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Flessibilità, ma anche aumento degli uomini a disposizione e cambio di strategia difensiva: la Nato, al termine del summit di Madrid di fine giugno avrà un aspetto diverso. Tanti i punti all’ordine del giorno, tante le riforme in cantiere. Novità già da anni in itinere, ma che hanno subito una forte accelerazione ovviamente dalla guerra in Ucraina. Un conflitto, quello scatenato dall’azione russa contro Kiev, che ha in qualche modo “rianimato” un’Alleanza Atlantica definita, non molto tempo fa, in “stato di morte cerebrale” dal presidente francese Emmanuel Macron.

L’aumento di uomini

La prima novità riguarderà l’aumento dei soldati messi a disposizione dell’Alleanza. Si passerà dagli attuali 40mila a 240mila, una cifra ottenuta sommando il numero di uomini annunciati dai vari governi dei trenta membri della Nato. L’aumento è del 600%, segno di come appaia molto vissuta l’esigenza di avere un maggiore dispiegamento sul campo e una forza in grado di aumentare l’effetto deterrenza. L’aumento di circa 200mila unità è indubbiamente figlio diretto della guerra in Ucraina. L’obiettivo è blindare il fronte est, specialmente quello baltico. L’area del Vecchio Continente che si sente più minacciata da Mosca e che, dopo lo scoppio del conflitto, ha avvertito un certo senso di vulnerabilità. Così come sottolineato da un focus dell’Ansa, l’aumento di uomini a disposizione del comando supremo avverrà in modo più “sofisticato” che in passato. Non ci saranno infatti presenze permanenti di soldati in un dato territorio, bensì si dovrebbe optare una soluzione “a rotazione“.

Come quella che dovrebbero attuare i tedeschi nell’area baltica. Berlino, in particolare, sarebbe pronta a schierare qui almeno 5mila uomini soltanto in Lituania. Ma non tutti resteranno in modo perenne all’interno del territorio lituano. Tuttavia il quadrante assegnato a una squadra destinata poi a ruotare, verrà prima “pre assegnato”, in modo da creare subito un ricambio all’interno del contingente. Prevedendo, tra le altre cose, una divisione delle forze in tre livelli di prontezza d’intervento che andranno da 10 a 50 giorni. In poche parole, in un dato quadrante ci sarà sempre una squadra della Nato pronta a intervenire. Questo, nei progetti di riforma dell’Alleanza, garantirà da un lato maggiore sicurezza, specialmente per l’appunto a est, e allo stesso tempo maggiore flessibilità. Parola quest’ultima destinata a entrare in modo sempre più preponderante nel gergo della Nato.

I piani di deterrenza attiva a est

A Madrid dovrebbero essere discussi anche i piani di deterrenza. Oggi la strategia difensiva su cui si è lavorato, ha riguardato il cosiddetto tripwire. Ossia, far avanzare il nemico all’interno di un territorio attaccato prima di lanciare una controffensiva. Adesso i protocolli potrebbero nettamente cambiare, a favore di una cosiddetta “deterrenza attiva”. Vale a dire, ricorrere a una difesa immediata di ogni singolo centimetro di territorio alleato. Per farlo occorre per l’appunto l’attuazione di una strategia volta a impedire che il nemico possa entrare o valutare anche l’idea di attaccare in profondità.

Nella capitale spagnola si parlerà anche di come finanziarie le nuove strategie della Nato. In primis, si discuterà del fatidico 2% del Pil da destinare alla difesa da parte dei Paesi membri dell’Alleanza. Una percentuale però non rispettata dalla maggior parte dei governi, alcuni dei quali solo di recente hanno messo in cantiere l’idea di raggiungere l’obiettivo. C’è poi il budget comune della Nato, equivalente in media allo 0.2% del budget della difesa dei Paesi membri. Da Bruxelles è trapelata l’idea di raddoppiare i soldi del bilancio comune dell’Alleanza, al fine di affrontare le spese necessarie per attuare le riforme. Ma non è detto che, al termine della due giorni madrilena, si arrivi facilmente a un accordo.





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