La guerra in Ucraina ha portato con sé un effetto collaterale che ha investito il mercato del grano, con pesanti ripercussioni su una serie di Paesi dell’area Mena (Middle East North Africa) caratterizzati da un’intrinseca fragilità e instabilità interna.
Come vi avevamo già detto da queste colonne, Egitto, Tunisia, Somalia e Libia rischiano di esplodere per la crisi alimentare, assieme a Stati già fragili come quelli del Sahel, il Libano, sino ad arrivare al lontano Laos. Anche Turchia, Bangladesh e Iran acquistano in parte grano dall’Ucraina, sebbene siano dipendenti maggiormente da quello russo, quindi soggetto solo al regime sanzionatorio dei Paesi occidentali.
La diplomazia si è attivata, invero tardivamente nonostante gli appelli lanciati da più parti quasi immediatamente con lo scoppio del conflitto, per cercare di sbloccare le spedizioni di questa fondamentale risorsa alimentare. La Turchia, da questo punto di vista, sembra essere l’attore più accreditato per cercare di mediare tra Kiev e Mosca e trovare una soluzione, anche in considerazione del suo abile approccio verso la Russia: Ankara si è opposta alle sanzioni occidentali, pur condannando apertamente l’invasione russa e continuando a rifornire Kiev di armi (si pensi agli Ucav Bayraktar TB2), ed è anche l’unico Paese della Nato che non ha chiuso il proprio spazio aereo ai velivoli immatricolati in Russia.
Questo ha permesso alla Turchia di avere ampio margine d’azione diplomatica col Cremlino, anche in considerazione dell’interdipendenza in campo economico e commerciale con la Russia. Mosca e Ankara hanno concordato di proseguire i colloqui su un potenziale corridoio marittimo sicuro nel Mar Nero per esportare grano dall’Ucraina dopo i recenti colloqui, portando a un primo simbolico risultato: il ministero della Difesa turco ha affermato che una nave da carico turca, l’Azov Concord, ha lasciato Mariupol in sicurezza a seguito dei colloqui. Si tratta della prima nave straniera a lasciare il porto della città occupata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso febbraio.
La partita sul grano, però, è cinicamente geopolitica: mentre Mosca sfrutta il blocco per chiedere la revoca di alcune sanzioni occidentali, Kiev cerca garanzie di sicurezza affinché i suoi porti accettino il piano proposto dalle Nazioni Unite aggiungendo che nessun accordo può essere raggiunto senza la sua approvazione. Tra i tre Paesi è stata anche istituita una “linea diretta” per cercare una soluzione alla crisi, che sarà discussa presto in un incontro a Istanbul che vedrà la presenza anche di delegati dell’Onu. Ankara si è offerta di ospitare un “meccanismo di osservazione” da formare per monitorare l’attuazione del piano del corridoio marittimo, ma la crisi è ancora lontana dal trovare una soluzione.
Oltre Atlantico, però, c’è chi pensa di poter sbloccare il grano ucraino fermo nel porto di Odessa in un modo molto più diretto, quasi “d’imperio”: l’ammiraglio (in pensione) James Stavridis, ex comandante supremo delle forze alleate in Europa, in un’intervista alla Msnbc, ha affermato che si potrebbe cambiare bandiera di nazionalità alle navi bloccate nel porto di Odessa e quindi fornire una scorta navale sino al passaggio dagli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli.
L’ammiraglio riprende la soluzione che si era adottata negli anni ’80 durante il conflitto Iran-Iraq, quando le petroliere kuwaitiane avevano battuto bandiera statunitense in modo da poter essere scortate dalla U.S. Navy durante la loro navigazione nel Golfo Persico. Questo stratagemma era servito da deterrente per evitare gli attacchi degli iraniani (che comunque colpirono la Sea Isle City nell’ottobre del 1987 provocando la reazione della marina Usa), nonostante, come sappiamo, anche l’Iraq stava colpendo attivamente il traffico delle petroliere in quel mare.
Stavridis, in questo caso, ha precisato che i mercantili ucraini non dovrebbero necessariamente battere bandiera statunitense, ma basterebbe quella di qualsiasi Paese alleato o neutrale, in modo da poter affiancare unità militari di scorta sino all’uscita dal Mar Nero, in quanto è “altamente improbabile che la Flotta Russa possa attaccare una nave da guerra che sta proteggendo una nave carica di grano mentre salpa da Odessa”.
A prima vista potrebbe essere una soluzione ottimale per poter porre fine al blocco dei porti in breve tempo, senza dover attendere le lunghe tempistiche diplomatiche. L’ammiraglio Stavridis, però, dimentica che ormai da tempo la Turchia ha attivato il Trattato di Montreux in merito al transito del naviglio da guerra attraverso gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, pertanto a qualsiasi nave militare di ogni Paese, compresi quelli rivieraschi, è vietato l’ingresso nel Mar Nero (o l’uscita) a meno che l’unità in questione non stia facendo ritorno al suo porto di stanza.
Questo provvedimento, oltre ad avere imbottigliato la Flotta del Mar Nero e reso impossibile il suo rafforzamento da parte di Mosca con unità provenienti da altri distretti, ha così precluso ogni possibile ingresso di navi da guerra di Stati Uniti, Regno Unito e di tutti quei Paesi della Nato che dovrebbero, nell’idea di Stavridis, fornire la scorta alle navi mercantili a cui è stato cambiato lo Stato di bandiera.
L’idea però, potrebbe essere comunque sfruttata se Romania, Bulgaria e Turchia, gli unici Paesi della Nato ad avere porti sul Mar Nero, quindi unità navali di stanza in quello specchio d’acqua (rispettivamente nei porti di Constanta, Tulcea, Mangalia, Varna, Atia ed Eregli), decidessero di agire in tal senso. Nonostante le forze a disposizione siano piuttosto discrete (Romania e Bulgaria da sole potrebbero schierare in totale 7 fregate e 10 corvette), risulta difficile pensare che a Bucarest e Sofia si decida per una simile eventualità per timore di una possibile escalation e in considerazione delle mine navali che vagano nel Mar Nero. Parimenti riteniamo che Ankara, stante la sua attuale linea politica di mediazione tra i belligeranti, non prenderebbe mai una decisione simile nel timore di veder rompere i contatti diplomatici con Mosca.
Certamente questa situazione potrebbe cambiare, così come la Turchia potrebbe decidere di riaprire gli Stretti – eventualità molto remota quest’ultima – ma è altrettanto certo che in questo momento nessuna unità militare può entrare nel Mar Nero per effettuare il servizio di scorta.
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