Le trattative tra Russia e Ucraina rischiano di dividere il blocco atlantico, che nonostante l’unità dimostrata in questo mese di guerra, ora si avvicina a un’altra sfida: la possibile fine di questo conflitto. Le prime aperture su una tregua tra Mosca e Kiev hanno infatti iniziato a mostrare delle prime “crepe” nella narrazione tra l’Unione europea e il fronte più intransigente del blocco, in particolare Washington e Londra. Nel Regno Unito, come ricorda Luigi Ippolito del Corriere della Sera, molti temono che Francia e Germania possano iniziare a parlare di un alleggerimento della pressione sul Cremlino come dimostrazione di buona volontà. La Federazione Russia ha in effetti iniziato ad alleggerire la presenza delle truppe intorno Kiev e in altre aree a nord del Paese, e questo segnale, arrivato alla fine del primo round di negoziati in Turchia, è stato visto come una prima timida conferma del cambiamento in atto nella guerra. Tema che sarebbe il proseguimento sul campo di quanto affermato dalla Difesa russa, e cioè che gli obiettivi della cosiddetta “operazione militare speciale” sarebbero Donbass e Crimea e la “demilitarizzazione” e “denazificazione” dell’Ucraina.
Lo scetticismo palesato da parte del fronte atlantico, in particolare appunto da Regno Unito e Stati Uniti, sembrerebbe però confermare che da parte della Nato, almeno per il momento, non dovrebbero esserci messaggi di distensione. Il motivo è duplice. Da una parte – e questo lo sottolineano anche da Mosca – l’alleggerimento dell’assedio sulla capitale ucraina non deve essere tradotto nella fine delle ostilità. Non si tratta di una tregua, la guerra continua nell’est e nel sud del Paese e gli attacchi missilistici procedono su tutto lo spettro degli obiettivi strategici in qualsiasi parte del territorio ucraino. E nel momento in cui ci sono ancora città sotto assedio, a partire dalla martoriata Mariupol, è impossibile parlare di una de-escalation ma solo di una rimodulazione dell’impegno militare. Dall’altra parte, c’è poi un problema di natura politica e strategica. Londra e Washington on si fidano del Cremlino ma soprattutto perseguono un’intransigenza che, a loro dire, ha portato risultati tangibili: le forze russe si sono bloccate in un mese di guerra, non hanno ottenuto la superiorità aerea e hanno dimostrato grosse lacune grazie alla resistenza ucraina supportata dalle forze europee e atlantiche. Le sanzioni, inoltre, avrebbero conseguito l’obiettivo dell’avere provocato una enorme pressione interna ed esterna sul presidente russo, Vladimir Putin, e il continuo richiamo a un possibile golpe o cambio di regime all’interno dei corridoi di Mosca non è un tema secondario nella logica dei falchi Usa, Uk e della Nato. Fermarsi ora, in sostanza, significherebbe per l’ala più intransigente bloccarsi proprio nel momento in cui si sarebbero palesate tutte le difficoltà dell’Armata russa. E questo confermerebbe l’interpretazione di quegli analisti che ritengono la guerra di Putin una vittoria mutilata, anche solo per avere ridotto gli obiettivi a quelli iniziali, e cioè Donbass e corridoio strategico tra Crimea e repubbliche separatiste.
Insomma, secondo i “falchi” questo è il momento in cui bisognerebbe confermare tutta la linea dell’intransigenza. L’editoriale del Times di oggi è in questo senso esemplare. Come cita sempre il Corriere, nel quotidiano britannico si legge che “la strada più sicura verso una soluzione accettabile è che l’Ucraina prevalga militarmente sulla Russia” invitando gli occidentali a fornire a Kiev gli strumenti per “finire il lavoro”. Il vicepremier britannico Dominic Raab, confermando questa linea, ha detto che “le sanzioni sono lì per rafforzare la presa sulla macchina da guerra di Putin”, e che “fino a quando le truppe di invasione non saranno state ritirate – interamente o in modo verificabile – non credo che le sanzioni possano o debbano essere revocate”. Ieri Boris Johnson aveva detto di non fidarsi e che Putin avrebbe compiuto quelle mosse solo per “girare il coltello” nelle piaghe inferte all’Ucraina. Mentre il segretario di Stato Usa, anche per evitare di apparire troppo distante dalla fermezza del suo presidente Joe Biden, ha detto che non vedeva gesti di “serietà” da parte di Mosca. “C’è ciò che la Russia dice e ciò che la Russia fa. Siamo concentrati sulla seconda cosa” ha detto il capo della diplomazia statunitense.
L’ipotesi si una totale intransigenza nonostante la possibile svolta di Istanbul di ieri potrebbe però appunto non piacere ad alcuni segmenti dei Paesi Ue più orientati a una sottile forma di dialogo con la Russia. Dialogo che non farebbe a meno delle linee rosse già espresse in questi mesi, a cominciare da quella sulla volontà di spezzare la dipendenza energetica dal Cremlino. Ma che comunque implicherebbe il tentativo di frenare questo blocco atlantico molto più duro e che sarebbe più affine alla linea segnata anche dal presidente francese Emmanuel Macron, che si è ritagliato il ruolo di interlocutore privilegiato Ue di Putin. La sfida è capire ora quale sarà l’interpretazione data dai partner atlantici a questa nuova tattica della Russia in Ucraina. Ma di certo Regno Unito e Stati Uniti non vogliono dare modo di alimentare la possibile narrazione russa sulla vittoria in base ai propri piani, anche a costo di continuare la guerra a sostegno di Kiev.
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