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Difesa

Il racconto di chi era in Kosovo 23 anni fa

“Eravamo in caserma. Sembra il racconto di un film ma è andata proprio così: eravamo in caserma e ci è stata data l’allerta per essere pronti per andare in Kosovo. Poi imbarco sulla nave anfibia, sbarco a Durazzo e autocolonna...

“Eravamo in caserma. Sembra il racconto di un film ma è andata proprio così: eravamo in caserma e ci è stata data l’allerta per essere pronti per andare in Kosovo. Poi imbarco sulla nave anfibia, sbarco a Durazzo e autocolonna per arrivare a Klina”. Inizia così il racconto di Giuseppe Carella, Capo di Prima Classe della Marina Militare, oggi in Kosovo 23 anni dopo la prima volta, quando la guerra aveva invaso tutto il territorio e causato l’intervento della Nato.

Le truppe italiane arrivarono in una situazione estremamente difficile. I racconti di chi è stato qui nel 1999 descrivono una regione – perché allora non era ancora uno Stato – devastato dalla guerra. Colpito non solo fisicamente, ma anche a livello umano dagli effetti terribili di una guerra etnica. La crisi umanitaria era senza precedenti: un qualcosa che sembrava rimosso dalla storia europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le forze armate della Repubblica Federale di Jugoslavia combattevano contro le forze paramilitari dell’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (l’Esercito di liberazione del Kosovo) in una guerra che si era tramutata da subito in uno scontro etnico, con una lunga scia di sangue e un milione di profughi. La Nato era intervenuta bombardando le forze serbe: poi, con la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, i militari del blocco occidentale arrivarono come forza di interposizione per evitare il proseguimento del conflitto: con l’obiettivo di smilitarizzare le forze in campo e di proteggere la popolazione.

Giuseppe arrivò a Klina, nel distretto di Peja/Pec, nel giugno del 1999. Poi fino a dicembre rimase nell’area del monastero serbo-ortodosso di Decani. Oggi parlare di quell’anno sembra lontano, ma i ricordi riannodano i fili facendo sembrare il passato qualcosa di molto più vicino. “La situazione era davvero… non bella”, ci dice il militare. “L’aria che si respirava era ancora calda, non c’era gente, la sera le persone si chiudevano in casa e non circolava nessuno, mentre noi pattugliavamo tutta la notte”. Il ricordo è rivolto in particolare a chi li accoglieva, agli sguardi delle persone quando videro arrivare i blindati: “Per strada la gente ci aspettava, questo lo ricordo benissimo, ci accoglievano bene, ci salutavano”. La preoccupazione, per tutti, era quella di evitare di rimanere travolti dalla guerra.

I ricordi sono simili a quelli di un altro veterano del Kosovo, Adriano Prestigiacomo, sergente maggiore aiutante dell’Esercito Italiano, in patria al 28esimo reggimento Pavia e comandante di squadra dello Lmt in Kosovo. Ventitré anni fa arrivò per la prima volta in Kosovo, e ora è di nuovo nel Paese balcanico per una missione che è cambiata radicalmente nel corso degli anni. “Noi eravamo in addestramento a Teulada. Mentre eravamo lì, arrivò l’ordine di tornare in caserma, allora ero a Persano, e di preparare i carri – perché a quel tempo ero carrista – perché sarebbero stati inviati in Kosovo” spiega. “Avevo appena 20 anni, era la mia prima missione, ma ero preparato per quello che dovevo fare” racconta Adriano, “anche noi siamo passati con una colonna carri da Albania e Macedonia e siamo entrati in Kosovo”.

“Io ho un’immagine molto forte, che mi ha segnato per tutti questi anni, i bambini che ci lanciavano fiori sui carri armati e ci regalavano il cibo. Una cosa che mi colpì molto, perché erano poveri, ma ci davano comunque il loro cibo. Era una cosa eclatante per loro” ricorda il militare dell’Esercito. Un’immagine simile a quella che racconta Giuseppe, a quel tempo impegnato in un check-point sulla strada che collegava Decani a Mitrovica. “Sono cose che ti segnano a venti anni” ricorda l’uomo della Marina, “c’era una casa nei pressi di questa strada, isolata, e una bambina ci portava una pannocchia calda come ringraziamento”.

“Ma anche ora avverto una riconoscenza, come quella di anni fa”, torna a dire Adriano. Una testimonianza resa ancora più preziosa dal fatto che oggi, per il suo impegno nello LMT (Team di Collegamento e Monitoraggio), svolge proprio il lavoro di assicurare il contatto con la popolazione e con le istituzioni e autorità locali, civile e religiose, di parte albense come di parte serba. Avere il polso della situazione e continuare a ricevere quel senso di gratitudine è un termometro di come sia percepito l’intervento italiano dopo decenni dal primo giorno in cui i militari delle forze armate misero piede in Kosovo.

“La serenità che hanno adesso è veramente tanta. Quindi penso che la missione e gli impegni di questi anni abbia avuto risultati evidenti. All’imbrunire non girava nessuno, ora c’è vita, in quegli anni era inesistente… e questo mi fa felice” chiosa invece Giuseppe.

Certo, i problemi del Kosovo non sono risolti. Lo Stato, nato dopo l’autoproclamata indipendenza del 2008, porta su di sé i segni lasciati dalla guerra. E sono ben differenti gli approcci verso la nuova realtà statuale da parte dei serbi e dei kossovari albanesi. L’integrazione è la sfida principale del Paese e della stessa Kfor, intenzionata a ridurre la sua presenza in maniera graduale proprio grazie a un progressivo miglioramento della situazione. Il momento non sembra ancora arrivato: le tracce di un conflitto non si cancellano in pochi anni. Ma per chi è stato qui per la prima volta 23 anni fa, vedere ora l’esistenza di un Paese in pace dove prima c’era sangue, silenzio e famiglie disperate è in ogni caso una conquista. Quella descritta con le parole semplici di chi lavora sul campo. La serenità, con tutte le condizioni difficili che caratterizzano il Kosovo, è una realtà che prova a consolidarsi giorno dopo giorno.

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