Il 12 maggio 1867 a Firenze, allora capitale provvisoria del regno d’Italia, nasceva la Società geografica italiana, il braccio operativo del limitato ma già influente segmento “espansionistico” e “africanista” italiano. Una compagine di viaggiatori, pubblicisti, politici, imprenditori, militari, qualche scienziato – in nuce il futuro “partito colonialista” – assai insoddisfatta del “ripiegamento” dei governi della Destra storica e fortemente convinta che il Risorgimento non si fosse compiuto e l’Unità non bastava: per colmare il pesante divario tra l’Italia e le economie europee avanzate e permettere al regno d’accedere al ristretto club dei “grandi”, era necessaria una nuova grande impresa oltremare. Sull’esempio della Royal geographical society, della Société de gèographie e degli analoghi sodalizi prussiani, russi, belgi ed austriaci, l’associazione assunse da subito una fisionomia marcatamente politica e, nonostante le riserve del presidente Cristoforo Negri, più incline ad un’attività scientifica, si propose come laboratorio dell’espansione italiana. Nella ricerca di regioni e mercati dove il Paese avrebbe potuto affermarsi si parlò e si discusse di acquisire, come già intravisto da Cavour e Massaja, pezzi di Africa orientale ma anche di inoltramenti nel Levante, nell’Oceano Indiano, in Nuova Guinea e persino in Polinesia o nelle lontanissime Aleutine. Una somma di velleità e sogni, sicuramente, ma anche progetti e (limitati) investimenti per influenzare e indirizzare la politica estera del regno.
Un’ambizione contagiosa. Accanto alle espressioni, più o meno ufficiali, nell’Italia del tempo non mancarono viaggiatori “fai da te”, tipi salgariani come Giovanni Miami, mente vulcanica, intrepido viaggiatore e grande donnaiolo.
Nato a Rovigo il 17 marzo 1810 da una cameriera – ma figlio illegittimo del patrizio veneziano Alvise Bragadin, lontano discendente di Marco Antonio, l’eroe di Famagosta -, passò l’infanzia nella miseria più nera finché, a 14 anni, Alvise decise di riconoscerlo, portarlo a palazzo e offrirgli un’istruzione degna di un nobile. Giovanni divorò i libri, appassionandosi allo studio della musica al punto che decise di scrivere addirittura una storia universale della musica. Un progetto che perseguirà, senza successo, per circa vent’anni dilapidando la fortuna paterna nei teatri e nei bordelli (le donne lo appassionavano quanto la musica…).
Autentico patriota e spirito intrepido, nel 1848-49 si distinse nella difesa della Repubblica di San Marco e, dopo la resa di Manin, seguì i più irrequieti nella guerra civile spagnola. Poi, in qualche modo, Miami si ritrovò a Costantinopoli come improbabile baritono, ma il sultano — seppur di bocca buona — non apprezzò la sua arte. Da qui l’Africa.
Sul lastrico ma inebriato dai resoconti degli esploratori britannici, Giovanni si dedicò allo studio furibondo (e confuso) dei territori inesplorati sinché decise di partire alla scoperta delle misteriose sorgenti del Nilo.
Il nuovo scopo della sua vita. Nel 1857 presentò a Parigi un progetto di viaggio ottenendo qualche finanziamento e la nomina di membro della Société de gèographie. Tanto gli bastava. Arrivato in Egitto, con gli ultimi soldi organizzò assume all’amico Andrea Bono il primo viaggio verso l’ignoto. Da subito la sua bizzarra spedizione – fornita di attrezzature da teatro, spadoni e corazze di latta rubate all’Operà del Cairo per spaventare gli indigeni… – si rivelò un disastro. Abbandonato dai suoi sodali, Miami proseguì arditamente lungo piste sconosciute. Risalì il Nilo Bianco in Sudan fino alle cascate di Makedo, per poi arrivare, primo bianco ad entrare in Uganda, nella piana di Nimula. Alla fine, solo e ammalato, si arrese a soli sessanta chilometri dall’agognata meta. Qui incise il proprio nome su un secolare tamarindo, che ancor oggi gli abitanti del luogo chiamano “l’albero del viaggiatore”.
Rientrato in Italia nel 1863 Miani, ormai entrato nel suo ruolo d’esploratore e sempre vestito all’orientale con turbante e barracano, donò le sue raccolte – 14 casse contenenti strumenti musicali, oggetti, indumenti, calzature e animali esotici – e il suo prezioso diario al Museo di storia naturale di Venezia. Il Municipio lo ringraziò con mille fiorini. Più generoso fu l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe – il Veneto era ancora asburgico – che, dimentico del passato risorgimentale del suo pirotecnico suddito, volle ricevere Giovanni a Vienna consegnandoli una discreta somma per tornare al Cairo e ripartire verso l’avventura.
Nuovamente in Africa, a Khartum diresse il locale giardino zoologico e cercò d’impiantare, senza molto successo, imprese commerciali. Alla fine, il 15 maggio 1871, per ostinazione o disperazione, volle ripartire. A 61 anni.
Da Khartum s’inoltrò nuovamente verso l’ignoto. Dopo aver percorso il corso del fiume Uele raggiunse Bakangoi, dove la scorta lo abbandonò. Nessuno voleva inoltrarsi nel Monbuttu, il territorio dai cannibali Nian Niam. Giovanni se ne fregò partì da solo confidando nella sua buona stella. Per una volta ebbe fortuna. Arrivato nel Monbuttu venne accolto, cosa straordinaria, venne con amicizia e curiosità dai temibili antropofagi e qui visse forse uno dei momenti più sereni della sua turbolenta esistenza. Dopo qualche mese, piagato dalle malattie e sfinito dalla dissenteria, dovette salutare i suoi nuovi amici e tornare alla stazione commerciale di Tangasi – remoto avamposto della civiltà europea – dove il 21 novembre 1872 si spense. All’ultima amica, una benevola vedova veneziana, il messaggio finale: “I posteri vedranno che ho fatto un viaggio storico”.
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