu la carta ufficiale della Repubblica), catalogò migliaia di piante, animali e insetti, disegnò tracciati ferroviari e stradali, individuò giacimenti minerari e siti archeologici. Tra le sue scoperte anche la colossale pianta detta Titanka ritrovata tra i monti della Sierra meridionale delle Ande peruviane: la Titanka — ribattezzata nel 1928 “Puya Raimondii” in omaggio al suo scopritore — è una pianta apocarpica, ovvero che fiorisce alla fine della vita, dopo cinquant’anni di crescita, presentando lo straordinario fenomeno della fioritura sincronizzata.

Rispettoso dei popoli indigeni (Antonio sposò Adele, una donna huarasina), descrisse i loro usi e tradizioni nel libro El Perù, itinerarios de Viajes, vero e proprio compendio etnografico, e fu in prima fila nella difesa dei diritti delle popolazioni indigene, opponendosi ad ogni forma, più o meno velata, di schiavitù. Cosa poco gradita agli oligarchi locali e ai loro referenti statunitensi e britannici, ma apprezzata dai segmenti peruviani modernisti e appoggiata dalla comunità scientifica internazionale.

Nella sua nuova patria l’avventuroso milanese divenne, nonostante la sua ritrosia e il carattere schivo, un personaggio pubblico e il principale riferimento per le più importanti associazioni scientifiche del mondo, compresa la Società geografica italiana fondata nel 1967 a Firenze che gli conferì la medaglia d’oro. Alla sua morte, il 26 ottobre 1890, Raimondi venne inumato a Lima in un mausoleo edificato in suo onore ed elevato tra i “Padri della Patria”; qualche anno dopo il suo nome venne conferito ad un’intera provincia.

Nel 1981, alla sua memoria venne intitolato il Museo scientifico di Lima in cui è conservata gran parte dei materiali raccolti dallo scienziato. Nel 2016 anche Milano, dopo un lungo oblio, ha ricordato il suo con una bella mostra al MUDEC di via Tortona il suo esploratore dimenticato. Meglio tardi che mai.

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