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Guerra

In Libia si potrebbe andare verso lo stato di emergenza

Davanti la sede del parlamento di Tobruck le macerie sono ancora fumanti. Venerdì l’assalto di manifestanti contro l’edificio che dal 2014 ospita quella che è considerata come la “Camera Bassa” delle istituzioni libiche ha lasciato un segno non indifferente. Non...

Davanti la sede del parlamento di Tobruck le macerie sono ancora fumanti. Venerdì l’assalto di manifestanti contro l’edificio che dal 2014 ospita quella che è considerata come la “Camera Bassa” delle istituzioni libiche ha lasciato un segno non indifferente. Non solo da un punto di vista materiale, visto che i danni sono stati ingenti, ma anche politico. Nelle ultime ore è stato reso noto che, durante i controlli successivi all’assalto, non sono stati ritrovati alcuni importanti documenti. Un elemento non da poco: il parlamento rischia di riaprire senza possibilità di avere carte e fascicoli importanti per riavviare la propria azione amministrativa. Un danno pratico e simbolico, capace di rivelare la drammaticità della situazione in Libia.

L’assalto di venerdì

Probabilmente nessuno si aspettava una degenerazione del genere. Il “Venerdì della collera” era sì stato annunciato, ma non nelle condizioni poi viste. E, soprattutto, non in modo tale da causare anche un assalto contro il parlamento. Quanto accaduto a Tobruck ha colto di sorpresa le autorità locali e questo è possibile riscontrarlo nell’impreparazione delle forze cittadine, vicine a quelle del generale Haftar, impossibilitate a contrastare la folla entrata nell’edificio parlamentare. All’interno della struttura i manifestanti hanno appiccato incendi, hanno devastato mobili e arredi. Inoltre la loro furia si è accanita anche contro alcuni delicati uffici, come quello dello stesso presidente della Camera, Aguila Saleh.

Oggi, per l’appunto, è stato reso noto che interi documenti sono andati persi. Bruciati nei vari roghi innescati. Alcuni sono stati portati fuori e versati sopra le pile di pneumatici dati alle fiamme attorno il perimetro dell’edificio. Difficile dire se i gruppi che hanno innescato le proteste volevano realmente la sparizione di alcuni documenti. Oppure se il rogo di carte e fascicoli è stato dovuto alla “semplice” rabbia dei cittadini i quali hanno voluto creare, per protestare contro la classe politica libica, più disordine e caos possibile. Resta il fatto che, se da un lato l’archivio elettronico si è salvato, quello cartaceo no.

In un contesto dove ogni votazione parlamentare risulta delicata per le sorti della Libia, non avere più a disposizione parte dell’archivio storico della Camera dei Rappresentanti potrebbe essere molto grave. La legittimità e il “ricordo” di certi atti potrebbe venire meno, di conseguenza chi ha interesse a ridimensionare il ruolo del parlamento di Tobruck potrebbe adesso avere in tal senso gioco più facile. Ma se la situazione nell’est del Paese da venerdì è ancora più caotica, nell’ovest il quadro non è affatto più rassicurante. Anche a Tripoli sono state registrate manifestazioni, scontri e proteste, così come a Misurata e in diverse altre città del Paese.

Si cerca di correre ai ripari

L’effetto sorpresa del venerdì di collera potrebbe aver già generato alcuni effetti. In primis, quello di accelerare percorsi politici interni volti a ridare alla Libia una certa stabilità. Del resto le proteste sono arrivate al culmine di una situazione molto grave per milioni di cittadini. In molte zone manca l’elettricità, nelle stesse grandi città a volte i servizi essenziali sono garantiti solo 12 ore al giorno, i prezzi di pane e farina sono aumentati anche per via di quanto sta accadendo in Ucraina. Una miscela esplosiva in grado di riservare, nel caso di un contesto sempre più in affanno, nuove deflagrazioni sociali.

Non è un caso che da Tripoli nelle scorse ore è giunta la notizia di una riunione del consiglio presidenziale. Quest’ultimo è uno degli enti previsti dagli accordi di Skhirat del 2015, i quali a loro volta fungono da base costituzionale in attesa di una vera costituzione libica, ed è formato, dopo le riforme del 2020, da tre membri. Il consiglio, con a capo Al Menfi, rappresentante dell’est della Libia, ha proposto un nuovo piano in grado di dare stabilità alla Libia e di portare il Paese quanto prima ad elezioni. Così come scritto sulla pagina Facebook del consiglio presidenziale, e come riportato anche da AgenziaNova, l’obiettivo sarebbe quello di “preservare l’unità della Libia, porre fine a eventuali conflitti e alle divisioni interne, rafforzare la pace esistente, evitare il caos, limitare le forme di ingerenza estera e incoraggiare una soluzione nazionale”. Un piano da attuare passando da un confronto con tutti i partiti politici e le varie formazioni impegnate nello scacchiere libico.

Un progetto ambizioso, ma alquanto difficile da realizzare. Almeno ad oggi. Occorre ricordare infatti che l’attuale stallo è provocato soprattutto dall’esistenza, non certo pacifica, di due distinti governi. Uno è quello riconosciuto dalla comunità internazionale ed è guidato da Abdul Hamid Ddeiba, l’altro invece è stato eletto dal parlamento di Tobruck a febbraio ed è guidato dall’ex ministro dell’Interno Fathi Bashaga. Due esecutivi che si fronteggiano non solo a livello politico e il cui scontro sta causando ritardi nelle decisioni da intraprendere in un momento dove la crisi economica sta mordendo duramente la società libica.

Possibile una dichiarazione dello stato di emergenza?

Il consiglio presidenziale, stando a quanto emerso dalle recenti riunioni di Tripoli, potrebbe dichiarare lo stato d’emergenza e in tal modo sciogliere sia il parlamento di Tobruck che il consiglio di Stato, ossia l’altra “camera” del parlamento libico prevista dagli accordi di Skhirat ed eletta nel lontano 2012. Grazie allo stato di emergenza ci sarebbe una “base legale” per poter indire elezioni oppure mettere in sella un nuovo governo di unità nazionale, questa volta riconosciuto da tutti. Lo stato di emergenza potrebbe essere inoltre dichiarato o dallo stesso consiglio presidenziale oppure dal consiglio superiore della magistratura. Di certo, dopo il primo venerdì di rabbia e in vista del prossimo venerdì, a Tripoli adesso si vuole cercare di dare quanto meno un segnale politico. In modo da placare gli animi e sperare così di tornare al dialogo.





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