Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

La Finlandia è divenuta meta di un moto migratorio in entrata sui generis dalla notte del 24 febbraio scorso, cioè da quando ha avuto inizio la guerra in Ucraina. Un moto proveniente dalla contigua Federazione russa, con la quale la Finlandia condivide 1.340 chilometri di frontiera, e che ha condotto un numero imprecisato di russi, migliaia o forse di più, a trovare riparo nella prospera e sicura terra scandinava.

L’identikit dei nuovi white émigré è sostanzialmente di due tipi: da una parte persone di visioni e valori liberali, nel senso occidentale del termine, in fuga dalla stretta autocratica inaugurata dalla presidenza di Vladimir Putin allo scoppio del conflitto, dall’altra membri del ceto medio (e non solo) scappati dallo spettro del collasso economico della Federazione. A fare da sfondo, l’arrivo a Helsinki di migliaia di rifugiati ucraini.

Siccome il compito dell’analista è quello di leggere i fatti di oggi con lo sguardo rivolto al domani, considerando ogni evento come una variabile, l’arrivo di rifugiati ucraini e di immigrati russi in Finlandia dovrebbe essere interpretato per ciò che è realmente: una fonte di potenziali problemi nel prossimo futuro.

Tutti gli occhi su Helsinki

La guerra in Ucraina ha avuto un effetto dirompente nella neutrale Finlandia, che ricorda come se fosse ieri la “Talvisota“, ovverosia la Guerra d’inverno, innescando la nascita di un dibattito pubblico e politico sull’adesione all’Alleanza atlantica. La nazione scandinava, attenta a mantenersi in bilico tra i due blocchi sin dal secondo Dopoguerra, sembra ora intenzionata a rompere la lunga, solida e radicata tradizione di neutralità.

Una questione di sicurezza nazionale: l’entrata delle forze armate russe in Ucraina ha cambiato percezioni ed esigenze dei finlandesi, oggi più che mai convinti che il loro destino, oltre che nell’Unione europea, sia nell’Alleanza atlantica. Un cambio di paradigma ben catturato dai sondaggi: mentre nel 2021 soltanto un finlandese su tre (34%) era d’accordo all’ingresso di Helsinki nella Nato, lo scoppio del conflitto ha convinto la maggioranza dell’opinione pubblica (dal 60% al 62%) a valutare l’ipotesi. E una tendenza simile, o meglio identica, ha travolto la contigua Svezia.



Non è dato sapere se e quando la Finlandia accederà all’Alleanza atlantica, perché non è da escludere che a tale percorso venga preferito un rafforzamento del partenariato strategico con la Svezia e un’integrazione informale nel blocco militare, ma una cosa è probabile: la nazione, che sino a oggi è stata ai margini della competizione tra grandi potenze, potrebbe diventare un importante teatro di confronto nel prossimo futuro alla luce dell’aggravarsi delle relazioni tra i due blocchi e della sua collocazione geostrategica. E il moto migratorio di febbraio e marzo, in questo contesto, potrebbe giocare un ruolo-chiave.

Armi di migrazione di massa

Sono circa 7mila i rifugiati ucraini entrati in Finlandia tra il 24 febbraio e il 19 marzo, cioè in meno di un mese di ostilità, mentre non esistono numeri precisi sul movimento dei russi. Quel che è noto è che il numero degli ingressi è aumentato di pari passo con l’aggravarsi della guerra e delle sue implicazioni per la Russia, dalla compressione delle libertà individuali al regime sanzionatorio, riempiendo i treni e i bus della tratta San Pietroburgo-Helsinki per tre settimane e portando centinaia di persone, a cadenza giornaliera, nel territorio finlandese. I Baltici, similmente, hanno sperimentato il medesimo fenomeno migratorio, sebbene su scala ridotta.

Il 28 marzo, ufficialmente per adempiere al regime sanzionatorio ma in realtà per limitare gli ingressi, la compagnia ferroviaria Allegro, operante la tratta San Pietroburgo-Helsinki, ha interrotto a tempo indefinito il collegamento transnazionale. La frontiera, comunque, rimane aperta per automobili e autobus.

Il motivo per cui la Finlandia ha cominciato a osservare con attenzione il moto migratorio proveniente dalla Federazione russa ha a che fare con uno stato emotivo: la paura. Paura che il flusso eccessivo di ingressi, nel prossimo futuro, possa essere utilizzato per portare avanti operazioni di guerra ibrida in una nazione destinata a rivestire un ruolo crescentemente importante nella competizione tra grandi potenze. Perché tra oppositori e cittadini ordinari, invero, potrebbero nascondersi agenti provocatori e spie. E la Finlandia, che è già casa di circa 100mila russi, potrebbe ritrovarsi da un giorno all’altro con una mini-bomba ad orologeria da maneggiare con (estrema) cautela.



Gli interventi russi nello spazio post sovietico, dalla Georgia all’Ucraina, passando per la Moldavia tenuta in ostaggio con la Transnistria, hanno dimostrato l’efficacia dell’arma della diaspora russofona, per la cui difesa da minacce vere o presunte la Russia è disposta a condurre interventi militari. Anche se la Russia, chiaramente, non effettuerebbe in Finlandia delle operazioni di natura militare, perché è territorio Ue – sul quale vige l’articolo 42 del TUE -, il rischio di pressioni diplomatiche e movimenti ibridi è, invece, più che concreto. Nei Baltici, dove le comunità russofone sono più corpose, sussistono gli identici timori: nessuna guerra, anche per via dell’appartenenza baltica alla Nato, ma operazioni ibride facenti leva sulle diaspore dal potenziale destabilizzante.



Una cosa è certa: la guerra in Ucraina non ha cambiato il gioco, che è e resta la competizione tra grandi potenze, ma indubbiamente ne ha riscritto le regole. E le nuove regole, preconizzate dall’entrata della guerra fredda 2.0 nella fase delle “periferie al centro“, prevedono l’accensione di incendi nei teatri ai margini degli imperi – la teoria dei fuochi guevarista applicata alle relazioni internazionali.

In questo mutato contesto, altamente imprevedibile e conflittuale, è doveroso puntare gli occhi sulle periferie, ricche e povere, coese o meno, dell’Unione europea: dai Baltici alla Finlandia, passando per le regioni autonomiste, dalla Catalogna alla Corsica, i distretti d’oltremare, francesi e britannici, e la sempreverde polveriera d’Europa, cioè la penisola balcanica.





Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto