Quando i militari italiani sono arrivati in Kosovo, la situazione appariva disperata. I racconti di chi è stato qui alla fine degli Anni Novanta narrano di una regione devastata, bagnata dal sangue, dove i bambini regalavano fiori e cibo ai soldati in segno di gratitudine per il loro arrivo.
Oggi il Kosovo è certamente cambiato. Quello che, invece, in questi anni si è modificato ma non ridotto in termini di impegno è il lavoro delle Forze Armate italiane, presenti dall’inizio del conflitto e ancora oggi centrali nelle sorti del nuovo Stato nato nel cuore dei Balcani. Una realtà complessa, solcata da profonde ferite che ancora faticano a rimarginarsi. Le due comunità convivono in modo pacifico, ma mentre si cammina per le strade del Kosovo è difficile non notare che quanto accaduto poco più di due decenni fa sia ancora vivo nella memoria collettiva. Le persone più grandi hanno vissuto la guerra sulla propria pelle. Tantissimi sono fuggiti. La comunità serba, composta da chi è voluto rimanere nonostante il periodo post-bellico e l’indipendenza, è ancora distante dall’integrazione. Mentre quella albanese è fortemente ancorata a chi le ha fatto vincere la guerra e alla vicinanza culturale con Tirana spesso più accentuata di quella nazionale.
Il lavoro di chi, dentro il Kosovo, cerca una vera integrazione, non è affatto semplice. E la Nato, sotto questo aspetto, rappresenta un fattore di stabilità che appare ancora necessario. La tensione al momento è latente ma non alta. Nonostante alcuni momenti di preoccupazione, specialmente in estate, e le frizioni di questi giorni legate alle proteste per le targhe automobilistiche kossovare e altre richieste della minoranza serba, lo Stato resiste pur con grandi difficoltà. Chi è tornato qui dopo anni parla di un Kosovo che ha già fatto passi da gigante, specialmente dopo l’indipendenza. Lo notano anche i militari italiani, che in questo Paese rappresentano una presenza costante e fondamentale nello scacchiere della sicurezza del Paese, come testimoniato anche dalla nomina del generale Angelo Michele Ristuccia alla guida del contingente multinazionale Nato.
Quanto l’Italia sia importante per Pristina lo si comprende non solo in una nomina così importante, ma anche girando per le strade della parte occidentale del Kosovo, quella del Regional Command-West guidato dal colonnello dell’Esercito Ivano Marotta. Vedere i bambini di una scuola “assediare” i carabinieri alla ricerca di una “selfie”, ascoltare le parole di apprezzamento delle autorità locali per il lavoro delle forze armate e per l’impegno anche dal punto di vista civile – come confermato dalle attività “Cimic“, Cooperazione Civile Militare, per sostenere i loro bisogni essenziali – sono fotografie utili a comprendere quanto il lavoro degli italiani sia radicato nel Kosovo. Lo spiega lo stesso Marotta durante una cerimonia a Klina. “Gli investimenti vengono fatti costantemente a supporto di tutti gli ambiti sociali” spiega il comandante, che segnala come tutto sia fatto insieme alle istituzioni e alle varie organizzazioni che chiedono aiuto per opere di pubblica utilità nei vari municipi che compongono la regione occidentale a guida italiana.
Tutto questo si struttura su un’opera incessante che riguarda tutti gli aspetti della presenza militare all’estero, sia cinetici che non cinetici. Ed è proprio questo secondo aspetto a essere un elemento altrettanto importante, anche se meno evidente, del lavoro di Kfor. I soldati italiani si muovono, in pieno coordinamento con le autorità del Paese e dei contingenti internazionali, tra la base “Villaggio Italia” e Pristina su diverse direttrici. Il rapporto con la popolazione assume un carattere prioritario, dal momento che la conoscenza dell’ambiente in cui si opera è cruciale per completare appieno una missione che ha, tra i suoi propositi, il mantenimento della sicurezza e della libertà di movimento, supervisionare la stabilità degli accordi con la Serbia, sostenere le forze di polizia locali, monitorare aree più critiche, come i Carabinieri per il ponte di Mitrovica o per altre unità il monastero serbo-ortodosso di Visoki Decani. Cogliere l’umore delle persone, parlare con autorità civili e religiose, conoscere a fondo le questioni che animano partiti politici e organizzazioni, studiare la distribuzione delle differenti etnie, le diverse classi sociali e capire cosa chiedono i giovani e meno giovani serve ad avere un quadro di insieme che è non solo diplomazia interna, ma anche strategia. Radicarsi sul territorio senza avere la piena comprensione dei suoi fenomeni interni è impossibile.
Per realizzare questo approccio, occorre partire proprio da una collaborazione con le autorità e con la popolazione, come confermato sia dalle parole di Marotta che dal colonnello Maurizio Mele, comandante del MSU dell’Arma dei Carabinieri. Anche lui ci ricorda come il lavoro di tessere le relazioni con la popolazione e con le istituzioni, tanto civili quanto religiose, aiuta non solo a migliorare i rapporti con i propri interlocutori, ma anche a realizzare al meglio una missione che da decenni aiuta a mantenere stabile un’area che ha visto l’orrore della guerra. E a pochi chilometri dall’Italia.
Sapere mantenere gli impegni non solo rispetto ai partner internazionali, ma anche – e soprattutto – nei confronti della popolazione non è solo una questione di credibilità, ma anche di difesa degli interessi strategici nazionali in un contesto, quello balcanico, che resta fondamentale per tutti: Italia in primis.
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